Procrastinare il cambio di stagione con stile e dignità

Il caldo è arrivato. E io vi vedo, tutte sorridenti mentre sfoggiate shorts girochiappa e top giropuppe. Vi osservo mentre con disinvoltura grondate sudore da ogni poro della pelle e andate a caccia di raggi solari come fossero la coda dell’arcobaleno. E un po’ v’invidio. Perché io avrei goduto ancora per un po’ dell’innaturale frescura dei giorni precedenti, di quel clima autunnale che mi ha permesso di spararmi una ribollita alle otto di sera mentre fuori c’era ancora il sole.

E invece, niente. Tra poco è estate e devo fare pace con le vostre ascelle aromatizzate al ragù di cinghiale, con la pressione che mi dona la vitalità di una medusa spiaggiata, i piedi doloranti e le mani gonfiate a due atmosfere.

Che poi, capiamoci, se io potessi vivere su un’isola e sciaquettarmi in chiare e fresche acque cristalline, mi piacerebbe anche, questa stagione. Se il mio unico pensiero fosse abbinare il pareo (sono ancora in uso?) al costume, o quanto lime pestare nel mojito, la amerei anche, la calura. Però, mannaggia, lavoro! E per giunta devo inventarmi programmi di svago e intrattenimento per i miei figli che, invece, sono in vacanza.

La cosa che in assoluto odio di più – nel senso che può quasi competere con l’ascella gusto morte – è il cambio di stagione. Il fatto che siano bruscamente arrivati 46 gradi all’ombra, con uno sbalzo termico di 32 gradi rispetto al giorno precedente, non mi ha aiutata. Per farla breve: qui dormiamo ancora con il piumone grado di calore Siberia, abbiamo in dotazione scarpe invernali, giubbetti, jeans imbottiti di pelo di foca e magliette a manica lunga.

Io me la cavo, a dire il vero, ho scavato nel ventre dell’armadio e ho raccattato tre o quattro t-shirt che erano rimaste appallottolate in posizione fetale sul fondo. Il problema sono i miei figli che si lamentano.

Non avendo né voglia né tempo per sbrigare il gravoso compito di sgombero, pulizia e ripristino degli armadi, ho iniziato a rispondere così alle obiezioni. Lo condivido con voi, che lo so che non sono l’unica ad essere rimasta indietro.

Per i pantaloni lunghi in cotone pesante o in fresco di lana (ossimoro che ho sempre trovato di gran classe)

“Amore, è per proteggerti dalle zanzare! Hai idea di quanto siano affamate a inizio stagione? Roba che io a dieta, in confronto, sono inappetente!”.

Per la maglia dolce vita che di dolce ha solo il nome

“No, amore, è solo una sensazione. Sai che una volta a un bambino si è staccata la testa perché ha preso una corrente d’aria condizionata sul collo?”.

Il piumone pesante grado di calore Siberia

“Lo capisco. Se vuoi lo leviamo anche subito, però a maggio si aggira il Mostro del Sottoletto che ama cibarsi dei bambini che non si proteggono sotto una coperta spessa”.

Calzature in pelle di zebù, camoscio, renna, alce, alpaca e Moon Boot®

“Amore, sei un ingrato. Tu sei nato dalla parte fortunata del pianeta. Sai che in Africa i bambini non hanno le scarpe?! E tu ti lamenti pure?!”.

Nella migliore delle ipotesi non funzionerà. Nella peggiore i vostri figli inizieranno presto un percorso di analisi.

Ma mi è sembrato comunque una valida alternativa al decidere di fare il cambio degli armadi.

Giuseppe, ti presento i suoi

[EDIT. Breve riepilogo per i nuovi e per i distratti: da circa un anno vivo in una specie di Comune insieme a Manu (la mia fidanzata), Giuseppe (il mio ex marito) e i miei figli.]

Nel nostro inconsueto scenario familiare, sta per accadere anche questo: per la prima volta, i genitori di Manu verranno a trovarci. L’occasione sarà un fine settimana di vacanza per loro, in cui – finalmente – vedranno in che razza di casa è andata ad abitare la loro figlia.

