Senza capo né coda

Un post senza capo né coda, che è un po’ un giro tondo su me stessa. Come quando da piccola mi mettevo in mezzo al salotto e giravo giravo giravo, fino a perdere il senso del tempo e dello spazio e dovevo aggrapparmi al divano per non cadere per terra. Un giro sulle emozioni e sulle primavere che arrivano e mi stordiscono. Sto eseguendo le ultime pennellate del mio romanzo che vedrà la luce del sole di inizio estate, mi godo gli ultimi istanti di crepitante attesa, come quella che precede il giorno del mio compleanno, in cui conto i giorni che aspettano immobili sul calendario e scelgo con cura l’abito, le scarpe e il trucco.

La primavera mi agita, mi stressa, mi tira i lembi della giacchetta ormai troppo pesante, mi abbaglia di colori, mi stordisce di profumi, di novità. Non tutte positive, non tutte allegre, non tutte semplici. L’anno scorso ero impegnata con un trasloco di mobili, libri e sentimenti, adesso sto facendo i conti con uno strappo che si è aperto molti anni fa e, nonostante i miei tentativi di rattoppo, alla fine è arrivato brusco e doloroso.

Mi sento nelle ossa molte più primavere di quante io ne abbia realmente vissute, ho una vita zippata che se aperta esplode come quella dei maghi pasticcioni dei cartoni animati. I lamenti non fanno per me, mi limito ad affidare pensieri ai mille quaderni che spargo in giro e dei quali non ho cura, alle orecchie amiche e ai passi svelti nel bosco, quando a farmi compagnia rimangono le ombre.

Scrollo via i chili di troppo, insieme alle scuse che non sono mai arrivate e agli incoraggiamenti che non sono decollati dalla bocca di chi avrebbe dovuto sostenermi e incoraggiarmi a prescindere. Divento sorda alle critiche mosse non per migliorare, ma per ferire. Faccio i conti con il passato, ma la matematica non è stata mai il mio forte e preferisco consumare pagine d’inchiostro, mentre al sole asciugano le lacrime rovesciate sui cuscini.

Ho la pelle delicata almeno quanto il cuore. Il dermatologo mi ha prescritto una protezione altissima per impedire ad altre macchie di deturparmi il volto e io ho chiesto in farmacia, ma nessuno sa che cosa si possa spalmare sulle bruciature dell’anima. Qualcuno dice l’amore, altri la cioccolata. Io credo di aver pasticciato con entrambi, nella vita, e adesso dovrò spendere un po’ di tempo a mettere ordine, a pulire e medicare, a cambiare abiti e abitudini, ché anche quelle più tossiche sono difficili da abbandonare.

Guardo le fronde del salice in fondo al giardino. Danzano nel vento inquiete. Un mano piccolina mi sfiora la schiena e mi ricorda che dagli errori altrui s’impara a esser diversi e a riscattare il passato.

 

Brita e i sacchettini di amore

– Mamma, oggi ho spiegato la “Storia dei sacchettini di amore” a una mia amica

– Ah sì, e cosa le hai detto?

– Che nel cuore di ognuno di noi ci sono dei sacchetti pieni di amore e su ogni sacchetto c’è scritto il nome delle persone a cui vuoi bene. Il nome è importante, perché così il cuore non si sbaglia e non usa il sacchetto di qualcun altro. E anche i sacchetti sono diversi, ci sono quelli più piccoli, per le persone a cui vuoi benino e quelli GRANDI per le persone che proprio gli vuoi benissimo. Per esempio, adesso che sono grande, so che quando abbracci Ariele stai usando il sacchetto suo e mica il mio e io sto tranquilla. Ma non è finita mica così, eh. Perché poi, mamma, a volte si smette anche di volere bene alle persone. Ecco, allora in quel caso lì, possono succedere due cose. Il sacchetto si può svuotare un po’ alla volta, come se fosse bucato e iniziasse a perdere quel che c’è dentro, ogni giorno diventa sempre più floscio e si accartoccia, tipo i palloncini che volano, hai capito? Che quando li compri sono belli gonfi e poi si sgonfiano sempre di più. Oppure può succedere che il sacchetto esplode tutto insieme e smetti subito di voler bene a quella persona, perché magari ti ha fatto male o è stata crudele e allora succede subito. Boom. In questo caso non c’è niente da fare, perché il sacchetto mica lo puoi ricomprare, eh. Invece quando si sgonfiano poco a poco, se uno è bravo e vuole bene davvero, riesce anche a ricucire il sacchetto e con pazienza lo si può riempire di nuovo.

