“Il Vaso di Pandora” – Mio figlio si drogava e non sapevo come fare

[Questa testimonianza, inviatami da una lettrice del blog, è arrivata in seguito al suicidio del sedicenne di Lavagna. Personalmente io non so come reagirei di fronte a un figlio che fa uso di droghe, né mi sento di giudicare, non conoscendo personalmente la vicenda. Riesco solo a sperare che a me non succeda o, nel caso, di trovare le soluzioni più giuste, che non sono universali e non sempre portano agli esiti sperati. Colgo l’occasione per ribadire che ogni storia è una storia a sé e che in questo blog non vengono proposte ricette di vita, ma solo testimonianze individuali e che per i consigli – a maggior ragione in casi come questo – è sempre utile rivolgersi a terapeuti e persone professionalmente competenti.]

Non ho letto moltissimo sulla storia di Lavagna, ma abbastanza da starci veramente male. Provo dolore per il ragazzo morto, per la sua famiglia ed in modo particolare sua madre, ma anche per la squadra della Guardia di Finanzia e per tutti coloro che sono in qualche modo coinvolti. Penso che sia umano provare un dolore del genere.

Provo grande difficoltà nel vedere le accuse contro la madre e contro la squadra della Guardia di Finanza. Soffro nel vedere la solita, triste lapidazione delle persone coinvolte. E vi racconto perché.

Come tanti, tanti altri genitori, ma sopratutto mamme, ci sono passata pure io con mio figlio. A 14 anni un cambiamento di carattere, l’inizio del silenzio, le sigarette. A 15 il primo tentativo di fuggire di casa, il silenzio catastrofico, l’incapacità mia di poter comunicare con lui. A 16 i problemi a scuola compresi 40 giorni di assenza in 4 mesi, gli amici sconosciuti, una vita fatta di Facebook, di assenze e di dormire all’infinito.

A 18 anni (faccio la versione breve, perché ora capisco che è una storia comune, ve lo potete immaginare bene: i soldi rubati dalla mia borsa, gli oggetti rubati da casa, la lista è la solita ed è infinita). E poi la perquisizione in casa da parte di 12 carabinieri con 2 cani. Alle 6 e mezza di mattina. Tutto davanti a mia figlia piccola. Hanno spinto mio figlio dentro la macchina della pattuglia (era terrorizzato, sbiancato, tremava), non mi hanno permesso di parlare con lui, e l’hanno portato in carcere.

Solo dopo, riconosco quel momento come quello che ci ha permesso di cambiare. È stato il momento in cui ho detto “io ci sono per te, ci sono fino alla morte per te, ma alle mie condizioni, non più alle tue”.

Le ho provate tutte. Tanto per cominciare non ho firmato per farlo uscire subito (opzione arresti domiciliari, con firma per la responsabilità). Ho “hackerato” il suo account di Facebook ed ho copiato messaggi privati, per salvarli da qualche parte, nel caso. Ho copiato numeri di telefono dal suo cellulare, per averli nella memoria del mio cellulare, nel caso. Ho fotografato i suoi vestiti, la sua roba intima, per documentare fino a che punto era ridotto.

E poi dopo ho fatto dell’altro. Ho consegnato delle sue lettere private ai carabinieri. Ho chiamato i carabinieri in casa per fare altre perquisizioni “a caso” quando ho trovato soldi (nella cassetta dei calzini – la fantasia maschile non smetterà mai di stupirmi).

Non ve li racconto tutti. Ho dato (credo) l’idea. E dopo 4 anni passati al buio, nel non sapere come reagire e cosa fare, quella perquisizione in casa mi ha fatto reagire. Mi ha dato luce. Mi ha fornito un lezione di vita. A quei carabinieri che hanno tirato calci alle porte chiuse, che hanno disfatto ogni stanza, che hanno girato con quel cane impazzito perché ad ogni angolo di casa mia aveva soddisfazione e veniva premiato, io sono grata. Mi hanno fatto capire che non va bene vivere così, che non è una “cazzata da ragazzi”, che non sono fasi inevitabili della vita. Sono grata più di quanto io sia in grado di esprimere.

E nei mesi successivi gli stessi carabinieri sono tornati a casa mia tutte le sere, tutte, tra le 11 di sera e le 6 di mattina, suonando il campanello ad orari impossibili. Dopo aver verificato la sua presenza, con parole brusche e quasi con cattiveria, hanno addolcito i toni e mi hanno chiesto “e te come stai?”. Sono padri di figli pure loro.