Ho sempre pensato che siano stati molto sportivi ad accettare di buon grado questa nostra bizzarra composizione residenziale. A suo tempo, la comunicazione da parte di Manu ai suoi genitori, si era svolta più o meno così:

«Mamma, papà, allora io nel fine settimana e quando non lavoro a Milano, vado a stare da Vero a Lucca» dice lei al telefono, buttando lì il discorso, tipo sasso nello stagno. «Ah, avete preso casa insieme? Già?! Non sarà un pochino presto?» rispondono loro perplessi. «Tranquilli, è che per motivi pratici abbiamo deciso di vivere tutti lì, nella stessa casa. Io, Vero, i ragazzi e anche il suo ex marito. Tanto ognuno ha la propria camera e poi Giuseppe nel fine settimana non c’è, ci incrociamo solo la domenica sera. A meno che non ci siano gite o compleanni, ovviamente.»

Onestamente, fossi stata al posto loro, un po’ mi sarei inquietata. Perché, diciamocelo, raccontata così la nostra Comune sa di tresca, come nella più trita delle commediole all’italiana, in cui io e Giuseppe passiamo da loschi e turpi manipolatori e Manu da sprovveduta rincoglionita.

La realtà, invece, è che il rapporto che si è creato tra Manu e Giuseppe, ha reso molto meno sporadici gli episodi in cui siamo tutti assieme. Ora sono circostanze cercate e vissute come momenti di piacevole reunion familiare. La Comune è a tutti gli effetti una Famiglia.

Ieri sera, mentre eravamo in cucina tutti e tre – Manu, io e Giuseppe – lei si avvicina a lui e, con fare serio, gli fa: «Giuse, devo chiederti un favore. È una cosa che avremmo dovuto fare l’anno scorso…» lui la guarda dubbioso, lei continua solenne «Tra due weekend vengono i miei a trovarci e mi sembra giusto che tu ti prenda le tue responsabilità con mio padre. Insomma, dovranno pur conoscere l’uomo con cui vivo!»

Lui basito. Io e i ragazzi – presenti alla scena – iniziamo a ridere fino ad avere mal di pancia. Al che rincariamo la dose: « Sì, dai! Che fai il timido? Mica ti vorrai evitare la cena coi suoi! Tu, poi, ami le occasioni mondane!» E giù a sghignazzare!

Lui mi guarda serafico e mi dice: «Ridi ridi. Senti, ma… hai già pensato al menù? Per carità, la tua pasta scotta è buonissima, così come il pollo bruciato in padella. Però non so se i tuoi suoceri apprezzeranno…»

Gira le chiappe e va di là, sogghignando come Muttley, il cane del barone rosso.

È vero, ognuno ha la famiglia che si merita, ma la domanda importante è: che cosa cucino?

 

 

Le gioie del diventare madre da giovane

A ventidue anni, quando ho visto il test di gravidanza positivo, mi è preso un colpo. Il colpo è nato di 3300 grammi, un giorno di 14 anni fa e adesso mi stressa perché non vede l’ora di comprarsi un motorino.

Adesso, con 14 anni di esperienza come madre e 36 anni dichiarati sui documenti, posso stilare una lista di benefici che, ai tempi del colpo, non avevo previsto.

[La maternità è sempre un colpo. Lungi da me propinarvi la lezioncina sulla genitorialità. Volete figli? Figliate. Non volete figli? Non figliate. Avrete le vostre valide e sacrosante ragioni.

Ah, è un post ironico. Se volete sfogare livore o elargire consigli di vita non richiesti andate altrove.]

INFANZIA

La maestra dell’asilo non ti sgrida se arrivi a prenderlo in ritardo

Ti guarda benevola e non si irrita con te, come invece hai visto fare con la mamma di Luca. Non ti dice niente perché ci mette almeno un trimestre a convincersi che sei davvero tu, la mamma della creatura, e non sei la sorella grande a cui è stato affidato mentre i genitori sono a lavorare. In questi mesi guadagnati, ce la farai a regolare il ritmo. Foss’altro a ricordarti di impostare le sveglie con l’orario di uscita da scuola.

Sei giovane, imparerai

Se il mostrino non ha i vestiti stirati o ti scordi la merenda nessuno te ne farà un colpa. Puoi approfittare della commiserazione sociale per convincere qualche nonna ad occuparsi di bucato e ferro da stiro. Io, con il tempo guadagnato, sono riuscita a laurearmi in tempo.

ADOLESCENZA

È tua sorella? (Reloaded)

Se siete in giro insieme e tu sei vestita casual, ti scambieranno di nuovo per la sorella. Solo che a 30 anni, sentirti chiamare “ragazzina”, inizia ad esercitare un fascino quasi mistico.

Che schifo, una milf!