– Oltre ad averla spiegata per bene, direi che l’hai anche ampliata, la “Storia dei sacchettini di amore”. [Ne avevamo parlato anni fa QUI]

– Sì! Mamma, però il sacchetto con sopra il tuo nome non si sgonfierà e non scoppierà mai. Stai tranquilla.

[Mi godo l’attimo, sperando che l’adolescenza e la vita lascino il mio sacchetto al suo posto, nel suo cuore].

 

Divorzio Civile

Da ieri, Giuseppe ed io siamo ufficialmente divorziati.

Siamo entrati in tribunale alle 9,03 per uscirne alle 9,07. Il Presidente ci ha letto rapidamente le condizioni già fissate nella separazione e ci ha chiesto – specificando che era obbligato per Legge – se non c’erano i presupposti per un ripensamento. A noi è venuto un po’ da ridere, ma siamo rimasti seri e impostati, limitandoci a un sobrio “No”.

Poi siamo usciti e, visto che la faccenda si era conclusa velocemente, ci siamo seduti in un bar a sorseggiare caffè, abbiamo fatto il giro lungo per tornare alla macchina – la giornata era meravigliosa e Lucca era incantevole – siamo passati a fare la spesa al supermercato e siamo tornati a casa. La nostra casa. O meglio, la casa dei bambini.

Dato che mancava ancora un po’ di tempo all’ora di pranzo, io mi sono messa a lavorare al pc, lui è andato fuori a stendere la lavatrice. Verso l’una io ho messo a bollire l’acqua per la pasta, lui ha scaldato il sugo. Io ho preparato il caffè a fine pasto e lui ha sparecchiato. Io sono uscita per una riunione di lavoro, lui è andato a prendere Ariele.

Ci siamo rivisti tutti a merenda e allora io ho iniziato a ridere fino a sentire male alla pancia. Perché, vista da fuori, la nostra è la vita di una famiglia etero formata da madre, padre, figlio, figlia e cane; due genitori, maschio e femmina – come ama la tradizione –  che fanno cose, si smazzano dentisti, pediatri, compleanni, sport, colloqui coi professori, spesa, faccende domestiche.

La differenza è che nel fine settimana lui vede la sua ragazza e io la mia.

E, dopo cena, mentre chiacchieravamo un po’ della giornata e spettegolavamo di conoscenze comuni, ci siamo guardati e ci siamo detti che la nostra famiglia è allargata, per metà omosessuale, molto caotica, un po’ dissociata, a tratti stramba, ma densa di un amore che straripa da ogni dove.

Tranne quando dobbiamo decidere a chi, tra me e lui, tocca spolverare. Ma, si sa, nessuna famiglia è perfetta.

Ultimo accesso alle ore 4.10 a.m.

Ti scrive su facebook.

In una selva di gente sgrammaticata, lei arriva dritta alla consecutio temporum del tuo cuore. Ed è subito puzza di sugo bruciato.

Lei è fantastica, intelligente e brillante. E per non farti mancare niente, pure bella.

Inizia il trip delle conversazioni sempre più ravvicinate, ancora e ancora. Finché non ti ritrovi risucchiata in una chat perenne con lei. Ormai è una droga. Vi rincorrete sul filo delle conversazioni digitali fino a confondere il piano reale con quello virtuale. Arrivi a desiderare di morire con le dita incollate alla tastiera.

Lei abita in un’altra città. Ma riuscite a fissare un appuntamento per vedervi. Vi trovate in albergo. Un abbraccio che libera l’anima e brucia la pelle. Vieni travolta dalla passione più potente che il tuo cuore sia in grado di reggere e la tua pelle frigge al contatto delle sue mani.