In quei mesi di reclusione forzata, ho ricevuto messaggi di minacce di suicidio e di azioni anche peggiori. Ma, ve l’ho già detto, ero determinata a salvare mio figlio, ma solo alle mie condizioni e secondo quello che secondo me era giusto.

Se le condizioni mie avessero portato ad un altro risultato, io oggi so che avrei fatto del mio meglio. Ne sono convinta. Di più non avrei potuto fare. Forse non ho fatto le cose in modo perfetto o nemmeno corretto. Ma io l’ho fatto al mio meglio – di più non potevo. Non mi sento in colpa, non mi sento di aver sbagliato. L’esito della mia storia alla fine è stato positivo, ma per un pelo. Se fosse andata diversamente sarei disperata, inconsolabile, devastata …. ma NO, non mi sentirei in colpa.

Cara Mamma di Giovanni, tutta la mia stima. Il risultato è stato tragico, ma la tua volontà di reagire l’ammiro tantissimo. Io ci sono arrivata molto più tardi.

Care forze dell’ordine. Grazie di esserci e di fare quello che fate. Una scelta di carriera tosta. Non siete tutti perfetti, ma nemmeno io sono perfetta.

Io per tre anni ho girato nel buio, non sapendo come reagire o comportarmi. L’intervento molto violento dei carabinieri forse è servito più a me, che a mio figlio. No, senza forse. È servito a me. E grazie a questo schiaffo, quasi fisico, ho trovato la forza e il modo di reagire.

E siamo ancora vivi entrambi. E stiamo pure bene.

[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Qui trovi i dettagli http://bit.ly/1S1CMB4. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

Ho il Fuoco di Sant’Antonio della maternità

Sono in una fase un po’ bizzarra. Detto così sembra che, in generale, la mia vita abbia percorso due binari ordinati in mezzo a sconfinate e placide pianure, non su un tagadà fuori controllo come di fatto è; quello che volevo dire con questo incipit da mani alzate e che a tratti mi suona l’allarme del mammifero. C’è chi ne è immune, ma io no. Io appartengo alla schiera di animali sensibili all’odore della maternità. La cosa simpatica è che l’ho scoperto recentemente.

Avendo figliato da giovane, credevo di essere immunizzata. Come quando prendi la varicella e ti aggiri garrula tra gli amichetti dei tuoi figli in piena crisi acuta, pensando di essere immune, e invece ti viene il Fuoco di Sant’Antonio. Ecco. A me è venuto il Fuoco di Sant’Antonio della maternità. Inizio adesso ad assaporare quell’arietta frizzante di una ritrovata autonomia – dovuta all’età dei miei due virgulti – in cui riesci a programmare viaggi, trasferte, aperitivi, ma anche più prosaicamente docce che durino più di 4 minuti senza che a qualcuno serva il tuo aiuto per fare la cacca. Quel momento in cui di puoi uscire sicura sapendo che se c’è una macchia sulla maglietta è caffè e non rigurgito, scambiare due chiacchiere con qualcuno al telefono senza una sottofondo di pianti inconsolabili, fare la spesa mettendo sul seggiolino del carrello una silenziosa cassa di acqua effervescente con basso residuo fisso ed essere sicura che nessuna manina infilerà oggetti a caso tra le provviste.

Vivo, insomma, in quello stato di grazia di genitrice di figliolanza semi indipendente con giardino sul retro da godere in autonomia che sognavo durante le mie nottate insonni tra asma, dentizione, tosse, prurito e noiosità preterintenzionale del lattante.

Quindi non mi capacito del radar che mi si attiva quando c’è un umano al di sotto dei tre anni nel raggio di chilometri. Prendiamo ieri, per dire. Ieri uscivo da scuola pure un po’ di fretta e camminavo veloce verso la macchina, quando ho sentito un pianto disperato. Mi sono girata e c’era un piccolo gnometto sui due anni, con i ricciolini e gli occhioni verdi che urlava a pieni polmoni, malamente assicurato al passeggino e spinto da un uomo piuttosto anziano che non lo guardava ed era in vistosa difficoltà. Ho tirato dritto per la mia strada, ma non ce l’ho fatta. Sono dovuta tornare indietro e accostarmi. Il piccoletto ha smesso all’istante di piangere, non appena ha visto che gli sorridevo, mi sono abbassata e ho visto che era molto raffreddato. Per non passare da pazza oltre la misura che fa scattare la chiamata alla polizia, mi sono rivolta anche al nonno impacciato per chiedere il nome e l’eta di quel pupetto bellissimo che mi sarei tanto voluta portare a casa   e poi sono tornata verso la macchina. E mi accade sempre così e sempre più spesso. Faccio versetti idioti ai bambini al supermercato, per strada, al ristorante, e se c’è un poppante in giro inizio a chiocciare manco fossi una gallina con l’uovo di legno.