Se siete in giro insieme, lui è maschio e tu sei vestita in modo stiloso/elegante/non da centro sociale ti scambieranno per la milf di turno, ti guarderanno male, commenteranno alle tue spalle, tireranno in ballo pure Macron e consorte. Ma arriverà il tuo momento di gloria e sarà quando lui ti chiamerà “Mamma” davanti al nugolo di vipere che saranno incenerite dal tuo sguardo beffardo e acido.

Vi odio tutti

La sua adolescenza non sarà un rompicapo. Lui combatte con brufoli, ormoni e conflitti intergenerazionali con i genitori. Tu pure.

Fedez chi?

Vi piacciono le stesse canzoni e avete molti interessi in comune. L’adolescente è al passo coi tempi, tu arranchi, ma non molli. Nemmeno di fronte al barista che, imperterrito, ti chiama “Signora” se lasci l’ombrello appoggiato al bancone.

I cornetti caldi li compri tu

Se rientra tardi non è un problema. Tanto sei in giro anche tu. Basta che l’ultimo chiuda la porta e pisci il cane prima di andare a dormire.

La badanza è una danza

E poi un pensiero, soprattutto, mi dona gioia. Una speranza che illumina di positività questo presente fatto di precariato e incertezza previdenziale. Quando io avrò 90 anni, mio figlio ne avrà 70. Sai che risparmio quando condivideremo il costo della badante?!

Qui, in un autoscatto serio. 2011

La mamma è lesbica – coming out con i miei figli e sviluppi

Ecco come l’ho detto ai miei figli. Così. Quattro parole che, in quel momento, pesavano più di una montagna.

Per mesi avevo pensato a quando fare coming out con loro e a come farlo. Nella mia testa rotolavano parole e frasi, immaginavo il mio discorso e più volte lo cambiavo, cercavo di prevedere la loro possibile reazione e, sempre, un pugno allo stomaco mi costringeva al silenzio. Ad ogni giorno che finiva senza che io avessi concluso niente, continuando a trascinare me e loro nella ripetizione di una realtà falsata, mi sentivo un verme appeso all’amo. Un teatrino che mi costringeva ad indossare una maschera così pesante da schiacciare il cuore e il respiro.

Poi quel momento è arrivato. Era un pomeriggio di primavera. Brita aveva un paio di anni e Ari otto. Giuseppe era appena tornato dal lavoro. Io ho sentito una spinta interiore a vuotare il sacco. Un calcio nel sedere dell’anima. E così ho chiesto a lui di affrontare insieme il tema della nostra imminente separazione e comunicarla ai bimbi. Ari è rimasto sorpreso e preoccupato e ci ha domandato il motivo, dato che non aveva percepito tensioni tra me e il padre. Così gli ho risposto con semplicità: “Amore, ci separiamo perché a mamma piacciono le donne”. È rimasto in silenzio, dubbioso, al che ho aggiunto: “Eh, come vedi papà non è esattamente una bella donna!”. E lì ci siamo messi a ridere e la morsa allo stomaco si è allentata.

Abbiamo proseguito chiarendo che saremmo stati i suoi genitori per sempre e che si sarebbero verificati dei cambiamenti, ma che li avremmo affrontati insieme. Lo abbiamo rassicurato che poteva dirci tutto quello che pensava o lo preoccupava e che noi lo avremmo sostenuto.

Nei mesi seguenti abbiamo affrontato momenti difficili, di silenzio e incomprensioni tra Giuseppe e me, ma mai abbiamo smesso di collaborare per il bene dei bambini. Per un po’ abbiamo continuato a coabitare, il che ha permesso loro di abituarsi al cambiamento con gradualità. L’anno successivo lui ha cambiato casa, il che è stato utile a mettere quella distanza necessaria quando un rapporto si chiude. Poi, per necessità economiche, logistiche – e dato che il rapporto tra lui e me ormai lo consentiva – abbiamo deciso di tornare a vivere nella nostra vecchia casa. Per fortuna abbiamo quattro camere da letto e a nessuno è toccato il divano.

Nel frattempo i bambini crescevano e anche noi adulti aggiustavamo il tiro. Tra alti e bassi, errori e successi, abbiamo imparato ad essere famiglia senza più essere due amanti, abbiamo trasformato l’amore di coppia in qualcosa di diverso, ma non meno forte. Siamo stati bravi e determinati, perché ci abbiamo lavorato con impegno e tenacia senza mai dimenticare che i bambini e il loro benessere andavano tutelati. Abbiamo commesso errori e li abbiamo riparati, senza mai smettere di confrontarci tra di noi e con loro. I bambini hanno conosciuto le donne che ho frequentato e hanno imparato che trovare la persona giusta non è facile, che è difficile beccarla al primo colpo, ma pure al secondo, al terzo… E che la persona giusta non la trovi, se prima non impari chi sei, chi vuoi e cosa vuoi in una relazione.