Passano i giorni. Le chat si susseguono senza mai interrompersi. Il giorno diventa notte. E la notte un calvario di distanza.

Fissi ancora un altro appuntamento. E poi un altro. Rubando il tempo da una scatola che non sapevi di possedere. Senti che è lei. Sì. È proprio lei. L’anima affine cui anela la tua. E il tuo corpo non ha dubbi. Brama il suo.

Ti consumi. Devasti la tua vita che, prima di lei, sembrava il giardino dell’Eden e inizi a ballare sui carboni ardenti fingendo di non sentire le piaghe.

Cristallizzi ogni istante proteggendolo con ragnatele di ricordi. Sei pronta a dare fuoco a tutto per lei. E lei per te.

E poi torna alla carica la sua ex.

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Alla mia nemica

Dai, tanto lo sai che quest post è per te. E secondo me lo aspettavi da un po’. Perché io lo so, che sei sempre lì a gioire quando le cose mi vanno male. E hai pure la presunzione di conoscermi meglio di chiunque altro. Quando sono felice scompari per un po’, ma solo apparentemente, tranne poi lanciare messaggi trasversali che minino un po’ la mia sicurezza e mi smorzino il sorriso. E sì, devo riconoscere che sai dove andare a ferire a colpo sicuro.

Ammettilo, su. Ora puoi anche giocare a carte scoperte. Sono consapevole di non esserti mai piaciuta. Di me hai sempre e solo notato i difetti, le mancanze, giudicando negativamente ogni piccola stramberia, ogni sbavatura alla convenzione. Neppure il mio essere madre ti va a genio, mi fai spesso notare che le altre madri sono migliori di me.

Ecco, lo vedi? Ti ho stanata. Quando ero piccola, mi indicavi beffarda le altre bambine e la loro socievolezza, mentre io me ne stavo in un angolo a leggere perché ero l’ultima arrivata in classe e mi avevano tagliata fuori. E tu? Mai hai preso le mie difese, magari denunciando anche qualche episodio di bullismo di troppo, no. Tu, perfida, gioivi; se quei bambini mi trattavano male o non volevano giocare con me, la colpa era mia.

E l’adolescenza? Te la ricordi la mia adolescenza? Non facevi altro che mostrarmi i corpi delle mie coetanee per farmi notare quanto fossi grassa, brutta e sgraziata in confronto. So anche per certo che ridevi sardonica dietro la porta del bagno, mentre io ero china sul cesso a vomitare l’unico pasto della giornata per poter entrare nei jeans che tutte le altre indossavano.

Ah, e poi l’università. Quando un professore mi ha suggerito di sostenere il test per entrare in Normale, a Pisa, tu hai fatto di tutto per convincermi che era tempo sprecato, che non mi avrebbero mai preso, che non ero così intelligente e, anzi, ero solo presuntuosa. Hai fatto così con il teatro, con la musica, ci hai provato perfino con la scrittura. O con le mie relazioni, sempre a dirmi che ero io, io, e sempre io, quella sbagliata, quella strana, quella che nessun* poteva amare e non meritava niente. Ti sei sempre messa di mezzo per rovinarmi la festa, qualunque essa fosse. La cosa triste è che ci sei anche riuscita.

Fino a questa mattina. Ero in bagno, stavo per lavarmi i denti e tu mi fissavi, come sempre impietosa. E io ti ho sorriso. Già. Mentre tu mi guardavi con disprezzo, io ho provato tenerezza e ti ho sorriso. E anche tu mi hai sorriso. E non era quel sorriso falso, tirato, di circostanza – che tra l’altro, diciamocelo, ti è sempre venuto male. No, no, era un sorriso vero. E ho visto che, forse per la prima volta nella vita, non c’era più biasimo, ma comprensione. Hai capito che sì, ho i miei difetti, ma mi hai ascoltato con interesse mentre ti elencavo le mie qualità e i successi raggiunti nonostante i tuoi sabotaggi. Che sollievo accorgermi che sai ridere e che, finalmente, ci siamo perdonate.