Forse, in questa fase, è un bene che la mia partner sia femmina. Se dessi retta agli ormoni, a quest’ora sarei già a scegliere il corredino del quinto figlio.

 

“E lei è…? Tua sorella?” Cronache di un coming out a sopresa

La scorsa settimana ero a passeggio per il centro di Lucca con Margherita e Manu. Loro due si tenevano per mano, io camminavo pochi passi più avanti per evitare di diventare parte integrante dell’asfalto cittadino.

Sovrappensiero come sempre, non mi accorgo di una figura che in lontananza mi fa ciao con la manina. Mi concentro, strizzo gli occhi e metto a fuoco la bidella della scuola in cui lavoro. A volte divento come i bambini e ho difficoltà a ricollocare le persone al di fuori dell’ambiente in cui sono abituata a frequentarle. Cerco di rimediare la figuraccia spiegandole di questo mio deficit e la saluto con simpatia. Noto che il suo sguardo passa in rassegna sia Margherita che Manuela. Alla fine mi chiede chi è quella bellissima bambina con gli occhioni azzurri.

Le rispondo che è mia figlia e la sua espressione è sempre più perplessa. I suoi occhi giocano una partita a ping pong e rimbalzano tra me e Manu. Non riuscendo a capire la relazione tra mia figlia e la tipa che la tiene per mano è costretta alla domanda diretta

– E lei è…? Tua sorella?

Ora, non credo che ci siano due donne sulla terra con meno somiglianza fisica di me e Manu. Comunque a quel punto non posso tacere e le spiego che è la mia fidanzata (che “ragazza” non ce la faccio, dovrebbe essere vietato per legge, di chiamare il proprio partner “ragazzo/a” dopo i 30 anni). Lei sgrana gli occhioni, ci sorride e se ne va. Ammetto che sarei stata curiosa di leggere la mente di questa signora di una certa età, che si è trovata a gestire un coming out a sorpresa.

Per dovere di cronaca v’informo che la bidella è sopravvissuta, è tornata a lavoro e non mi ha tolto il saluto.

Anche questa è educazione civica.

 

“Le tre età della lesbica”: lesbiche alle prese con Sbarbine, Milf e Cougar

[Chiedo scusa al signor Klimt per la storpiatura del titolo della sua opera. Sebbene non credo si offenderebbe, visto che le sue tele sono state riprodotte su qualsiasi superficie materica. Non chiedo scusa a chi commenterà questo articolo senza aver senso dell’ironia.]

Fase Sbarbina

La fase sbarbina della lesbica è quella compresa tra l’adolescenza e i 25 anni. In questa fase la giovane lesbica inizia l’esplorazione di sé e del mondo. Attratta dall’ignoto, ma spaventata dalla novità e dal mondo eteromorfo che la circonda, è attratta da donne più grandi, esperienziate, con un solido vissuto alle spalle. In questo periodo, la lesbica punta donne almeno over 30, con uno spiccato interesse ed un’accesa attrazione per la Milf, creatura sublime che abbina cura materna e malizia sufficiente a guardarsi nelle vetrine e trovarsi, finalmente, piacente. La Milf è dotata di sguardo adulto e consapevole sulla realtà, nonché di una certa disinibizione dovuta ad una maggiore accettazione del proprio corpo. Riassumendo: nella fase Sbarbina, la lesbica punta la Milf.

Fase Milf

Nella fase Milf, la lesbica è ancora piacente e giovane abbastanza da essere apprezzata sia dalle Sbarbine che dalle Cougar. La fase Milf è l’età dell’oro per la lesbica che, conscia delle proprie potenzialità e del proprio potere seduttivo, può scegliere se deliziarsi con una Sbarbina o concedersi alle mani esperte di una Cougar (niente battute scontate, grazie). Lontana dai tormenti della prima giovinezza e ancora sollevata da quelli della terza età, può anche cedere all’impulso nidificatorio e cercare una coetanea con la quale realizzare il percorso classico della relazione lesbica: la casa arredata ikea al giorno 2° di conoscenza, l’anello al giorno 3°, la presentazione ai genitori al 4°, l’Unione Civile al 5°, un figlio dopo 9 mesi dal giorno 2° (concepito in Svezia in omaggio a Ikea), un numero variabile di gatti as soon as possible. L’importante è che condividano passioni e intenti. Nel caso di lesbiche nate nella decade ’70-’80 pare sia una skill fondamentale il cantare in macchina tutto il repertorio completo delle canzoni dei cartoni animati di quegli anni.

Fase Cougar

Il tempo passa, ma per uno strano fenomeno non ancora indagato da Piero e Alberto Angela, la lesbica non invecchia. No. La lesbica matura. Dopo i 45 anni raggiunge l’apice della consapevolezza e pure una discreta dose di menefottismo dei pregiudizi propri e altrui, dei meccanismi autoboicottanti e delle numerose forme di paranoia. Vive una seconda giovinezza, o anche la giovinezza che non si è goduta per colpa di fenomeni autocastranti molto noti alle donne, ma più diffusamente operanti sulle lesbiche. La Cougar la puoi vedere a piedi scalzi in discoteca o a stracciarsi le vesti a un concerto, così come puoi trovarla ubriaca sulla spiaggia a limonare duro con la tipa rimorchiata al concerto. A quest’età la lesbica è spesso reduce dalla fase terminale di una relazione, ha scoperto le gioie della vita da single – o anche no – ma in ogni caso inizia ad apprezzare la compagnia fresca, frizzante e priva d’intenti nidificatori delle Sbarbine.

Che tu sia Sbarbina, Milf o Cougar, la vita è una ruota che gira.

Intorno alla F…ortuna.

le tre età della lesbica

Illustrazione a cura di Manuela Amerio

Facciamo che…

Facciamo che io e te,

sì, proprio io e te,

non siamo più io e te, ma siamo

noi.

Facciamo che noi

ci troviamo in un sogno a metà

io metto la mia e tu la tua, di metà.

Facciamo che io ti sveglio domattina,

portandoti il caffè a letto

e tu mi dici che mi ami

e che la vita con me è bella,

come quella che sognavi da piccola

quando pensavi a un noi.

Facciamo che le incomprensioni

le buttiamo via,

magari nell’organico, così diventano dei fiori

e noi poi ci godiamo i fiori, senza scordarci da dove arrivano.

Facciamo che io e te,

che siamo noi,

ci sussurriamo i problemi, e mentre li diciamo

volano via,

senza incastrarsi nei capelli e nelle rughe della fronte.

Facciamo che io e te,

volevo dire noi,

ci scegliamo ogni giorno e non importa

se è un giorno di pioggia,

perché possiamo stare sotto le coperte

a fare finta che,

io e te

siamo noi.

Ma senza fare finta,

solo Noi.

Lezione di pazienza

I bambini, si sa, non hanno pazienza. Per questo credo di avere un’età compresa tra i tre e i sei anni. Odio aspettare, detesto i ritardi, le code, le persone che procrastinano, coloro che ti tengono in un limbo per periodi superiori ai cinque minuti. Soffro di Sindrome del Bianconiglio da sempre, è una caratteristica che nella mia famiglia si tramanda in modo matrilineare.

E così, nemmeno a dirlo, anche Margherita ha ereditato questa nobile peculiarità che ti costringe a vivere una vita da criceto, convinta che ogni attimo sia quello fatidico. Da un po’ cerco di lavorare su questo aspetto, per me e per lei. E tra i vari metodi provati, quello della scrittura e della mindfulness mi sembrano adatti a me. Margherita ha trovato un metodo tutto suo: l’iperbole.

La scena.

Manu ed io siamo in cucina a parlare di non mi ricordo cosa, ma in modo piuttosto concitato. Margherita irrompe, urlando dal piano di sopra un “Mammaaaaaa, puoi salire a vedere un disegno bellissimo che ho fattoooooooo?”. Con calma le rispondo “No, amore, adesso sto parlando. Arrivo tra cinque minuti.” Lei sbuffa e mi grida che sono cattiva. Io rilancio con la filippica che deve imparare ad aspettare e ad avere un po’ di pazienza.

Dopo qualche minuto salgo le scale per arrivare nella sua camera. Appena sente i miei passi, Margherita si alza e chiude la porta. Colgo il segnale, ma non mi piace e busso.

– Margherita, mi puoi aprire? Sono venuta a vedere il disegno

– No, mamma. Scusami, sai, ma adesso non posso

– Ma se mi hai chiamato tu!

– Sì, ma prima. Adesso non posso. Il disegno lo puoi vedere poi. Tipo tra un anno!

– Tra un anno?!

– Sì. Devi imparare ad aspettare e ad avere pazienza anche tu

Ero indecisa se abbracciarla o scappare di casa.

 

 

 

L’adolescenza sai, è come il vento…

…rompe i coglioni. Proprio come un tifone nel giorno della messa in piega. Come una bufera negli anni ’70 quando gli uomini avevano il riporto ai capelli. Un figlio adolescente è in grado di cambiare la tua visione idilliaca sulla genitorialità, più di quanto abbiano fatto anni di nottate in bianco tra pannolini, rigurgiti, coliche e vacanze rimandate a mai più.

Da gioia dei miei giorni a strazio delle mie gonadi il passo è breve. Più breve della tua serie preferita su Netflix, ma non abbastanza da concederti una difesa consapevole. Il figlio adolescente ti fotte. Sempre. Ti fotte perché tu non hai avuto tempo di creare un alibi abbastanza solido a tutti quei difetti che cercavi di dissimulare e che ora ti vengono sbattuti in faccia senza tante riserve. Non hai avuto tempo di crescere, mentre tuo figlio sì, e mentre lui sputa sentenze come uno Sgarbi qualunque, tu stai ancora cantando la sigla dell’Incantevole Creamy e pensando se la girella è meglio mangiata a morsi o srotolandola; hai da poco superato il trauma dei capelli ricci con la frangia liscia che tuo figlio si presenta con i risvoltini e le converse di tela senza calze, quando fuori il termometro segna -7.

L’adolescente ti fotte. E lo sa. Ti fotte perché, mentre sbraita teorie insostenibili sopra la tua testa – spesso fregiandosi di questa posizione sopraelevata e dominante – sa che non lo ucciderai perché in quegli occhi feroci, intravedi ancora gli occhioni del poppante che ti guardava come se tu fossi la rosa e lui il Piccolo Principe; sa che non lo torturerai con perizia perché, mentre agita goffamente le manone, tu le osservi e ci ritrovi i lineamenti delle manine cicciose con le fossette che ti tendeva, pargoletto, quando voleva esser preso in braccio.

L’adolescente sa che tu l’ami anche mentre lui ti odia. E ti fotte, sempre. E lo sa.

È più facile decifrare il pianto di un neonato, il frinire delle cicale o il richiamo d’amore dell’unicorno fucsia, piuttosto che il pensiero di un adolescente. Gli stati d’animo s’inseguono nel suo cervello e si scontrano così velocemente che ti pare di avere a che fare con uno schizofrenico paranoico con manie di persecuzione, salvo poi trovarlo, un attimo dopo, giulivo e sorridente a fare il solletico alla sorella piccola.

E il mio pensiero benevolo corre a tutti coloro che adottano un figlio adolescente o a chi sceglie come compagna o compagno un genitore con figli grandicelli. A chi non riesce a cogliere il cucciolino che era, dietro l’essere odioso che è; a chi subisce i no, le opposizioni insensate senza il beneficio del ricordo.

Voi siete eroi ed eroine. Siete stupefacenti.

Oppure ne fate uso. In doti massicce. E vi capisco.

Margherita: il femminismo s’impara da piccole

È di ieri la notizia della bambina di sette anni picchiata da alcuni compagni di scuola tanto da finire in ospedale. La vicenda (che potete leggere QUI) scuote l’anima per essere avvenuta nel prestigioso (e costoso) Collegio San Carlo di Milano e perché gli aggressori sono dei bambini di 10 anni, figli della Milano bene.

I bulli non sono sempre e non sono solo figli del degrado sociale, ma di un’incapacità genitoriale sempre più diffusa. E questo episodio, purtroppo, non è che un avvenimento emblematico. Sono figli le cui famiglie, molto spesso, delegano il ruolo educativo – che non riescono più o non vogliono più esercitare – alla società, alla scuola. Famiglie che pagano la loro assenza, elargendo regali e concessioni per lenire il senso di colpa derivato dalla mancanza di tempo o della mancata volontà di trovarne. Ho assistito personalmente, da mamma e da docente, a scene degradanti in cui alcuni genitori si accanivano sul professore, ritenendolo responsabile della pessima condotta o del basso rendimento scolastico del figlio. La scuola è un alleato importante, non l’unico luogo deputato all’educazione. Siamo diventati dei deleganti. Deleghiamo però, la nostra parte più importante, una delle poche per cui vale la pena essere genitori: educare un essere umano ad essere migliore di chi lo ha preceduto, insegnando il rispetto, la correttezza, l’empatia.

Ho letto l’articolo insieme a Margherita, che ha la stessa età della vittima. È rimasta sconvolta. Poi è diventata furiosa.

– È terribile, mamma. Io non so che avrei fatto al posto di questa bimba. La prima cosa che mi viene in mente adesso sono tante parolacce, anche se non si devono dire. Però vorrei dire ai genitori di quelli lì (dei ragazzini che hanno picchiato la bambina) che razza di cafoni sono, che non hanno insegnato ai loro figli che le femmine non si picchiano e che siamo (noi femmine) brave quanto i maschi! Per studiare o lavorare serve il cervello, mica il pisello! (Ride) Ecco, ora lo scrivo su un cartello e poi ci vado in giro! Secondo me questi qua (i genitori) sono pure quelli che da piccoli ai figli regalavano solo i “giochi da maschio” (mima le virgolette con le dite, cosa che io odio e lei lo sa, ma soprassiedo), quelli che “No, ma la cucina è da femmine, il rosa è da femmine, le bambole sono da femmine!” Idioti!. Scusa, mamma, per la parolaccia. Dovrebbero mandarli a scuola quelli lì (i genitori) che magari imparano. Mamma, ma non c’è la scuola per i genitori? Tu dove hai imparato? Tu sei brava – certo, ogni tanto un po’ rompina, se posso…- però sei dolce e non ci educhi come dei viziati bulletti. Comunque anche per quei bambini lì, ci vorrebbe qualcosa. Magari mandarli nei Paesi dove c’è la guerra, ecco, magari gli viene più voglia di essere buoni e gli passa la voglia di fare i bulli. E a quella bambina vorrei dire di non arrendersi mai, che i maschi non sono tutti così e di diventare più forte e libera di prima.

Ariele, come sempre sintetico, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

– Mamma, il mondo è pieno di bulli che pensano che la fragilità sia l’occasione per sfogare la rabbia. Purtroppo bisogna imparare a difendersi e chi è più forte – tipo me – deve difendere gli altri”.

Da mamma rompina è tutto. Con l’augurio che Margherita e Ariele contribuiscano a rendere il mondo un posto migliore.

L’ironia è anche (soprattutto) dei PoveriH

Era una sera tranquilla e neppure troppo fredda. No, fredda era fredda, ma l’incipit mi piaceva. Vabbé, lasciamo perdere.

Ieri sera – ecco, lasciamo così – tornavamo da una cena a casa dei miei genitori. Come sempre, avevamo mangiato come se l’indomani ci aspettasse una quaresima nel deserto. Eravamo piuttosto allegri, Manu, i ragazzi ed io e – come sempre – cantavamo in macchina e facevamo i cretini.

[Facciamo i cretini anche fuori dalla macchina, a dire il vero, ma in macchina ci esprimiamo in performance di un certo livello, come quella volta che ci siamo comprati i cappelli con le antenne di Ikea e abbiamo viaggiato con musica appalla e finestrino abbassato, avendo cura di muovere la testa in modo da far oscillare le antennine per la gioia dei passanti.]

[[ecco le prove]]

A cinque minuti da casa, abbiamo optato per una canzone che non ascoltavamo da un po’: Complesso del Primo Maggio di Elio e Le Storie Tese (se non la conoscete, rimediate QUI); ho spento il motore giusto alla fine di questo ritornello:

“Scusate signori siamo un complesso tanto povero
andate tutti in Piazza San Giovanni del concerto Primo Maggio
voi guardate concerto
noi veniamo in vostre case e vi facciamo appartamento e cacca sul letto”

Ovviamente con fragore di risate a “vi facciamo appartamento e cacca sul letto”. Il tempo di spegnere l’auto e uscire dall’abitacolo, ci viene incontro il nostro vicino per annunciarci che gli hanno appena svaligiato la casa. Alle cinque del pomeriggio. Nel placido e soporifero entroterra toscano.

Alla notizia Brita scoppia in lacrime e singhiozzi, per lei, i ladri, sono l’Armageddon e fanno pari con terremoto, alluvioni, incendi, apocalisse, invasione di zombie. Ariele esclama “Cazzo, la mia bicicletta!”. Per lui, nerboruto adolescente, il primo pensiero della vita è la sua amata mountain bike, nell’acquisto della quale ha investito, ormai un paio di anni fa, diverse bustine del compleanno; se ci avessero portato via pure i pavimenti, i muri e il tetto, a lui sarebbe importato poco. [Per dovere di cronaca devo aggiungere che è un ragazzo splendido, simpatico e che aiuta in casa. Ah, e bello. Molto bello. (Ari, sono stata convincente?)]

Manu apre la porta e la nostra attenzione è catturata dalla spazzatura sparpagliata in salotto e sul tappeto, in mezzo al quale campeggia anche un esteso alone di bagnato, immediatamente riconducibile a pipì. L’espressione colpevole di Iole Topocane, però, ci tranquillizza circa l’esecutore del misfatto. Con un colpo d’occhio notiamo che la porta esterna lato cucina è chiusa ed escludiamo che i ladri siano entrati anche da noi.

Mentre Manu cerca di tranquillizzare Brita, io cerco di aprire il cancelletto, ma è stato forzato e non riusciamo ad accedere al giardino. Chiamo un’altra vicina per provare a passare dal suo lato e, nel frattempo, il vicino derubato armeggia venti minuti nel tentativo di rimettere sul binario il cancelletto e permetterci di uscire.

Ariele mi segue a ruota in giardino e si fionda a controllare se la sua bici esiste ancora oppure no, ma per fortuna, tranne l’averci parzialmente distrutto la recinzione, non hanno danneggiato né rubato niente.

Nel mezzo di questo bel trambusto è rincasato Giuseppe che, una volta aperta la porta, ci ha trovate nel mezzo di una riunione di vicinato nella nostra cucina, intenti a commentare l’accaduto. La sua faccia sorpresa è durata giusto il tempo di aprirsi una birra, ché noi qui sappiamo come affrontare le avversità, e quella punta di alcol ci ha permesso di aspettare quasi con gratitudine l’arrivo della volante della Polizia per la denuncia. Per ingannare il tempo, Manu ed io, abbiamo continuato a canticchiare noi veniamo in vostre case e vi facciamo appartamento e cacca sul letto in loop e con le lacrime agli occhi, congratulandoci l’un l’altra per l’eccezionale tempismo.

Ora, io vorrei dire ‘na cosetta, una specie di appello ai Sig.ri Ladri: la prima volta siete entrati (era la vigilia di Natale di qualche anno fa) e non avendo trovato niente di valore, vi siete fottuti un cesto di banane – sì, avete letto bene – lasciando l’infisso spaccato, la casa sottosopra e pure le bucce in giardino. Ora ci avete riprovato. Io ve lo scrivo qui, che sicuramente (sì, certo) lo leggerete:

Siamo ricchi di emozioni, di gioia di vivere, di abbracci, di sorrisi, di sentimenti, di pizza e caffè, di umanità e di tutto ciò che non si può rubare.

Per il resto siamo Povery.

Crediti fotografici: https://www.facebook.com/babygeorgetidisprezza/

 

 

 

 

“Amore omosessuale è patologico? Certo che no!” articolo a cura della Dott.ssa Marina Cortese, Medico Chirurgo

La prima tragedia della vita sono le azioni, la seconda le parole. Le parole, forse, sono la peggiore.

Le parole sono spietate. (Oscar Wilde)

[Articolo a cura della Dott.ssa Marina Cortese, Medico Chirurgo, esperta di MTS]

Sono recenti le polemiche, di cui si è ampiamente dibattuto sui mezzi di comunicazione, relative alla liceità di alcune pratiche sessuali (sesso anale) chiamando in causa dati scientifici per colpire, in definitiva, l’amore omosessuale definito patologico.

[n.d.a. Per aggiornamenti sul “caso” De Mari, leggi QUI.]
Utilizzare dati epidemiologici, estrapolati dal proprio contesto, per trasmettere il messaggio che un preciso gruppo di riferimento sia sempre affetto da determinate patologie (o che una pratica sessuale comporti sempre determinate conseguenze) al fine di provocare reazioni emotive ed irrazionali nella popolazione generale, per veicolare e rafforzare indicazioni fornite dal proprio credo religioso o politico che sia, è in contrasto con il giuramento professionale.

Qualche informazioni utile, priva di connotazione morale (o moralistica):

Il sesso anale abituale, tra persone etero od omosessuali, per conformazione anatomica e funzione del canale anale, può esporre ad alcune lesioni: dalle lacerazioni della mucosa fino ad arrivare al tumore dell’ano, che colpisce 1-3 persone ogni 100.000 (in associazione particolarmente con il papillomavirus).
La frequente presenza di lacerazioni, e quindi il contatto con il sangue con le feci e lo sperma comportano, senza opportune precauzioni, la trasmissione di malattie sessualmente trasmissibili come HIV, sifilide, gonorrea, epatiti, papillomavirus, herpes.
Alcune infezioni sono invece più strettamente correlate al contatto della bocca con le feci: questo si verifica nei rapporti oro-anali o mettendo in bocca le dita dopo una penetrazione anale.

La World Health Organization ha stabilito come le cause di tale maggiore diffusione siano essenzialmente tre: il mancato utilizzo del condom, la frequentazione di molti partner e l’impiego più diffuso di sostanze stupefacenti.
Sono le stesse organizzazioni mondiali deputate alla tutela della salute a fornire, nelle loro linee guida, le indicazioni per prevenire questi problemi:

Uso del condom/dental dam e di idonei lubrificanti, la vaccinazione contro epatiti A e B e papillomavirus ( nuovi Livelli Essenziali Assistenza approvati dal governo includono il vaccino per il papillomavirus nei maschi), rispettare le basilari norme igieniche (lavare le mani, lavare i genitali e l’ano) limitando, i contatti ano-bocca, limitare il numero di partners sessuali, astenersi dall’uso di sostanze stupefacenti che, alterando la percezione dei propri limiti, possono portare a comportamenti non sicuri, effettuare eventualmente la profilassi pre e post esposizione per il virus HIV.

Quanto detto, evidentemente, NON SIGNIFICA CHE TUTTI I MASCHI OMOSESSUALI SIANO AFFETTI DA HIV O CHE TUTTI SOFFRANO DI INCONTINENZA FECALE PER DANNO ALLO SFINTERE: basti dire che secondo l’Istituto Superiore di Sanità nel 2015
l’ 85.5% dei nuovi casi di HIV in Italia era legata a trasmissione sessuale ed in particolare eterosessuale per il 44.9% ed omosessuale per il 40,6%, riferendosi ad un’incidenza di nuovi casi di 5,2 persone ogni 100.000. Solo una parte della popolazione gay presenta tali problematiche per le quali ha diritto ad accedere a servizi sanitari idonei, trovandosi di fronte personale sanitario privo di pregiudizi.
Ci sono numerosissimi studi che indicano come depressione, ansia, disordini alimentari, tossicodipendenza, alcolismo, tendeza al suicidio, siano molto più diffusi nella popolazione omosessuale; le motivazioni riscontrate sono sempre le medesime in tutti gli studi: discriminazione, isolamento, esclusione, allontanamento dalle famiglie degli amici.
La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, nelle proprie Linee Guida, sollecita il miglioramento ed il rafforzamento di leggi protettive volte ad eliminare discriminazione e violenza contro le persone omosessuali; auspica inoltre servizi sanitari accessibili ed accettabili per la popolazione maggiormente a rischio, basati su principi di equità ed evitamento della stigmatizzazione.

Al di la’ di ovvie motivazioni di ordine etico, tuttavia, esistono anche motivazioni cliniche che spiegano la necessità di attenersi a comportamenti NON discriminatori ed evitare giudizi di ordine morale/religioso nei confronti dei pazienti: da numerosi studi, condotti in ogni parte del mondo, è emerso come l’omofobia o addirittura la criminalizzazione dell’omosessualità e dei comportamenti sessuali più in generale, allontanino i pazienti da prevenzione e terapia, facilitando il diffondersi delle infezioni sessualmente trasmesse e comportamenti a rischio.

Il Codice Deontologico cui ogni medico deve fare riferimento, recita:

Art.3
Doveri generali e competenze del medico
Doveri del medico sono la tutela della vita,della salute psico- fisica,il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza,nel rispetto della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna ,quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera.
Art.20
Relazione di cura
La relazione tra medico e paziente è costituita sulla libertà di scelta e sull’individuazione e condivisione delle rispettive autonomie e responsabilità. Il medico nella relazione persegue l’alleanza di cura fondata sulla reciproca fiducia e sul muto rispetto dei valori e dei diritti e su un’informazione comprensibile e completa, considerando il tempo di relazione quale tempo di cura.
Art.55
Informazione sanitaria
Il medico promuove e attua un’informazione sanitaria accessibile, trasparente, rigorosa e prudente, fondata
sulle conoscenze scientifiche acquisite e non divulga notizie che alimentino aspettative o timori infondati o, in ogni caso, idonee a determinare un pregiudizio dell’interesse generale.

FONTI:
Codice di Deontologia Medica 2014 – portale.fnomceo.it
Gay and Bisexual Men’s Health/CDC
Sexually trasmitted disease/ Gay and Bisexual Men’s Health/CDC
Men who have sex with men/ World Health Organization
Istituto Superiore di Sanità

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