Avrei potuto tenerli all’oscuro delle mie relazioni? Sì, certo. Probabilmente, con il senno e la saggezza del poi, per certe relazioni inutili e deleterie sarebbe stato anche opportuno. Si sarebbero risparmiati di dover conoscere persone sgradevoli, meschine e che li mal tolleravano. Ho imparato che chi non ama i miei figli non ama me e a fidarmi del loro giudizio (stando attenta a non confonderlo con la gelosia). Adesso che hanno otto e quattordici anni ci ridiamo, pensando al passato e pure alla mie ex, consapevoli che tra non molto saranno loro stessi a trovare persone sbagliate e momenti sbagliati; fa parte della crescita e della vita. Ari e Brita hanno sempre apprezzato la mia schiettezza e la mia trasparenza nei loro confronti, si sono sentiti coinvolti e non solo soggetti passivi sballottati da manovre incomprensibili. Sia io che Giuseppe siamo stati solidi con loro, senza tutta via nascondere la nostra fragilità.

Forse avrei potuto fare meglio, di sicuro avrei potuto fare peggio. Non so dirvi se un domani i miei figli dovranno spendere un patrimonio per pagare un terapeuta, ma al momento sono il ritratto dell’equilibrio e della serenità, perché anche nei momenti difficili si sono sentiti protetti e considerati.

[DISCLAIMER: Questa è la MIA storia, non è un modello universalmente riconosciuto, non ha validità scientifica, non è un consiglio, non è l’incipit del manuale sul “Coming Out Perfetto”, forse Piero Angela non ci avrebbe realizzato una puntata di Superquark. Ogni situazione è a sé. Ognuno ha i propri tempi e i propri modi. Cercate i vostri, ascoltate voi e i vostri figli. E, soprattutto, ricordatevi che il diritto alla serenità e all’autenticità è il regalo più bello che possiamo fare a noi stessi e a chi ci sta vicino]

Una serie di sfortunati avvenimenti

Metti un giorno festivo, tipo chessò, Pasqua. Un giorno festivo in cui non ci sono Giuseppe e Ariele, i maschi Alfa&Beta (scegliete chi è cosa) della nostra famiglia.

[Sono contraria, lo sapete, alla stereotipizzazione dei ruoli – ma lo ripeto perché tra i miei amabili lettori ci sono anche dei pignainculo che devono sempre puntualizzare ovvietà – qui tutti fanno tutto senza pensare se è un lavoro da femmina o da maschio. Solo che io odio sporcarmi le mani, scheggiarmi le unghie e, fondamentalmente, faticare. Potessi, godrei di un nutrito gruppo di dipendenti cui delegare le incombenze domestiche. Sono ricca dentro, ma non dentro il portafoglio. Quindi mi arrangio. Con risultati discutibili, quando si tratta di lavoretti.]

Dicevo.

È Pasqua. Giuseppe è a festeggiare dai suoi genitori con i ragazzini. Manu e io a casa. Decidiamo che Pasqua è un bel momento per le pulizie. Iniziamo dal frigo, mentre lei lo svuota io trascino il tappeto in giardino e, dopo averlo ben insaponato e sfregato, aprendo il rubinetto mi accorgo che dal tubo proviene solo un brontolio sordo. Dovete sapere che qui l’acqua domestica arriva da una pompa che attinge da un pozzo sotterraneo. Se la pompa non va, non c’è acqua né per annaffiare il prato, né per il tappeto e nemmeno per sciacquettarsi le pudenda.

