Una serie di sfortunati avvenimenti

Metti un giorno festivo, tipo chessò, Pasqua. Un giorno festivo in cui non ci sono Giuseppe e Ariele, i maschi Alfa&Beta (scegliete chi è cosa) della nostra famiglia.

[Sono contraria, lo sapete, alla stereotipizzazione dei ruoli – ma lo ripeto perché tra i miei amabili lettori ci sono anche dei pignainculo che devono sempre puntualizzare ovvietà – qui tutti fanno tutto senza pensare se è un lavoro da femmina o da maschio. Solo che io odio sporcarmi le mani, scheggiarmi le unghie e, fondamentalmente, faticare. Potessi, godrei di un nutrito gruppo di dipendenti cui delegare le incombenze domestiche. Sono ricca dentro, ma non dentro il portafoglio. Quindi mi arrangio. Con risultati discutibili, quando si tratta di lavoretti.]

Dicevo.

È Pasqua. Giuseppe è a festeggiare dai suoi genitori con i ragazzini. Manu e io a casa. Decidiamo che Pasqua è un bel momento per le pulizie. Iniziamo dal frigo, mentre lei lo svuota io trascino il tappeto in giardino e, dopo averlo ben insaponato e sfregato, aprendo il rubinetto mi accorgo che dal tubo proviene solo un brontolio sordo. Dovete sapere che qui l’acqua domestica arriva da una pompa che attinge da un pozzo sotterraneo. Se la pompa non va, non c’è acqua né per annaffiare il prato, né per il tappeto e nemmeno per sciacquettarsi le pudenda.

Come un bravo scolaretto eseguo i controlli di routine: ricarico pompa – silenzio, schiaccio restart – silenzio, vado dentro casa, smonto una prolunga, la attacco ad un’altra presa, inserisco la spina della pompa – silenzio. Silenzio della pompa, perché io invoco tutte le divinità note e meno note di religioni varie. M’illumino d’immenso. Sarà la spina? Busso al vicino ed espongo la mia teoria e le prove tecniche effettuate, lui si emoziona quasi – evidentemente la mia bionditudine interna esala anche all’esterno e crea stupore che io conosca i numeri delle chiavi inglesi, per dire  – e passa nel mio giardino munito di borsetta da elettricista. Smonta la spina, la rimonta, la rinfiliamo nella presa. Silenzio. Della pompa, sempre, perché pure il vicino impreca. “Ma sei sicura che è la spina della pompa”? dice lui “Come no” dico io. E a riprova mi chino a tirare il filo che esce dal muretto sotto il lavandino. Il display sulla lavatrice si spegne, come per incanto. “Ops, mi sa che era la spina sbagliata” dico io “Eh, mi sa di sì” dice lui. E smonta quella giusta a cui, effettivamente, si era staccato il filetto blu e non faceva contatto. Insomma, la pompa riparte, l’acqua ritorna. Noi finiamo le pulizie e ci godiamo pure la doccia più consapevole della nostra esistenza.

Dopo la doccia decidiamo che sì, la vita merita di non essere sprecata nel tedio ma vissuta con intensità. Allorché ci sediamo sul divano per vederci serie random su Netflix finché non tornano gli altri abitanti de La Comune. “Amò, hai rimesso la prolunga della televisione?” dice lei “Certo, Amò” dico io. Ma la televisione non dà segno di vita. Schiaccio l’interruttore della luce. Niente. Vado al pannello elettrico. Niente, tutti i pirulini belli sull’attenti. “Amò, ma che hai attaccato la lavatrice in contemporanea con la lavastoviglie?” dice lei “Può esse’” dico io. E mi dirigo fuori per attaccare il contatore.