Alla fine ci saremmo anche abbracciate.

Se solo tu non fossi stata un riflesso in uno specchio.

“Il Vaso di Pandora” – Mio figlio si drogava e non sapevo come fare

[Questa testimonianza, inviatami da una lettrice del blog, è arrivata in seguito al suicidio del sedicenne di Lavagna. Personalmente io non so come reagirei di fronte a un figlio che fa uso di droghe, né mi sento di giudicare, non conoscendo personalmente la vicenda. Riesco solo a sperare che a me non succeda o, nel caso, di trovare le soluzioni più giuste, che non sono universali e non sempre portano agli esiti sperati. Colgo l’occasione per ribadire che ogni storia è una storia a sé e che in questo blog non vengono proposte ricette di vita, ma solo testimonianze individuali e che per i consigli – a maggior ragione in casi come questo – è sempre utile rivolgersi a terapeuti e persone professionalmente competenti.]

Non ho letto moltissimo sulla storia di Lavagna, ma abbastanza da starci veramente male. Provo dolore per il ragazzo morto, per la sua famiglia ed in modo particolare sua madre, ma anche per la squadra della Guardia di Finanzia e per tutti coloro che sono in qualche modo coinvolti. Penso che sia umano provare un dolore del genere.

Provo grande difficoltà nel vedere le accuse contro la madre e contro la squadra della Guardia di Finanza. Soffro nel vedere la solita, triste lapidazione delle persone coinvolte. E vi racconto perché.

Come tanti, tanti altri genitori, ma sopratutto mamme, ci sono passata pure io con mio figlio. A 14 anni un cambiamento di carattere, l’inizio del silenzio, le sigarette. A 15 il primo tentativo di fuggire di casa, il silenzio catastrofico, l’incapacità mia di poter comunicare con lui. A 16 i problemi a scuola compresi 40 giorni di assenza in 4 mesi, gli amici sconosciuti, una vita fatta di Facebook, di assenze e di dormire all’infinito.

A 18 anni (faccio la versione breve, perché ora capisco che è una storia comune, ve lo potete immaginare bene: i soldi rubati dalla mia borsa, gli oggetti rubati da casa, la lista è la solita ed è infinita). E poi la perquisizione in casa da parte di 12 carabinieri con 2 cani. Alle 6 e mezza di mattina. Tutto davanti a mia figlia piccola. Hanno spinto mio figlio dentro la macchina della pattuglia (era terrorizzato, sbiancato, tremava), non mi hanno permesso di parlare con lui, e l’hanno portato in carcere.

Solo dopo, riconosco quel momento come quello che ci ha permesso di cambiare. È stato il momento in cui ho detto “io ci sono per te, ci sono fino alla morte per te, ma alle mie condizioni, non più alle tue”.

Le ho provate tutte. Tanto per cominciare non ho firmato per farlo uscire subito (opzione arresti domiciliari, con firma per la responsabilità). Ho “hackerato” il suo account di Facebook ed ho copiato messaggi privati, per salvarli da qualche parte, nel caso. Ho copiato numeri di telefono dal suo cellulare, per averli nella memoria del mio cellulare, nel caso. Ho fotografato i suoi vestiti, la sua roba intima, per documentare fino a che punto era ridotto.

E poi dopo ho fatto dell’altro. Ho consegnato delle sue lettere private ai carabinieri. Ho chiamato i carabinieri in casa per fare altre perquisizioni “a caso” quando ho trovato soldi (nella cassetta dei calzini – la fantasia maschile non smetterà mai di stupirmi).

Non ve li racconto tutti. Ho dato (credo) l’idea. E dopo 4 anni passati al buio, nel non sapere come reagire e cosa fare, quella perquisizione in casa mi ha fatto reagire. Mi ha dato luce. Mi ha fornito un lezione di vita. A quei carabinieri che hanno tirato calci alle porte chiuse, che hanno disfatto ogni stanza, che hanno girato con quel cane impazzito perché ad ogni angolo di casa mia aveva soddisfazione e veniva premiato, io sono grata. Mi hanno fatto capire che non va bene vivere così, che non è una “cazzata da ragazzi”, che non sono fasi inevitabili della vita. Sono grata più di quanto io sia in grado di esprimere.