Come un bravo scolaretto eseguo i controlli di routine: ricarico pompa – silenzio, schiaccio restart – silenzio, vado dentro casa, smonto una prolunga, la attacco ad un’altra presa, inserisco la spina della pompa – silenzio. Silenzio della pompa, perché io invoco tutte le divinità note e meno note di religioni varie. M’illumino d’immenso. Sarà la spina? Busso al vicino ed espongo la mia teoria e le prove tecniche effettuate, lui si emoziona quasi – evidentemente la mia bionditudine interna esala anche all’esterno e crea stupore che io conosca i numeri delle chiavi inglesi, per dire  – e passa nel mio giardino munito di borsetta da elettricista. Smonta la spina, la rimonta, la rinfiliamo nella presa. Silenzio. Della pompa, sempre, perché pure il vicino impreca. “Ma sei sicura che è la spina della pompa”? dice lui “Come no” dico io. E a riprova mi chino a tirare il filo che esce dal muretto sotto il lavandino. Il display sulla lavatrice si spegne, come per incanto. “Ops, mi sa che era la spina sbagliata” dico io “Eh, mi sa di sì” dice lui. E smonta quella giusta a cui, effettivamente, si era staccato il filetto blu e non faceva contatto. Insomma, la pompa riparte, l’acqua ritorna. Noi finiamo le pulizie e ci godiamo pure la doccia più consapevole della nostra esistenza.

Dopo la doccia decidiamo che sì, la vita merita di non essere sprecata nel tedio ma vissuta con intensità. Allorché ci sediamo sul divano per vederci serie random su Netflix finché non tornano gli altri abitanti de La Comune. “Amò, hai rimesso la prolunga della televisione?” dice lei “Certo, Amò” dico io. Ma la televisione non dà segno di vita. Schiaccio l’interruttore della luce. Niente. Vado al pannello elettrico. Niente, tutti i pirulini belli sull’attenti. “Amò, ma che hai attaccato la lavatrice in contemporanea con la lavastoviglie?” dice lei “Può esse’” dico io. E mi dirigo fuori per attaccare il contatore.

Il nostro contatore è incassato nel muro e protetto da una porticina che si apre con una chiavina. Ma è rotta. Da tipo sei anni. Infatti non lo chiudiamo mai. Ma adesso è chiuso. E la chiave non gira. E non si apre. E siamo senza elettricità. E Giuseppe non farà ritorno prima di quattro ore. Lo chiamo al telefono. “Giuseppe, ma che hai chiuso la porticina del contatore con la chiavina?” dico io “E certo, poi ci piove dentro” dice lui che aspetta l’arrivo dei monsoni estivi. Dopo aver invocato un altro paio di divinità, vado a cercare degli attrezzi per tentare di aprirla. Qui gli attrezzi vivono un po’ ovunque. Inutile chiedere ai due maschi Alfa&Beta di riporli con ordine. Si sentono già degli eroi perché fanno pipì e rimettono giù la tavoletta. Insomma, ve la faccio breve, che questo post mi sta sfuggendo di mano. La chiavetta si spezza. Con arnesi di dubbio utilizzo estraiamo il cilindro della serratura, proviamo a scassinarla sui quattro lati, ma niente. La stronza non si apre. Mentre sto per andare a prendere l’accetta da legna, ecco che esce il vicino.

Ci guarda sardonico, ci consiglia una benedizione, porta la sua cassetta degli attrezzi e inizia ad armeggiare per forzarla. Nel frattempo tornano anche Brita e i due maschi Alfa&Beta, che prendono in mano la situazione, scalzando il vicino. Ma nessuno riesce ad aprire il vano contatore per un’altra mezz’ora. Dopo innumerevoli invocazioni propiziatorie e una serie di botte con cacciaviti e martello, i cardini cedono e la maledetta porticina si apre, concedendoci la possibilità di attaccare la corrente.

Entriamo in casa e io pesto una cacca di Iole Topocane, che evidentemente voleva manifestare il suo gradimento per la giornata appena trascorsa.

[Vi siete rilassat* durante le vacanze?]

 

Ti tiro un pacco

Qui a La Comune c’è sempre un bel via vai di pacchi in consegna. Siamo tre adulti che, per esigenze diverse, comprano parecchio online (DISCLAIMER: questa è una frase paracula che vuole mascherare il mio essere shopaholic).

I corrieri delle varie ditte ci conoscono e hanno smesso di essere confusi dalla sfilza di nomi e cognomi sul campanello e anche di domandarsi perché principalmente ritiro sempre io i pacchi, a prescindere da chi sia il destinatario della spedizione. La postina ha avuto un leggero spaesamento quando ha chiesto a Manu se fosse lei la moglie di Giuseppe e si è sentita rispondere un evasivo “No, ma vivo qui.”

Quando non trovano nessuno in casa, bussano ai vicini, soprattutto a quella che da mesi sta impazzendo per capire chi abita qui e quando. Nel ritiro dell’ultimo pacco si è qualificata come “zia – custode” e mi ha rincorso, in uno dei nei miei pit stop a casa alla Fast&Furious, per lanciarmelo attraverso il finestrino.