Il nostro contatore è incassato nel muro e protetto da una porticina che si apre con una chiavina. Ma è rotta. Da tipo sei anni. Infatti non lo chiudiamo mai. Ma adesso è chiuso. E la chiave non gira. E non si apre. E siamo senza elettricità. E Giuseppe non farà ritorno prima di quattro ore. Lo chiamo al telefono. “Giuseppe, ma che hai chiuso la porticina del contatore con la chiavina?” dico io “E certo, poi ci piove dentro” dice lui che aspetta l’arrivo dei monsoni estivi. Dopo aver invocato un altro paio di divinità, vado a cercare degli attrezzi per tentare di aprirla. Qui gli attrezzi vivono un po’ ovunque. Inutile chiedere ai due maschi Alfa&Beta di riporli con ordine. Si sentono già degli eroi perché fanno pipì e rimettono giù la tavoletta. Insomma, ve la faccio breve, che questo post mi sta sfuggendo di mano. La chiavetta si spezza. Con arnesi di dubbio utilizzo estraiamo il cilindro della serratura, proviamo a scassinarla sui quattro lati, ma niente. La stronza non si apre. Mentre sto per andare a prendere l’accetta da legna, ecco che esce il vicino.

Ci guarda sardonico, ci consiglia una benedizione, porta la sua cassetta degli attrezzi e inizia ad armeggiare per forzarla. Nel frattempo tornano anche Brita e i due maschi Alfa&Beta, che prendono in mano la situazione, scalzando il vicino. Ma nessuno riesce ad aprire il vano contatore per un’altra mezz’ora. Dopo innumerevoli invocazioni propiziatorie e una serie di botte con cacciaviti e martello, i cardini cedono e la maledetta porticina si apre, concedendoci la possibilità di attaccare la corrente.

Entriamo in casa e io pesto una cacca di Iole Topocane, che evidentemente voleva manifestare il suo gradimento per la giornata appena trascorsa.

[Vi siete rilassat* durante le vacanze?]

 

Ti tiro un pacco

Qui a La Comune c’è sempre un bel via vai di pacchi in consegna. Siamo tre adulti che, per esigenze diverse, comprano parecchio online (DISCLAIMER: questa è una frase paracula che vuole mascherare il mio essere shopaholic).

I corrieri delle varie ditte ci conoscono e hanno smesso di essere confusi dalla sfilza di nomi e cognomi sul campanello e anche di domandarsi perché principalmente ritiro sempre io i pacchi, a prescindere da chi sia il destinatario della spedizione. La postina ha avuto un leggero spaesamento quando ha chiesto a Manu se fosse lei la moglie di Giuseppe e si è sentita rispondere un evasivo “No, ma vivo qui.”

Quando non trovano nessuno in casa, bussano ai vicini, soprattutto a quella che da mesi sta impazzendo per capire chi abita qui e quando. Nel ritiro dell’ultimo pacco si è qualificata come “zia – custode” e mi ha rincorso, in uno dei nei miei pit stop a casa alla Fast&Furious, per lanciarmelo attraverso il finestrino.

Quando non c’è nemmeno lei la situazione diventa una buffa caccia al tesoro. A volte mollano i pacchi incastrandoli nella grata della porta, a volte li nascondono nel giardino comune, dopo avermi mandato un sms per darmi qualche indizio su dove trovarli. Mai troppi, per carità, che magari poi qualche ladro si ruba il mio stock di mutande di Zalando. Nell’ultima ricerca ho anche ritrovato un portachiavi che avevo perso due anni fa.

Ma quello che sto per raccontarvi vince il Premio Corriere Merda.

È andata così. Dato che tra un mesetto è il compleanno di Brita, Giuseppe, Manu ed io abbiamo deciso di regalarle un orologio. Ne abbiamo trovato uno bellissimo, viola con gli unicorni e lo abbiamo acquistato direttamente dal sito del brand. Tutto bene. Mi arriva la mail di spedizione e di avviso di consegna. Perfetto. Tranne per il fatto che io non ci sono quando il corriere arriva. Una volta a casa, trovo un foglietto in fondo alla buca delle lettere. È del corriere che mi avvisa che il pacco è dentro il porta ombrelli. In preda all’ansia estraggo due ombrelli gocciolanti, un bastone da passeggio, un cacciavite arrugginito, due mozziconi di sigaretta di qualche stronzo di passaggio e la busta contente l’orologio. Peccato che il tutto fosse immerso in mezzo metro d’acqua putrida e rugginosa. Apro la busta ed escono almeno due litri di acqua del Gange in piena. Ormai poco speranzosa, apro anche la scatola dell’orologio, che infatti ha il cinturino rovinato dall’ammollo e i manuali cartacei che ormai sono buoni per il bidone dell’umido.

Scrivo al brand spiegando l’accaduto e mi dicono che manderanno un corriere a ritirare l’orologio incidentato e ne invieranno uno nuovo. Bene. Io soddisfatta, anche se dispiaciuta per il povero corriere che forse sarà cazziato. Trascorro i giorni dell’attesa tormentata da questo sottile senso di colpa e finalmente arriva il giorno della consegna. Arrivo a casa e cosa trovo nella cassetta delle lettere? Lo stesso foglietto, dello stesso corriere, che mi avvisa che il pacco è nel porta ombrelli.

Fortuna vuole che stavolta l’avessi svuotato dall’acqua stagnante e che fosse stata una settimana priva di precipitazioni. L’orologio era salvo.

Ma.

Ma a te, corriere, come ti viene in mente? Io lo so che è un lavoro infame. Credimi che lo so. Che avete orari folli e poco tempo per le consegne. Giuro che lo so.

Ma tu, corriere, mi stai perculando, vero?!

[Ora poi sarei curiosa di sapere quali sono i posti più assurdi in cui i corrieri vi lasciano i pacchi.]

pacco

Illustrazione di Manuela Amerio

 

Lezioni di vita da una camelia

L’anno scorso ho ereditato una camelia da una zia che non c’è più. Non sono mai stata un’appassionata di piante e fiori, ho sempre guardato il mondo vegetale con rispetto e riverenza, ma non me ne sono mai interessata. Anzi, il mio cervello aveva sempre fatto una discreta fatica a comprendere chi dedicava tempo ed energia a vegetali non edibili. Insomma, il coltivare l’insalata mi pareva più sensato che annaffiare le petunie. E, a dirla tutta, mi veniva da considerarlo un passatempo da nobili signore con molto tempo da strappare alla noia e paffute vecchiette in pensione.

Per me, quindi, è del tutto inspiegabile come questa pianta sia riuscita a sgretolare tutti i miei pregiudizi fin dalla prima volta che l’ho vista. Non era particolarmente bella, anzi. Negli ultimi tempi la zia era molto malata e la camelia recava su di sé tutti i segni dell’incuria. L’ho protetta dal freddo dell’inverno e un paio di mesi fa l’ho rinvasata con nuovo terriccio e annaffiata con regolarità. Mi sentivo soddisfatta di me e in pace con la coscienza, per aver svolto il mio lavoro di accudimento.

Qualche giorno fa ci sono passata davanti, tenevo in mano il cestone della biancheria da stendere ed ero, come sempre, di corsa e trafelata. Mi è caduto lo sguardo sulle foglie e le ho viste marroncine ed accartocciate. Ho posato la cesta e mi sono avvicinata per guardare meglio. Purtroppo le foglie screziate di marrone erano parecchie e la pianta non pareva godere di buona salute. Mi sono intristita. Era l’ennesima conferma che finisco per distruggere tutto. Ho avuto altre piante, in passato, ma sono morte tutte. O eccedevo con l’acqua, pensando soffrissero la sete – con il risultato di affogarle e farle marcire – o me ne dimenticavo, occupandomene distrattamente e finendo per cercare un salvataggio in extremis che, manco a dirlo, non funzionava.

Mi sono seduta sul prato accanto all’alberello e ho pensato a quale soluzione potessi mai escogitare mentre cercavo su Google qualche risposta confortante. Esattamente come accade quando si cercano pareri medici, il responso dell’oracolo digitale, era variegato: funghi, parassiti, eccesso di acqua, penuria di acqua, terriccio sbagliato, troppo sole, troppa ombra, radiazioni nucleari e temperatura del forno troppo elevata.

Così mi è venuto in mente di provare a fare una cosa che non avevo mai fatto prima: chiedere aiuto a chi poteva saperne qualcosa. Chiedere aiuto proprio non è nelle mie corde, mi sale una fatica esistenziale cosmica e non per spocchia, ma proprio per vergogna e reticenza, in genere desisto.

Dopo aver consultato una persona esperta (grazie Erica) ho capito che la povera camelia era attaccata da un fungo e pativa di essere finita nel terriccio sbagliato. Non solo. La camelia è un’acidofila e necessita di terriccio apposito che non deve essere troppo pressato, ma mescolato con palline di argilla espansa che lo arieggino; l’esposizione non deve essere né in pieno sole, né in una zona troppo ombreggiata. A questo punto, mi sono spiegata anche la mia inattesa simpatia nei suoi confronti, le affinità tra me e la pianta mi sembrano evidenti.

Dopo aver eseguito le istruzioni, la situazione adesso sembra migliorata.

Cosa ho imparato? Che nella cura è necessario trovare un equilibrio, non si deve eccedere, bisogna lascia respirare l’altr* e non affogarl*  per poi demotivarsi e lasciarl* lì a seccare nell’incuria e che bisogna imparare a decifrare le necessità altrui, al di là delle nostre idee preconcette.

E poi ho imparato pure che il negozio di bricolage e giardinaggio, dove ho acquistato tutto il necessario, è pieno di lesbiche.

Così, per dire.

 

 

 

Fortuna una cippa

Vi capita mai di fissarvi su qualcosa e, inevitabilmente, centrare l’attenzione solo su quello? A me spesso. Quando ero incinta vedevo in giro solo donne panza munite, da quando ho una macchina blu cobalto vedo in giro solo auto di quel colore. Ultimamente ho fatto caso al numero di volte in cui mi si dice che sono molto fortunata: ho un ex marito adorabile, una fidanzata ineccepibile, due figli brillanti e simpatici, una professione densa di soddisfazioni e di trasferte emozionanti che mi lascia, però, tempo per passeggiare sul fiume con i miei figli e leggere con loro libri istruttivi. Allora ho provato a guardare la mia vita dall’esterno, per capire quanto fosse grande quel divario tra la mia vita e la percezione che si ha di essa dall’esterno.

La conclusione è che – tranne che per i lettori e le lettrici attente, che si sciroppano ogni post che scrivo sul blog da tre anni e mezzo – io sembro davvero baciata dalla buona sorte.

Tutte cagate. La buona sorte la ringrazio per la salute. Già, perché tutto il resto, oltre a non essere esattamente come appare, me lo sono costruito, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, con sudore, fatica, impegno e molti sacrifici.

Sui social non condivido le foto delle nottate in cui non riesco a dormire e piango mentre scrivo sul quaderno degli sfoghi, né i vaffanculi che a volte ci urliamo da un piano all’altro io e Giuseppe. Non troverete gli screenshot dei messaggi rabbiosi tra Manu e me (litigare a distanza via chat dovrebbe essere inserito tra le pratiche di tortura moderna), non vedrete un video con le bizze di Margherita, non assisterete agli sbalzi di umore dell’Adolescente di casa, né tanto meno sentirete le telefonate tese con i miei genitori.

La mia giornata tipo, tipicamente non esiste. Quello che so è che rimbalzo senza sosta da un lavoro all’altro, da una corsa al supermercato all’accudimento dei figli, da una visita di controllo pediatrica a una dal veterinario o dal meccanico; salto da un treno a un passaggio su bla bla car, a volte dimentico persino in quale stazione di quale città ho lasciato parcheggiata la macchina. Sono talmente esaurita che ho alert impostati sul telefono che mi ricordano di bere e fare pipì. Beh, quasi; ci sto lavorando. Nemmeno nei fine settimana mi riposo, o lavoro in giro o facciocosevedogente coi ragazzi; anche la passeggiata al fiume o la merenda in giardino, la riscatto lavorando dopo cena in compagnia di abbondanti dosi di caffeina e teina. Giuseppe ed io ogni domenica sera pianifichiamo l’agenda settimanale per far sì che i carichi siano equamente divisi.

Tutto si fa, tutto è possibile. Non ho mai ascoltato le voci di chi mi diceva che avrei dovuto lasciar perdere, che mi sarei dovuta adeguare a non correre dietro ai sogni. Ma la loro realizzazione, che sia nei rapporti familiari, sentimentali o nel lavoro, è solo il frutto del mazzo quadro che mi faccio da che ho memoria.

Sono riuscita, in questi anni, a costruirmi una professionalità che mi ha permesso di vivere di ciò che amo, di trovare tempo per costruire un rapporto di qualità con i miei figli, pur avendo dovuto rinunciare a un ottimo stipendio e un lavoro sicuro. Con Giuseppe, per costruire il rapporto bello e di affetto sincero che abbiamo adesso, abbiamo attraversato diversi inferni paludosi, periodi di conflitti e incomprensioni. Abbiamo fatto delle scelte. Ho fatto delle scelte. Se mi guardo indietro sono fiera di dove sono arrivata e di come ci sono arrivata; ho realizzato me stessa non grazie alle persone che si sarebbero dovute prendere cura di me, ma nonostante loro.

Sono felice? Sì, tanto. Con tutti i momenti di scoramento che mi ricordano che sono umana e quindi fallace, con tutto il mio zainetto di casini, errori, ferimenti miei e altrui, con la mia irrequietezza che mi porta a cercare la realizzazione dei progetti, con la mia smania di conoscere e imparare, con le mie esternazioni dirompenti.

Quindi no, non mi dite che sono fortunata. Pensatemi come un criceto che, scappato dalla gabbia, cerca di non finire in bocca al gatto e intanto cerca di essere felice.

Eppure M’Arzo

A volte mi sento un criceto. Corro su una ruota invisibile fino a stramazzare, pur rimanendo grassa.  Un mese di Marzo così frenetico in cui avrei avuto bisogno di una controfigura, due cloni, un esercito di badanti, tre segretarie, una servitù faraonica e una fatina che esaudisse almeno tre desideri senza emettermi fattura. Sogno una carne sintetica, nuovi attributi e un microchip emozionale, occhi bionici più adrenalina, sensori e ciberbenetica neurale (grazie, Subsonica).

Sto eseguendo diverse visite mediche di controllo, dato che latitavo da un po’ e necessitavo di tagliandi a svariate parti del corpo, mi sono messa a dieta, sto seguendo il mio romanzo che è nell’ultimo periodo di gestazione, i laboratori di Scrittura Nuda, consulenze sparse, le docenze del Master, l’insegnamento al liceo, i bambini da compitare e sportivizzare, il cane da pisciare, il frigo da riempire, la casa da pulire, il giardino da giardinare. Non sono figa. Sono esaurita.

L’ora legale mi offre molte più ore d’ansia per chiedermi com’è possibile ch’io non riesca ad arrivare a svolgere i punti delle liste che ormai mi perseguitano anche in fase onirica, per la gioia della mia terapeuta. Queste giornate infinite mi prostrano, mi donano l’illusione di avere più energia di quanta ne possegga in realtà; arrivo all’ora di cena talmente malconcia che solo una doppia dose di carboidrati potrebbe consolarmi. Invece mi tocca il duo verdure a piacere e proteina. Maledetta dieta.

Ieri sera ho implorato Ari che portasse fuori Iole che m’implorava la passeggiatina propedeutica alla minzione serale. Fosse possibile, delegherei anche le mie, di minzioni, per rosicchiare tempo. Mi sento la vitalità di una centenaria che zoppica (mi si è infiammato anche il nervo sciatico) e questo mese ho speso più in visite mediche e farmaci che in libri.

Scorro Facebook e scopro che siete tutti felici per l’ora legale e per la bella stagione, che la luce solare vi attiva l’ormone, quando i miei, invece, devono essere svenuti in qualche angolo, roba che nemmeno se apparisse Angelina Jolie, mi riprenderei. (Beh, forse).

Qual è il vostro segreto, quale?

Senza capo né coda

Un post senza capo né coda, che è un po’ un giro tondo su me stessa. Come quando da piccola mi mettevo in mezzo al salotto e giravo giravo giravo, fino a perdere il senso del tempo e dello spazio e dovevo aggrapparmi al divano per non cadere per terra. Un giro sulle emozioni e sulle primavere che arrivano e mi stordiscono. Sto eseguendo le ultime pennellate del mio romanzo che vedrà la luce del sole di inizio estate, mi godo gli ultimi istanti di crepitante attesa, come quella che precede il giorno del mio compleanno, in cui conto i giorni che aspettano immobili sul calendario e scelgo con cura l’abito, le scarpe e il trucco.

La primavera mi agita, mi stressa, mi tira i lembi della giacchetta ormai troppo pesante, mi abbaglia di colori, mi stordisce di profumi, di novità. Non tutte positive, non tutte allegre, non tutte semplici. L’anno scorso ero impegnata con un trasloco di mobili, libri e sentimenti, adesso sto facendo i conti con uno strappo che si è aperto molti anni fa e, nonostante i miei tentativi di rattoppo, alla fine è arrivato brusco e doloroso.

Mi sento nelle ossa molte più primavere di quante io ne abbia realmente vissute, ho una vita zippata che se aperta esplode come quella dei maghi pasticcioni dei cartoni animati. I lamenti non fanno per me, mi limito ad affidare pensieri ai mille quaderni che spargo in giro e dei quali non ho cura, alle orecchie amiche e ai passi svelti nel bosco, quando a farmi compagnia rimangono le ombre.

Scrollo via i chili di troppo, insieme alle scuse che non sono mai arrivate e agli incoraggiamenti che non sono decollati dalla bocca di chi avrebbe dovuto sostenermi e incoraggiarmi a prescindere. Divento sorda alle critiche mosse non per migliorare, ma per ferire. Faccio i conti con il passato, ma la matematica non è stata mai il mio forte e preferisco consumare pagine d’inchiostro, mentre al sole asciugano le lacrime rovesciate sui cuscini.

Ho la pelle delicata almeno quanto il cuore. Il dermatologo mi ha prescritto una protezione altissima per impedire ad altre macchie di deturparmi il volto e io ho chiesto in farmacia, ma nessuno sa che cosa si possa spalmare sulle bruciature dell’anima. Qualcuno dice l’amore, altri la cioccolata. Io credo di aver pasticciato con entrambi, nella vita, e adesso dovrò spendere un po’ di tempo a mettere ordine, a pulire e medicare, a cambiare abiti e abitudini, ché anche quelle più tossiche sono difficili da abbandonare.

Guardo le fronde del salice in fondo al giardino. Danzano nel vento inquiete. Un mano piccolina mi sfiora la schiena e mi ricorda che dagli errori altrui s’impara a esser diversi e a riscattare il passato.

 

Brita e i sacchettini di amore

– Mamma, oggi ho spiegato la “Storia dei sacchettini di amore” a una mia amica

– Ah sì, e cosa le hai detto?

– Che nel cuore di ognuno di noi ci sono dei sacchetti pieni di amore e su ogni sacchetto c’è scritto il nome delle persone a cui vuoi bene. Il nome è importante, perché così il cuore non si sbaglia e non usa il sacchetto di qualcun altro. E anche i sacchetti sono diversi, ci sono quelli più piccoli, per le persone a cui vuoi benino e quelli GRANDI per le persone che proprio gli vuoi benissimo. Per esempio, adesso che sono grande, so che quando abbracci Ariele stai usando il sacchetto suo e mica il mio e io sto tranquilla. Ma non è finita mica così, eh. Perché poi, mamma, a volte si smette anche di volere bene alle persone. Ecco, allora in quel caso lì, possono succedere due cose. Il sacchetto si può svuotare un po’ alla volta, come se fosse bucato e iniziasse a perdere quel che c’è dentro, ogni giorno diventa sempre più floscio e si accartoccia, tipo i palloncini che volano, hai capito? Che quando li compri sono belli gonfi e poi si sgonfiano sempre di più. Oppure può succedere che il sacchetto esplode tutto insieme e smetti subito di voler bene a quella persona, perché magari ti ha fatto male o è stata crudele e allora succede subito. Boom. In questo caso non c’è niente da fare, perché il sacchetto mica lo puoi ricomprare, eh. Invece quando si sgonfiano poco a poco, se uno è bravo e vuole bene davvero, riesce anche a ricucire il sacchetto e con pazienza lo si può riempire di nuovo.

– Oltre ad averla spiegata per bene, direi che l’hai anche ampliata, la “Storia dei sacchettini di amore”. [Ne avevamo parlato anni fa QUI]

– Sì! Mamma, però il sacchetto con sopra il tuo nome non si sgonfierà e non scoppierà mai. Stai tranquilla.

[Mi godo l’attimo, sperando che l’adolescenza e la vita lascino il mio sacchetto al suo posto, nel suo cuore].

 

Divorzio Civile

Da ieri, Giuseppe ed io siamo ufficialmente divorziati.

Siamo entrati in tribunale alle 9,03 per uscirne alle 9,07. Il Presidente ci ha letto rapidamente le condizioni già fissate nella separazione e ci ha chiesto – specificando che era obbligato per Legge – se non c’erano i presupposti per un ripensamento. A noi è venuto un po’ da ridere, ma siamo rimasti seri e impostati, limitandoci a un sobrio “No”.

Poi siamo usciti e, visto che la faccenda si era conclusa velocemente, ci siamo seduti in un bar a sorseggiare caffè, abbiamo fatto il giro lungo per tornare alla macchina – la giornata era meravigliosa e Lucca era incantevole – siamo passati a fare la spesa al supermercato e siamo tornati a casa. La nostra casa. O meglio, la casa dei bambini.

Dato che mancava ancora un po’ di tempo all’ora di pranzo, io mi sono messa a lavorare al pc, lui è andato fuori a stendere la lavatrice. Verso l’una io ho messo a bollire l’acqua per la pasta, lui ha scaldato il sugo. Io ho preparato il caffè a fine pasto e lui ha sparecchiato. Io sono uscita per una riunione di lavoro, lui è andato a prendere Ariele.

Ci siamo rivisti tutti a merenda e allora io ho iniziato a ridere fino a sentire male alla pancia. Perché, vista da fuori, la nostra è la vita di una famiglia etero formata da madre, padre, figlio, figlia e cane; due genitori, maschio e femmina – come ama la tradizione –  che fanno cose, si smazzano dentisti, pediatri, compleanni, sport, colloqui coi professori, spesa, faccende domestiche.

La differenza è che nel fine settimana lui vede la sua ragazza e io la mia.

E, dopo cena, mentre chiacchieravamo un po’ della giornata e spettegolavamo di conoscenze comuni, ci siamo guardati e ci siamo detti che la nostra famiglia è allargata, per metà omosessuale, molto caotica, un po’ dissociata, a tratti stramba, ma densa di un amore che straripa da ogni dove.

Tranne quando dobbiamo decidere a chi, tra me e lui, tocca spolverare. Ma, si sa, nessuna famiglia è perfetta.

Ultimo accesso alle ore 4.10 a.m.

Ti scrive su facebook.

In una selva di gente sgrammaticata, lei arriva dritta alla consecutio temporum del tuo cuore. Ed è subito puzza di sugo bruciato.

Lei è fantastica, intelligente e brillante. E per non farti mancare niente, pure bella.

Inizia il trip delle conversazioni sempre più ravvicinate, ancora e ancora. Finché non ti ritrovi risucchiata in una chat perenne con lei. Ormai è una droga. Vi rincorrete sul filo delle conversazioni digitali fino a confondere il piano reale con quello virtuale. Arrivi a desiderare di morire con le dita incollate alla tastiera.

Lei abita in un’altra città. Ma riuscite a fissare un appuntamento per vedervi. Vi trovate in albergo. Un abbraccio che libera l’anima e brucia la pelle. Vieni travolta dalla passione più potente che il tuo cuore sia in grado di reggere e la tua pelle frigge al contatto delle sue mani.

Passano i giorni. Le chat si susseguono senza mai interrompersi. Il giorno diventa notte. E la notte un calvario di distanza.

