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#VolevoEssereBionda. E invece.

Come qualcuno avrà notato – che ‘tacci vostri mica vi sfugge nulla di nulla, eh – la mia fase blondie è durata un mese scarso ed è giunta alla sua conclusione. A volte inseguiamo un sogno nella vita, alleviamo aspettative, desideri e poi, quando siamo lì, proprio sulla cima della vetta più alta del nostro Obiettivo (per enfatizzare leggetelo con due B – anche 3 – tipo obbbiettivo) ci sgonfiamo come dei palloncini bucati. Se state in silenzio, in questi casi, è anche possibile sentire un flebile fschhhhh, tipico, appunto, del palloncino bucato che vi dicevo sopra. Comunque, in breve, la storia di #VolevoEssereBionda è questa. Fin da piccola ho avuto i capelli di un colore orribile. Né castano, né biondo, un beigiolino con qualche riflesso rossastro. Io lo chiamo coloro nutria, se fossi una fashion blogger potrei chiamarlo castorino, che è più chic e decisamente più cool e glamour e quelle parole lì che indicano figaggine. Però, ecco, comunque lo vogliamo chiamare rimane invariato il fatto che fa schifo. E così, da quando ho …

Potrei, ma anche no

Potrei, ma anche no. Potrei far finta di non vedere, di non sentire. Potrei glissare, sopportare, tacere. Potrei scrivere nonsense per placare l’ansia che generano le sgradevolezze della vita. E invece non so stare zitta. Non so abbassare lo sguardo e non so chinare la testa. Le ingiustizie mi lasciano la bocca asciutta e mi s’impigliano dei giganteschi punti interrogativi nei capelli. Non importa la gravità della faccenda. Per me tutto si basa sulla relazione. Che sia lavoro, che sia amore, che sia amicizia. Che sia facebook o che sia la vita reale. Perché alla fine per me non fa differenza. Che lo scambio avvenga davanti ad una birra o in una chat. Cambia il mezzo, certo. Cambia anche la comunicazione. Ma non cambia la sostanza. Mi rapporto sempre da essere umano con altri essere umani. E osservo. Tanto. E spesso taccio. Perché ho imparato a conservare le energie per le persone che amo, non per quelle che mi odiano. Il tempo per me è la risorsa più importante. E sprecarlo, proprio no. Odio litigare, …

Alla fine è arrivata la fine. Ma è solo l’inizio.

C’è sempre un finale. Chiuso, aperto, sospeso, suggerito, voluto. Sono stati mesi estenuanti. La separazione, il trasloco, un lavoro nuovo e una nuova città. Due case: una a Milano e una a Lucca. La sensazione di essere sospesa tra due vite. I viaggi di notte. Il tempo rubato rosicchiato stropicciato, ma mai spalmato bene. I bambini stralunati dal cambiamento, io stralunata dal cambiamento. Persino il cane manifestava disagio. E la distanza. Troppa distanza, per i bambini senza mamma durante la settimana, quando le telefonate e skype non possono sostituire la favola della buonanotte e il bacio del buongiorno; richieste d’attenzione sempre più forti –mamma, papà non è bravo a farmi la coda – mamma, voglio te adesso, non tra due giorni – mamma, puoi venire a darmi un abbraccio che sono triste e mi viene da piangere? Nessuna distanza, quando il fine settimana deve essere perfetto, senza una sbavatura, senza un inconveniente, senza un capriccio, né un bacio di meno, quando il tempo dev’essere tutto per loro, ma devi incastrare bucato, faccende, spesa, arretrati. Per non parlare …

La verità è che sono bionda. E felice di essere felice.

Sì, lo so. Avrei dovuto dirvelo prima. E invece. E invece non sono riuscita. Il fatto è che dopo tanti anni passati da rossa, ormai mi sono convinta di esserlo. Ma era un bluff, amici cari. La verità è che sono bionda. Dentro e fuori. Biondo cenere, tra l’altro. Manco un bel biondo dorato che ricorda le spighe del grano. Il mio biondo ricorda le sfighe del mondo gramo. Incarno tutto ciò che si dice sulle bionde: sono egocentrica, lunatica, umorale, volitiva, instabile, caotica, impulsiva e svampita. Perdo tutto, tranne la speranza. Che non solo è l’ultima a morire, ma pure la prima a tenermi la testa attaccata al collo. Non riesco ad indugiare nella tristezza, mi ruba troppa energia. Mi lascio risucchiare dai tormenti, mi adagio sul fondo del barile a piangere, mangio tanta pizza, mi autocommisero un pochino – ma senza esagerare, perché sono molto brava ad autoconvincermi che sono un disastro – divento narcolettica. Poi mi rompo le gonadi, per il motivo di cui sopra e cioè che mi annoio a perseverare …

“Il Vaso di Pandora”: riemergere dai disastri della vita è possibile

[Questa storia è particolarmente “tosta”. Ma io ho dei lettori davvero forti e combattivi che reagiscono alle avversità e si rimettono in piedi.] “La storia d’amore che porto nel cuore, è la storia per la bambina che ero. Una bambina non voluta, cresciuta nel degrado tra topi e scarafaggi, sola, come chi prende presto consapevolezza che non c’è nessuno a difenderla, una bambina diversa. E non diversa perché resa diversa dalla sofferenza, dagli abusi, dai maltrattamenti. Diversa per qualcosa di innato, qualcosa che l’ha aiutata a superare momenti devastanti. Il primo ricordo di vita di quella minuscola bimba arrivata a casa con appena due chili e 400 grammi di forza vitale, risale a quando aveva circa 4 mesi: la sua prima primavera, la mamma l’aveva portata fuori in cortile e piazzata sotto ad un albero. Lì, tra la quiete dell’aria tiepida e la luce forte del sole, alzò la testa verso le foglie dell’albero che si muovevano sopra di lei. I raggi filtravano attraverso, e controluce le foglie mostravano una trasparenza quasi magica. In quel …

Guerrieri si nasce. E un po’ ci si diventa.

Sarà la primavera, che oltre a farmi cadere in un sonno catatonico, ha destato un bisogno di rinascita. “La tristezza non ti si addice. E qualsiasi cosa succeda nella vita, non dimenticarti mai chi sei. Hai affrontato di peggio e ti sei sempre rialzata. Piangi quel che devi piangere, lascia che esca fino all’ultima lacrima. Poi asciuga gli occhi, vai allo specchio e regalati il sorriso di chi rinasce.” Un messaggio sul telefono. Un’amica che né la distanza, né il tempo che trascorre senza che ci sentiamo, riuscirà ad allontanare dal mio cuore. Perché di persone che ti scuotono dal sonno della ragione e ti ricordano che sei molto più dello straccetto floscio che sei diventata, c’è un grande bisogno. Sempre, ma nei momenti demmerda ancora di più. Sono fortunata. L’ho scritto spesso in questo blog e lo penso anche oggi. In questi lunghi mesi bui, tra cambiamenti e lacrime, l’amore non mi è mai mancato. L’amore dei e per i miei figli, delle e per le tante anime che mi hanno sostenuto anche nei momenti in …

Un po’ capovolta

Secondo weekend a Mordor. Nel precedente sono stata ospite in quella che era la casa mia e di Nina e che adesso è solo di Nina. Per due giorni è stato effettivamente come fossimo ancora una famiglia, siamo andati al cinema e persino al Mc Donald’s. In realtà era solo un come se. Di me rimangono in quella casa soltanto le mie cose. Quelle personali e quelle che avevamo acquistato insieme. Io no. Io non ci sono più e nemmeno i miei figli. Io ho rifatto lo zainetto domenica sera e anche Ari e Brita. Loro sono tornati a casa del padre. Io a Milano. Questo weekend invece sono stata ospite in quella che era la casa mia e di Giuseppe. Lì ci sono meno tracce di me, ma ho ancora oggetti sparsi qua e là: un vaso dipinto con motivi floreali, una sciarpa rimasta attaccata all’attaccapanni, qualche quadro. Persino una vecchia crema dimenticata in fondo ad un cassetto del bagno. Le cose rimangono lì, acquattate. Come i sassolini di Pollicino, pronte a sgusciare fuori …

Primo giorno di tutto – famiglia espansa e staffetta mattutina

Non siamo una famiglia normale. Semmai vi fosse balenato per sbaglio nella mente. Click. Spegnete questa immagine. Mai che ci riesca una cosa fatta bene. O, almeno, vagamente coerente con i programmi prestabiliti. Oggi. Primo giorno di Ariele alle medie. Primo giorno di Ita in quinta elementare. Primo giorno di Brita all’ultimo anno di asilo. Scuola nuova per tutti. La sveglia suona alle 6,45. In un attimo ho pensato di aver sbagliato era geologica nel programmare lo smartphone. Io e Nina ci trasciniamo giù dal letto e ci dividiamo i figli da chiamare. Tu piano sopra Ari – io bambine Del resto, appena sveglia, a malapena respiro. Figuriamoci se riesco ad articolare frasi di senso compiuto. Muovetevi. È tardi. Hai cambiato le mutande? Hai preso la cartella? Cazzo, il caffè sul fuoco! Amore, magari mi lavo gli occhi prima di uscire?! Prendi il gatto che è uscito? Io con su il trucco della sera prima (mi sono dimenticata di struccarmi e stamani l’effetto panda estinto era evidente). Ho inforcato gli occhiali da sole da diva, …

10 anni fa. Come cambia la vita

Dieci anni fa mi sono laureata. Il 21 luglio 2004. Avevo 23 anni, un marito, un bambino di un anno e tanti progetti che avrei voluto realizzare. Concludere gli studi non è stato facile. Quando sono rimasta incinta avevo 21 anni e mi mancavano 10 esami. Evidentemente un numero ricorsivo nella mia vita. Nonostante il panico del momento, non mi sono mai arresa. Non potevo rinunciare alla mia borsa di studio e al raggiungimento dei miei obiettivi. Studiavo nei momenti in cui Ariele dormiva. Era a lui che leggevo la tesi man mano che procedevo e sempre a lui ripetevo le lezioni prima dell’esame. E lo portavo con me in facoltà, perché lo allattavo in attesa di essere interrogata. E per non farmi mancare niente, ho scelto pure una tesi sperimentale. Non a caso, in sede di discussione, il mio relatore mi definì “un carrarmato”.  È stato pesante, non lo nego, ma era proprio Ariele a darmi la forza di andare avanti. E Giuseppe. Mi ha sostenuto sempre e comunque. E per questo non posso che essergli …