Quando non c’è nemmeno lei la situazione diventa una buffa caccia al tesoro. A volte mollano i pacchi incastrandoli nella grata della porta, a volte li nascondono nel giardino comune, dopo avermi mandato un sms per darmi qualche indizio su dove trovarli. Mai troppi, per carità, che magari poi qualche ladro si ruba il mio stock di mutande di Zalando. Nell’ultima ricerca ho anche ritrovato un portachiavi che avevo perso due anni fa.

Ma quello che sto per raccontarvi vince il Premio Corriere Merda.

È andata così. Dato che tra un mesetto è il compleanno di Brita, Giuseppe, Manu ed io abbiamo deciso di regalarle un orologio. Ne abbiamo trovato uno bellissimo, viola con gli unicorni e lo abbiamo acquistato direttamente dal sito del brand. Tutto bene. Mi arriva la mail di spedizione e di avviso di consegna. Perfetto. Tranne per il fatto che io non ci sono quando il corriere arriva. Una volta a casa, trovo un foglietto in fondo alla buca delle lettere. È del corriere che mi avvisa che il pacco è dentro il porta ombrelli. In preda all’ansia estraggo due ombrelli gocciolanti, un bastone da passeggio, un cacciavite arrugginito, due mozziconi di sigaretta di qualche stronzo di passaggio e la busta contente l’orologio. Peccato che il tutto fosse immerso in mezzo metro d’acqua putrida e rugginosa. Apro la busta ed escono almeno due litri di acqua del Gange in piena. Ormai poco speranzosa, apro anche la scatola dell’orologio, che infatti ha il cinturino rovinato dall’ammollo e i manuali cartacei che ormai sono buoni per il bidone dell’umido.

Scrivo al brand spiegando l’accaduto e mi dicono che manderanno un corriere a ritirare l’orologio incidentato e ne invieranno uno nuovo. Bene. Io soddisfatta, anche se dispiaciuta per il povero corriere che forse sarà cazziato. Trascorro i giorni dell’attesa tormentata da questo sottile senso di colpa e finalmente arriva il giorno della consegna. Arrivo a casa e cosa trovo nella cassetta delle lettere? Lo stesso foglietto, dello stesso corriere, che mi avvisa che il pacco è nel porta ombrelli.

Fortuna vuole che stavolta l’avessi svuotato dall’acqua stagnante e che fosse stata una settimana priva di precipitazioni. L’orologio era salvo.

Ma.

Ma a te, corriere, come ti viene in mente? Io lo so che è un lavoro infame. Credimi che lo so. Che avete orari folli e poco tempo per le consegne. Giuro che lo so.

Ma tu, corriere, mi stai perculando, vero?!

[Ora poi sarei curiosa di sapere quali sono i posti più assurdi in cui i corrieri vi lasciano i pacchi.]

pacco

Illustrazione di Manuela Amerio

 

Lezioni di vita da una camelia

L’anno scorso ho ereditato una camelia da una zia che non c’è più. Non sono mai stata un’appassionata di piante e fiori, ho sempre guardato il mondo vegetale con rispetto e riverenza, ma non me ne sono mai interessata. Anzi, il mio cervello aveva sempre fatto una discreta fatica a comprendere chi dedicava tempo ed energia a vegetali non edibili. Insomma, il coltivare l’insalata mi pareva più sensato che annaffiare le petunie. E, a dirla tutta, mi veniva da considerarlo un passatempo da nobili signore con molto tempo da strappare alla noia e paffute vecchiette in pensione.

Per me, quindi, è del tutto inspiegabile come questa pianta sia riuscita a sgretolare tutti i miei pregiudizi fin dalla prima volta che l’ho vista. Non era particolarmente bella, anzi. Negli ultimi tempi la zia era molto malata e la camelia recava su di sé tutti i segni dell’incuria. L’ho protetta dal freddo dell’inverno e un paio di mesi fa l’ho rinvasata con nuovo terriccio e annaffiata con regolarità. Mi sentivo soddisfatta di me e in pace con la coscienza, per aver svolto il mio lavoro di accudimento.

Qualche giorno fa ci sono passata davanti, tenevo in mano il cestone della biancheria da stendere ed ero, come sempre, di corsa e trafelata. Mi è caduto lo sguardo sulle foglie e le ho viste marroncine ed accartocciate. Ho posato la cesta e mi sono avvicinata per guardare meglio. Purtroppo le foglie screziate di marrone erano parecchie e la pianta non pareva godere di buona salute. Mi sono intristita. Era l’ennesima conferma che finisco per distruggere tutto. Ho avuto altre piante, in passato, ma sono morte tutte. O eccedevo con l’acqua, pensando soffrissero la sete – con il risultato di affogarle e farle marcire – o me ne dimenticavo, occupandomene distrattamente e finendo per cercare un salvataggio in extremis che, manco a dirlo, non funzionava.