Fissi ancora un altro appuntamento. E poi un altro. Rubando il tempo da una scatola che non sapevi di possedere. Senti che è lei. Sì. È proprio lei. L’anima affine cui anela la tua. E il tuo corpo non ha dubbi. Brama il suo.

Ti consumi. Devasti la tua vita che, prima di lei, sembrava il giardino dell’Eden e inizi a ballare sui carboni ardenti fingendo di non sentire le piaghe.

Cristallizzi ogni istante proteggendolo con ragnatele di ricordi. Sei pronta a dare fuoco a tutto per lei. E lei per te.

E poi torna alla carica la sua ex.

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Alla mia nemica

Dai, tanto lo sai che quest post è per te. E secondo me lo aspettavi da un po’. Perché io lo so, che sei sempre lì a gioire quando le cose mi vanno male. E hai pure la presunzione di conoscermi meglio di chiunque altro. Quando sono felice scompari per un po’, ma solo apparentemente, tranne poi lanciare messaggi trasversali che minino un po’ la mia sicurezza e mi smorzino il sorriso. E sì, devo riconoscere che sai dove andare a ferire a colpo sicuro.

Ammettilo, su. Ora puoi anche giocare a carte scoperte. Sono consapevole di non esserti mai piaciuta. Di me hai sempre e solo notato i difetti, le mancanze, giudicando negativamente ogni piccola stramberia, ogni sbavatura alla convenzione. Neppure il mio essere madre ti va a genio, mi fai spesso notare che le altre madri sono migliori di me.

Ecco, lo vedi? Ti ho stanata. Quando ero piccola, mi indicavi beffarda le altre bambine e la loro socievolezza, mentre io me ne stavo in un angolo a leggere perché ero l’ultima arrivata in classe e mi avevano tagliata fuori. E tu? Mai hai preso le mie difese, magari denunciando anche qualche episodio di bullismo di troppo, no. Tu, perfida, gioivi; se quei bambini mi trattavano male o non volevano giocare con me, la colpa era mia.

E l’adolescenza? Te la ricordi la mia adolescenza? Non facevi altro che mostrarmi i corpi delle mie coetanee per farmi notare quanto fossi grassa, brutta e sgraziata in confronto. So anche per certo che ridevi sardonica dietro la porta del bagno, mentre io ero china sul cesso a vomitare l’unico pasto della giornata per poter entrare nei jeans che tutte le altre indossavano.

Ah, e poi l’università. Quando un professore mi ha suggerito di sostenere il test per entrare in Normale, a Pisa, tu hai fatto di tutto per convincermi che era tempo sprecato, che non mi avrebbero mai preso, che non ero così intelligente e, anzi, ero solo presuntuosa. Hai fatto così con il teatro, con la musica, ci hai provato perfino con la scrittura. O con le mie relazioni, sempre a dirmi che ero io, io, e sempre io, quella sbagliata, quella strana, quella che nessun* poteva amare e non meritava niente. Ti sei sempre messa di mezzo per rovinarmi la festa, qualunque essa fosse. La cosa triste è che ci sei anche riuscita.

Fino a questa mattina. Ero in bagno, stavo per lavarmi i denti e tu mi fissavi, come sempre impietosa. E io ti ho sorriso. Già. Mentre tu mi guardavi con disprezzo, io ho provato tenerezza e ti ho sorriso. E anche tu mi hai sorriso. E non era quel sorriso falso, tirato, di circostanza – che tra l’altro, diciamocelo, ti è sempre venuto male. No, no, era un sorriso vero. E ho visto che, forse per la prima volta nella vita, non c’era più biasimo, ma comprensione. Hai capito che sì, ho i miei difetti, ma mi hai ascoltato con interesse mentre ti elencavo le mie qualità e i successi raggiunti nonostante i tuoi sabotaggi. Che sollievo accorgermi che sai ridere e che, finalmente, ci siamo perdonate.

Alla fine ci saremmo anche abbracciate.

Se solo tu non fossi stata un riflesso in uno specchio.

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