E nei mesi successivi gli stessi carabinieri sono tornati a casa mia tutte le sere, tutte, tra le 11 di sera e le 6 di mattina, suonando il campanello ad orari impossibili. Dopo aver verificato la sua presenza, con parole brusche e quasi con cattiveria, hanno addolcito i toni e mi hanno chiesto “e te come stai?”. Sono padri di figli pure loro.

In quei mesi di reclusione forzata, ho ricevuto messaggi di minacce di suicidio e di azioni anche peggiori. Ma, ve l’ho già detto, ero determinata a salvare mio figlio, ma solo alle mie condizioni e secondo quello che secondo me era giusto.

Se le condizioni mie avessero portato ad un altro risultato, io oggi so che avrei fatto del mio meglio. Ne sono convinta. Di più non avrei potuto fare. Forse non ho fatto le cose in modo perfetto o nemmeno corretto. Ma io l’ho fatto al mio meglio – di più non potevo. Non mi sento in colpa, non mi sento di aver sbagliato. L’esito della mia storia alla fine è stato positivo, ma per un pelo. Se fosse andata diversamente sarei disperata, inconsolabile, devastata …. ma NO, non mi sentirei in colpa.

Cara Mamma di Giovanni, tutta la mia stima. Il risultato è stato tragico, ma la tua volontà di reagire l’ammiro tantissimo. Io ci sono arrivata molto più tardi.

Care forze dell’ordine. Grazie di esserci e di fare quello che fate. Una scelta di carriera tosta. Non siete tutti perfetti, ma nemmeno io sono perfetta.

Io per tre anni ho girato nel buio, non sapendo come reagire o comportarmi. L’intervento molto violento dei carabinieri forse è servito più a me, che a mio figlio. No, senza forse. È servito a me. E grazie a questo schiaffo, quasi fisico, ho trovato la forza e il modo di reagire.

E siamo ancora vivi entrambi. E stiamo pure bene.

[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Qui trovi i dettagli http://bit.ly/1S1CMB4. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

Ho il Fuoco di Sant’Antonio della maternità

Sono in una fase un po’ bizzarra. Detto così sembra che, in generale, la mia vita abbia percorso due binari ordinati in mezzo a sconfinate e placide pianure, non su un tagadà fuori controllo come di fatto è; quello che volevo dire con questo incipit da mani alzate e che a tratti mi suona l’allarme del mammifero. C’è chi ne è immune, ma io no. Io appartengo alla schiera di animali sensibili all’odore della maternità. La cosa simpatica è che l’ho scoperto recentemente.

Avendo figliato da giovane, credevo di essere immunizzata. Come quando prendi la varicella e ti aggiri garrula tra gli amichetti dei tuoi figli in piena crisi acuta, pensando di essere immune, e invece ti viene il Fuoco di Sant’Antonio. Ecco. A me è venuto il Fuoco di Sant’Antonio della maternità. Inizio adesso ad assaporare quell’arietta frizzante di una ritrovata autonomia – dovuta all’età dei miei due virgulti – in cui riesci a programmare viaggi, trasferte, aperitivi, ma anche più prosaicamente docce che durino più di 4 minuti senza che a qualcuno serva il tuo aiuto per fare la cacca. Quel momento in cui di puoi uscire sicura sapendo che se c’è una macchia sulla maglietta è caffè e non rigurgito, scambiare due chiacchiere con qualcuno al telefono senza una sottofondo di pianti inconsolabili, fare la spesa mettendo sul seggiolino del carrello una silenziosa cassa di acqua effervescente con basso residuo fisso ed essere sicura che nessuna manina infilerà oggetti a caso tra le provviste.

Vivo, insomma, in quello stato di grazia di genitrice di figliolanza semi indipendente con giardino sul retro da godere in autonomia che sognavo durante le mie nottate insonni tra asma, dentizione, tosse, prurito e noiosità preterintenzionale del lattante.

Quindi non mi capacito del radar che mi si attiva quando c’è un umano al di sotto dei tre anni nel raggio di chilometri. Prendiamo ieri, per dire. Ieri uscivo da scuola pure un po’ di fretta e camminavo veloce verso la macchina, quando ho sentito un pianto disperato. Mi sono girata e c’era un piccolo gnometto sui due anni, con i ricciolini e gli occhioni verdi che urlava a pieni polmoni, malamente assicurato al passeggino e spinto da un uomo piuttosto anziano che non lo guardava ed era in vistosa difficoltà. Ho tirato dritto per la mia strada, ma non ce l’ho fatta. Sono dovuta tornare indietro e accostarmi. Il piccoletto ha smesso all’istante di piangere, non appena ha visto che gli sorridevo, mi sono abbassata e ho visto che era molto raffreddato. Per non passare da pazza oltre la misura che fa scattare la chiamata alla polizia, mi sono rivolta anche al nonno impacciato per chiedere il nome e l’eta di quel pupetto bellissimo che mi sarei tanto voluta portare a casa   e poi sono tornata verso la macchina. E mi accade sempre così e sempre più spesso. Faccio versetti idioti ai bambini al supermercato, per strada, al ristorante, e se c’è un poppante in giro inizio a chiocciare manco fossi una gallina con l’uovo di legno.

Forse, in questa fase, è un bene che la mia partner sia femmina. Se dessi retta agli ormoni, a quest’ora sarei già a scegliere il corredino del quinto figlio.

 

“E lei è…? Tua sorella?” Cronache di un coming out a sopresa

La scorsa settimana ero a passeggio per il centro di Lucca con Margherita e Manu. Loro due si tenevano per mano, io camminavo pochi passi più avanti per evitare di diventare parte integrante dell’asfalto cittadino.

Sovrappensiero come sempre, non mi accorgo di una figura che in lontananza mi fa ciao con la manina. Mi concentro, strizzo gli occhi e metto a fuoco la bidella della scuola in cui lavoro. A volte divento come i bambini e ho difficoltà a ricollocare le persone al di fuori dell’ambiente in cui sono abituata a frequentarle. Cerco di rimediare la figuraccia spiegandole di questo mio deficit e la saluto con simpatia. Noto che il suo sguardo passa in rassegna sia Margherita che Manuela. Alla fine mi chiede chi è quella bellissima bambina con gli occhioni azzurri.

Le rispondo che è mia figlia e la sua espressione è sempre più perplessa. I suoi occhi giocano una partita a ping pong e rimbalzano tra me e Manu. Non riuscendo a capire la relazione tra mia figlia e la tipa che la tiene per mano è costretta alla domanda diretta

– E lei è…? Tua sorella?

Ora, non credo che ci siano due donne sulla terra con meno somiglianza fisica di me e Manu. Comunque a quel punto non posso tacere e le spiego che è la mia fidanzata (che “ragazza” non ce la faccio, dovrebbe essere vietato per legge, di chiamare il proprio partner “ragazzo/a” dopo i 30 anni). Lei sgrana gli occhioni, ci sorride e se ne va. Ammetto che sarei stata curiosa di leggere la mente di questa signora di una certa età, che si è trovata a gestire un coming out a sorpresa.

Per dovere di cronaca v’informo che la bidella è sopravvissuta, è tornata a lavoro e non mi ha tolto il saluto.

Anche questa è educazione civica.

 

“Le tre età della lesbica”: lesbiche alle prese con Sbarbine, Milf e Cougar

[Chiedo scusa al signor Klimt per la storpiatura del titolo della sua opera. Sebbene non credo si offenderebbe, visto che le sue tele sono state riprodotte su qualsiasi superficie materica. Non chiedo scusa a chi commenterà questo articolo senza aver senso dell’ironia.]

Fase Sbarbina

La fase sbarbina della lesbica è quella compresa tra l’adolescenza e i 25 anni. In questa fase la giovane lesbica inizia l’esplorazione di sé e del mondo. Attratta dall’ignoto, ma spaventata dalla novità e dal mondo eteromorfo che la circonda, è attratta da donne più grandi, esperienziate, con un solido vissuto alle spalle. In questo periodo, la lesbica punta donne almeno over 30, con uno spiccato interesse ed un’accesa attrazione per la Milf, creatura sublime che abbina cura materna e malizia sufficiente a guardarsi nelle vetrine e trovarsi, finalmente, piacente. La Milf è dotata di sguardo adulto e consapevole sulla realtà, nonché di una certa disinibizione dovuta ad una maggiore accettazione del proprio corpo. Riassumendo: nella fase Sbarbina, la lesbica punta la Milf.

Fase Milf

Nella fase Milf, la lesbica è ancora piacente e giovane abbastanza da essere apprezzata sia dalle Sbarbine che dalle Cougar. La fase Milf è l’età dell’oro per la lesbica che, conscia delle proprie potenzialità e del proprio potere seduttivo, può scegliere se deliziarsi con una Sbarbina o concedersi alle mani esperte di una Cougar (niente battute scontate, grazie). Lontana dai tormenti della prima giovinezza e ancora sollevata da quelli della terza età, può anche cedere all’impulso nidificatorio e cercare una coetanea con la quale realizzare il percorso classico della relazione lesbica: la casa arredata ikea al giorno 2° di conoscenza, l’anello al giorno 3°, la presentazione ai genitori al 4°, l’Unione Civile al 5°, un figlio dopo 9 mesi dal giorno 2° (concepito in Svezia in omaggio a Ikea), un numero variabile di gatti as soon as possible. L’importante è che condividano passioni e intenti. Nel caso di lesbiche nate nella decade ’70-’80 pare sia una skill fondamentale il cantare in macchina tutto il repertorio completo delle canzoni dei cartoni animati di quegli anni.

Fase Cougar

Il tempo passa, ma per uno strano fenomeno non ancora indagato da Piero e Alberto Angela, la lesbica non invecchia. No. La lesbica matura. Dopo i 45 anni raggiunge l’apice della consapevolezza e pure una discreta dose di menefottismo dei pregiudizi propri e altrui, dei meccanismi autoboicottanti e delle numerose forme di paranoia. Vive una seconda giovinezza, o anche la giovinezza che non si è goduta per colpa di fenomeni autocastranti molto noti alle donne, ma più diffusamente operanti sulle lesbiche. La Cougar la puoi vedere a piedi scalzi in discoteca o a stracciarsi le vesti a un concerto, così come puoi trovarla ubriaca sulla spiaggia a limonare duro con la tipa rimorchiata al concerto. A quest’età la lesbica è spesso reduce dalla fase terminale di una relazione, ha scoperto le gioie della vita da single – o anche no – ma in ogni caso inizia ad apprezzare la compagnia fresca, frizzante e priva d’intenti nidificatori delle Sbarbine.

Che tu sia Sbarbina, Milf o Cougar, la vita è una ruota che gira.

Intorno alla F…ortuna.

le tre età della lesbica

Illustrazione a cura di Manuela Amerio

Facciamo che…

Facciamo che io e te,

sì, proprio io e te,

non siamo più io e te, ma siamo

noi.

Facciamo che noi

ci troviamo in un sogno a metà

io metto la mia e tu la tua, di metà.

Facciamo che io ti sveglio domattina,

portandoti il caffè a letto

e tu mi dici che mi ami

e che la vita con me è bella,

come quella che sognavi da piccola

quando pensavi a un noi.

Facciamo che le incomprensioni

le buttiamo via,

magari nell’organico, così diventano dei fiori

e noi poi ci godiamo i fiori, senza scordarci da dove arrivano.

Facciamo che io e te,

che siamo noi,

ci sussurriamo i problemi, e mentre li diciamo

volano via,

senza incastrarsi nei capelli e nelle rughe della fronte.

Facciamo che io e te,

volevo dire noi,

ci scegliamo ogni giorno e non importa

se è un giorno di pioggia,

perché possiamo stare sotto le coperte

a fare finta che,

io e te

siamo noi.

Ma senza fare finta,

solo Noi.

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