Mi sono seduta sul prato accanto all’alberello e ho pensato a quale soluzione potessi mai escogitare mentre cercavo su Google qualche risposta confortante. Esattamente come accade quando si cercano pareri medici, il responso dell’oracolo digitale, era variegato: funghi, parassiti, eccesso di acqua, penuria di acqua, terriccio sbagliato, troppo sole, troppa ombra, radiazioni nucleari e temperatura del forno troppo elevata.

Così mi è venuto in mente di provare a fare una cosa che non avevo mai fatto prima: chiedere aiuto a chi poteva saperne qualcosa. Chiedere aiuto proprio non è nelle mie corde, mi sale una fatica esistenziale cosmica e non per spocchia, ma proprio per vergogna e reticenza, in genere desisto.

Dopo aver consultato una persona esperta (grazie Erica) ho capito che la povera camelia era attaccata da un fungo e pativa di essere finita nel terriccio sbagliato. Non solo. La camelia è un’acidofila e necessita di terriccio apposito che non deve essere troppo pressato, ma mescolato con palline di argilla espansa che lo arieggino; l’esposizione non deve essere né in pieno sole, né in una zona troppo ombreggiata. A questo punto, mi sono spiegata anche la mia inattesa simpatia nei suoi confronti, le affinità tra me e la pianta mi sembrano evidenti.

Dopo aver eseguito le istruzioni, la situazione adesso sembra migliorata.

Cosa ho imparato? Che nella cura è necessario trovare un equilibrio, non si deve eccedere, bisogna lascia respirare l’altr* e non affogarl*  per poi demotivarsi e lasciarl* lì a seccare nell’incuria e che bisogna imparare a decifrare le necessità altrui, al di là delle nostre idee preconcette.

E poi ho imparato pure che il negozio di bricolage e giardinaggio, dove ho acquistato tutto il necessario, è pieno di lesbiche.

Così, per dire.

 

 

 

Fortuna una cippa

Vi capita mai di fissarvi su qualcosa e, inevitabilmente, centrare l’attenzione solo su quello? A me spesso. Quando ero incinta vedevo in giro solo donne panza munite, da quando ho una macchina blu cobalto vedo in giro solo auto di quel colore. Ultimamente ho fatto caso al numero di volte in cui mi si dice che sono molto fortunata: ho un ex marito adorabile, una fidanzata ineccepibile, due figli brillanti e simpatici, una professione densa di soddisfazioni e di trasferte emozionanti che mi lascia, però, tempo per passeggiare sul fiume con i miei figli e leggere con loro libri istruttivi. Allora ho provato a guardare la mia vita dall’esterno, per capire quanto fosse grande quel divario tra la mia vita e la percezione che si ha di essa dall’esterno.

La conclusione è che – tranne che per i lettori e le lettrici attente, che si sciroppano ogni post che scrivo sul blog da tre anni e mezzo – io sembro davvero baciata dalla buona sorte.

Tutte cagate. La buona sorte la ringrazio per la salute. Già, perché tutto il resto, oltre a non essere esattamente come appare, me lo sono costruito, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, con sudore, fatica, impegno e molti sacrifici.

Sui social non condivido le foto delle nottate in cui non riesco a dormire e piango mentre scrivo sul quaderno degli sfoghi, né i vaffanculi che a volte ci urliamo da un piano all’altro io e Giuseppe. Non troverete gli screenshot dei messaggi rabbiosi tra Manu e me (litigare a distanza via chat dovrebbe essere inserito tra le pratiche di tortura moderna), non vedrete un video con le bizze di Margherita, non assisterete agli sbalzi di umore dell’Adolescente di casa, né tanto meno sentirete le telefonate tese con i miei genitori.

La mia giornata tipo, tipicamente non esiste. Quello che so è che rimbalzo senza sosta da un lavoro all’altro, da una corsa al supermercato all’accudimento dei figli, da una visita di controllo pediatrica a una dal veterinario o dal meccanico; salto da un treno a un passaggio su bla bla car, a volte dimentico persino in quale stazione di quale città ho lasciato parcheggiata la macchina. Sono talmente esaurita che ho alert impostati sul telefono che mi ricordano di bere e fare pipì. Beh, quasi; ci sto lavorando. Nemmeno nei fine settimana mi riposo, o lavoro in giro o facciocosevedogente coi ragazzi; anche la passeggiata al fiume o la merenda in giardino, la riscatto lavorando dopo cena in compagnia di abbondanti dosi di caffeina e teina. Giuseppe ed io ogni domenica sera pianifichiamo l’agenda settimanale per far sì che i carichi siano equamente divisi.

Tutto si fa, tutto è possibile. Non ho mai ascoltato le voci di chi mi diceva che avrei dovuto lasciar perdere, che mi sarei dovuta adeguare a non correre dietro ai sogni. Ma la loro realizzazione, che sia nei rapporti familiari, sentimentali o nel lavoro, è solo il frutto del mazzo quadro che mi faccio da che ho memoria.

Sono riuscita, in questi anni, a costruirmi una professionalità che mi ha permesso di vivere di ciò che amo, di trovare tempo per costruire un rapporto di qualità con i miei figli, pur avendo dovuto rinunciare a un ottimo stipendio e un lavoro sicuro. Con Giuseppe, per costruire il rapporto bello e di affetto sincero che abbiamo adesso, abbiamo attraversato diversi inferni paludosi, periodi di conflitti e incomprensioni. Abbiamo fatto delle scelte. Ho fatto delle scelte. Se mi guardo indietro sono fiera di dove sono arrivata e di come ci sono arrivata; ho realizzato me stessa non grazie alle persone che si sarebbero dovute prendere cura di me, ma nonostante loro.

Sono felice? Sì, tanto. Con tutti i momenti di scoramento che mi ricordano che sono umana e quindi fallace, con tutto il mio zainetto di casini, errori, ferimenti miei e altrui, con la mia irrequietezza che mi porta a cercare la realizzazione dei progetti, con la mia smania di conoscere e imparare, con le mie esternazioni dirompenti.

Quindi no, non mi dite che sono fortunata. Pensatemi come un criceto che, scappato dalla gabbia, cerca di non finire in bocca al gatto e intanto cerca di essere felice.

Eppure M’Arzo

A volte mi sento un criceto. Corro su una ruota invisibile fino a stramazzare, pur rimanendo grassa.  Un mese di Marzo così frenetico in cui avrei avuto bisogno di una controfigura, due cloni, un esercito di badanti, tre segretarie, una servitù faraonica e una fatina che esaudisse almeno tre desideri senza emettermi fattura. Sogno una carne sintetica, nuovi attributi e un microchip emozionale, occhi bionici più adrenalina, sensori e ciberbenetica neurale (grazie, Subsonica).

Sto eseguendo diverse visite mediche di controllo, dato che latitavo da un po’ e necessitavo di tagliandi a svariate parti del corpo, mi sono messa a dieta, sto seguendo il mio romanzo che è nell’ultimo periodo di gestazione, i laboratori di Scrittura Nuda, consulenze sparse, le docenze del Master, l’insegnamento al liceo, i bambini da compitare e sportivizzare, il cane da pisciare, il frigo da riempire, la casa da pulire, il giardino da giardinare. Non sono figa. Sono esaurita.

L’ora legale mi offre molte più ore d’ansia per chiedermi com’è possibile ch’io non riesca ad arrivare a svolgere i punti delle liste che ormai mi perseguitano anche in fase onirica, per la gioia della mia terapeuta. Queste giornate infinite mi prostrano, mi donano l’illusione di avere più energia di quanta ne possegga in realtà; arrivo all’ora di cena talmente malconcia che solo una doppia dose di carboidrati potrebbe consolarmi. Invece mi tocca il duo verdure a piacere e proteina. Maledetta dieta.

Ieri sera ho implorato Ari che portasse fuori Iole che m’implorava la passeggiatina propedeutica alla minzione serale. Fosse possibile, delegherei anche le mie, di minzioni, per rosicchiare tempo. Mi sento la vitalità di una centenaria che zoppica (mi si è infiammato anche il nervo sciatico) e questo mese ho speso più in visite mediche e farmaci che in libri.

Scorro Facebook e scopro che siete tutti felici per l’ora legale e per la bella stagione, che la luce solare vi attiva l’ormone, quando i miei, invece, devono essere svenuti in qualche angolo, roba che nemmeno se apparisse Angelina Jolie, mi riprenderei. (Beh, forse).

Qual è il vostro segreto, quale?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: