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E la scelta delle fedi

Finalmente Manu è a casa (a spargere tazzine di caffè in ogni stanza – vedi QUI) e stiamo cercando di ritagliare il tempo per iniziare a organizzare il matrimonio.

Non avendo ancora chiaro lo stile dell’evento, non abbiamo ancora deciso gli abiti, il luogo del ricevimento e neppure il numero degli invitati. Quello che sappiamo è che sarà very low budget (quindi sbizzarritevi pure con idee e suggerimenti).

Siamo dunque partite da quello che probabilmente è uno degli ultimi impicci: la scelta degli anelli. Sapevamo che ci sarebbe piaciuta una fede che si capisse a dieci miglia che è una fede, che non si confondesse con un anello “altro”, ma – siccome la fede classica era troppo classica – ne avremmo voluta una che fosse un po’ diversa.  Tronfie di aver fatto della confusione il nostro vessillo, ci siamo recate in una gioielleria artigiana.

Entriamo, dopo aver suonato il campanello, in un ambiente austero, molto tradizionale e che ha ben poco a che spartire con l’idea di artigianalità e creatività che staziona nel mio cervello. Ci sediamo su un divanetto, posizionato nel mezzo di un grande salone e ci guardiamo intorno. Il bancone è protetto da vetri anti rapina come quelli delle banche e per parlare bisogna piegarsi a novanta gradi e alitare le frasi in un piccolo oblò. La sala, con vetrine retro illuminate e un grande lampadario in cristallo che penzola severo al di sopra delle nostre teste, ci mette a disagio. Così ci alziamo e iniziamo a ispezionare i gioielli esposti, mentre un’elegante commessa serve una signora imbellettata. Medaglie, orecchini, collane, anelli che più classici non si può, orologi e quadretti in argento. E poi sveglie, parure in corallo e collier.

Manu e io ci guardiamo, pronte a scappare: è evidente che non è il negozio adatto a noi. Come minimo saranno pure omofobi e reazionari come le collezioni esposte e l’ambiente che le accoglie. Già immagino che la commessa con il girocollo di perle attiverà l’allarme appena noi pronunceremo unione civile.

Stiamo per imbucare la porta, quando veniamo richiamate indietro. È la commessa, che nel frattempo si è liberata. A questo punto ogni tentativo di fuga viene accantonato. Mal che vada, avrò qualcosa da raccontare sul blog.

– “Buongiorno, come posso aiutarvi?”

– “Buongiorno, vorremmo vedere delle fedi?” E mentre pronuncio la frase preparo il contrattacco per quando mi chiederà Chi di voi è la sposa? Ma mentre il mio cervello crea scenari, la signorina risponde.

– “Certo, abbiamo 239023705 fedi, alcune più classiche, altre moderne, e poi quelle surrealiste, quelle aristocratiche, quelle medievaliste. Possiamo realizzarle in oro rosa, bianco, giallo, a pois e a scacchi, ma anche in argento, cobalto e argilla del Danubio. Un attimo che prendo il catalogo e vi porgo alcuni modelli che potete provare. ”

Mentre la guardo allibita con la mascella spalancata, la commessa ci lancia, da un piccolo vetrino scorrevole, alcune tra le 239023705 fedi proposte. Infiliamo, sfiliamo, commentiamo tra di noi e con la signorina con il girocollo di perle che, gentile e professionale, asseconda la confusione di due quasi sposine e cerca di dipanare i fili del caos.

Incredibilmente scegliamo un modello (ci siamo sentite eroiche per non aver impiegato 72 giorni e una notte) e ci viene proposto un preventivo. Salutiamo e usciamo.

E in macchina ci guardiamo. La prima buona notizia è che abbiamo individuato le fedi. La seconda è che ci siamo fatte fregare dal pregiudizio. Siamo così abituate ad essere discriminate, che l’essere trattate da clienti qualsiasi ci ha lasciate basite. Se la commessa non ci avesse richiamate, saremmo andate via. Avremmo perso un’occasione. Non solo di acquistare le fedi, ma anche di ricordarci che le apparenze ingannano e sono per le persone prive di fantasia.

Tirando le somme: i preconcetti sono IL male. L’abito non fa il monaco e neppure la vetrina. Il girocollo di perle è bellissimo. (E l’oro – mortacci sua – costa un casino).

La mia fidanzata e la Sindrome dello Sheraton

Oggi parleremo della Sindrome – con tanto di maiuscola, ‘sì da permettervi di coglierne l’importanza e la gravità – dalla quale è affetta la mia fidanzata.

Tale Sindrome è altamente virale, ha già contagiato il resto della famiglia, compreso il mio ex marito. Pertanto si consiglia la lettura del post accucciati in un angolo buio. Se siete sui mezzi pubblici potete fissare una macchia di sudiciume a caso. Pare che tenebre, puzza e zozzo impediscano la propagazione del virus.

Per capire di cosa si tratti, dovrete concedermi anche una breve digressione narrativa. Siamo nel decennio scorso, quando Manu, giovane e spavalda manager di primo pelo si accingeva ad abbracciare la causa del nomadismo intercontinentale per soddisfare la propria bramosia di conoscenza e carriera. La giovane e spavalda di cui sopra era avvezza saltare da un aereo a un treno più volte la settimana, si nutriva di croccantelle al bacon delle macchinette, caffè nero e Pringles e pernottava in hotel & residence di vario genere.
Ma negli ultimi 3 anni, la sua vita aveva avuto un upgrade e l’esistenza imbruttita era stata in parte ricompensata dal pernottamento – scelto e pagato dall’azienda per cui lavorava – in Hotel della catena Sheraton.

La sopracitata catena, famosa per la nanna di lusso, offre una serie di comfort che io ho potuto testare una sola volta – quando Manu, per fare la figa, mi ha portato in vacanza in Thailandia – e prevede: materassi paradisiaci da cui non alzeresti il culo nemmeno se ci fosse Angelina Jolie a chiedertelo per favore, camere impeccabili  con tanto di cioccolatino serotoninico della buona notte, una selezione di lussuosi set cortesia da bagno – tipo che c’è perfino il balsamo, che per una coi capelli pazzi è un desiderata mica da poco – le pantofoline di pelo di muflone artico tessuto al telaio peruviano, accappatoi di cotone così morbido che ti viene voglia di indossare solo quello per sempre anche per andare a lavoro e sposarti.

E poi il servizio. Qualunque richiesta viene soddisfatta praticamente in tempo reale. Vuoi un caffè? Un tramezzino con l’avocado lunare? Una tavola da surf? Un gentile addetto si precipita alla porta della camera in men che non si dica. Nemmeno io con i miei figli neonati ero così scattante.

Inutile dire che la manager imbruttita – immaginiamola stanca dalle molte ore di lavoro e viaggio – si sia spesso concessa queste coccole extra. Pensate cosa comporti il vivere anni in questo modo.

Adesso torniamo al presente. A noi, alla nostra convivenza ne La Comune. Alla mia vita frenetica, al mio bisogno di tempo e concentrazione. Ecco. Praticamente sto per sposare un mostro.

Le porto il caffè in camera? La tazzina rimane a lasciare culaccini sul comodino.

Si fa la doccia? L’accappatoio rimane appallottolato per terra, sempre che non sia steso a fare da sindone sul letto.

Fa merenda davanti al pc? Indovinate dove rimane il piatto? Tra le pagine chiare e le pagine scure del mio smerigliamento di gonadi.

Non c’è verso. Non ce la fa. C’è chi crede a Babbo Natale o agli Gnomi del Bosco, lei crede nella presenza della Fatina dei Resort di Lusso che assieme all’Elfo Dorato dell’American Express, volteggia leggiadra alle sue spalle, raccogliendo gli oggetti che lascia graziosamente scivolare dalle mani.

E non solo. La Sindrome ha iniziato a diffondersi all’interno de La Comune, producendo vestiti in odor di salma dell’adolescente che rimangono a imputridire nella sua camera, mollette per capelli della Piccola sapientemente sparpagliate sul pavimento del bagno, in modo da devastare i piedi scalzi con una ferocia pari solo al mattoncino angolare dei Lego.

Ma il morbo può e deve essere debellato. Sono corsa ai ripari. Ho creato una tabella dei vari servizi con tanto di costi e l’ho appiccicata sulla porta di ogni singola fottuta stanza.

Adesso i prezzi dello Sheraton sembreranno quelli dell’Ostello della Gioventù.

Edizione Premio Doppia Emme (Premio MammaMerda) 2017/2018

Con l’inizio del nuovo anno scolastico prende ufficialmente il via Il Premio MammaMerda (che per praticità abbiamo chiamato Premio Doppia Emme)

Apro le danze con due episodi.

Episodio Uno

Il Figlio Grande ha iniziato il liceo. Per ora tutto bene, fatta eccezione per la questione del trasporto. Un po’ per incompatibilità con i nostri impegni di lavoro, un po’ per responsabilizzarlo e renderlo autonomo abbiamo deciso che avrebbe preso il pullman. Per lui – che ha un cuore sportivo e l’età in cui misura i muscoli con orgoglio e conta i brufoli in preda alla disperazione -non ci era sembrato un grande sforzo mandarlo a piedi fino alla fermata dei mezzi.

Ma, ahimé, ci sbagliavamo. A lui piace l’attività fisica, ma nei tempi e nei modi decisi da lui. Per farla breve, percorrere a piedi questo tragitto equivale nella sua mente di adolescente a una tortura ingiusta, nemmeno gli avessimo chiesto di fare Iron Man scalzo o sui palmi delle mani (cosa che invece, a pensarci bene, avrebbe accettato di buon grado). Sordi ai brontolii, che solleva con impostata voce baritonale, Figlio Grande si è giocato la carta “cazzata creativa al gusto di senso di colpa materno”.

– “Mamma, io ci vado a piedi, eh, però devi sapere che quella strada è pericolosa, mi sfrecciano accanto i camion a tutta velocità”

– “Ma non è la stessa strada che fai venti volte la settimana per andare in bici dai tuoi amici?”

– “Sì, maaa a piedi è più pericoloso”

– “E perché? A piedi sei anche meno ingombrante, hai una visibilità maggiore della strada e puoi sempre spostarti sul ciglio. E poi stiamo parlando di 400 metri di strada di campagna. Mica vivi in tangenziale”.

Lui bofonchia parole a caso e io rincaro la replica

– “Ciccio, lo senti lo scricchiolio?” Lui si guarda intorno perplesso

– “Lo scricchiolio di cosa?!”

– “Della tua fragile teoria che sta per sbriciolarsi. Vai a piedi e festa finita”

Lui si alza e va in camera sua. Non mi ha parlato per mezza giornata.

Episodio Due

Passiamo adesso a Figlia Piccola.

Sto lavorando al pc quando Figlia Piccola irrompe tutta euforica nella stanza con in mano una scatola trasparente.

– “Mammmaaaaaaa guardaaaaaaaaaaa”

Mi mostra la scatola e vedo due cavallette (o grilli, non saprei) che mi guardano con il tipico musetto inespressivo di chi cova una collera omicida. La cavalletta più grande ha sul dorso una cavalletta più piccola.

– “Mammaaa guardaaaaaaaaaa, che tenerezzaaaaaa! Sono una mamma cavalletta con una figlia cavalletta. Siccome non può portarla in braccio la tiene sulla schiena. Non sono un amore?! Sembriamo io e te, quando io ero piccola e mi portavi sulla schiena dentro la fascia.”

Inghiotto e rispondo un fintissimo:

– “Amore, ma che dolce! Sono davvero carine!”

E niente. Non ho avuto il coraggio di dirle che erano una coppia copulante. Già me la immagino adolescente disagiata e priva di una corretta educazione sessuale.

Credo di essere già sul podio. Ma siccome sono una tipa sportiva, potete mandare la vostra storia a barsottiveronica@gmail.com)

 

E la richiesta di Unione Civile in Comune

E quindi siamo andate in Comune a Lucca per “prenotare” la nostra Unione Civile.

Ad aspettare, nella sala dell’anagrafe, un altro paio di coppie. Dal fatto che fossero uomo&donna, ho presunto che fossero coppie etero(arguta, eh). Mi sarebbe piaciuto che non fossimo state le uniche due donne, ma pazienza. Ho anche tanti amici etero e sono brave persone.

Quando è arrivato il nostro turno ero così emozionata che ho avuto un lapsus a scrivere la mia data di nascita. E la penna non funzionava a dovere e il risultato è stato un puntinismo da alcolista effetto “ho scritto t’amo sulla sabbia della gatto”. Al momento del colloquio per definire la data, la scelta della location, l’orario e il tariffario del Comune, l’impiegata ci ha edotte anche sulle regole di buon senso della sala:

Niente lancio di sampietrini e ciottoli, niente iguane al guinzaglio, né volo di coleotteri. Soprattutto, se speravate che avrei installato un allevamento di San Bernardo con il barilotto pieno di grappa al collo, mi spiace – ma niente. Gli invitati dovranno venire già bevuti.

Per curiosità abbiamo anche chiesto se fosse possibile avere un celebrante scelto da noi, ma il Sindaco delega solo internamente. La gentile impiegata, però, è stata così carina da assicurarci che in genere la persona che si occupa delle Unioni Civili è “uno di noi” e “molto sensibile”.

Capisco la buona fede della signora – che voleva semplicemente confortarci comunicando che la giunta è friendly (non è affatto scontato, purtroppo) – ma io e Manu non siamo riuscite a non scambiarci uno sguardo beffardo. Mancava solo che aggiungesse che il tizio in questione “ha buon gusto nel vestire” e avremmo concluso la fiera dello stereotipo. Per fortuna, nessuna raccomandazione sul nostro outfit da cerimonia. Pare che per le lesbiche non sia obbligatoria la salopette e nemmeno la camicia a quadri.

Per adesso è tutto. Ma è solo l’inizio e saranno mesi lunghi. Molto lunghi.

E Barz si sposa!

Salve, fedelissimi lettrici e lettori

Chi mi segue sui social sa che pochi giorni fa ho annunciato con fanfare e giro pizza virtuale il mio matrimonio con Manu (ribadendo che sì, lo so che è un’unione civile, che lo Stato ci tratta da cittadini discriminati, che è il contentino per tenerci zitti – e infatti mica smetto la lotta per la parità dei diritti – ma per me è un matrimonio a tutti gli effetti. Quindi, sappiate che in culo a tutt*, lo chiamerò così).

La cosa era nell’aria, tempo fa era arrivato anche l’anello, ma io avevo un po’ fatto Nostra Signora della Procrastinazione Assistita e avevo differito il responso previa consultazione del futuro tramite lettura delle bolle di mozzarella e dei disegni che le ali dei fenicotteri glabri formano durante la stagione dei monsoni australi. Il motivo principale di cotanta palinculaggine era la strizza. Avete presente no? Quel bolo che si forma all’altezza dello stomaco e crea un effetto cinghiale lardellato a colazione e poi scende a liquefare le viscere tipo… Sì, dai, avete capito.

E quindi, dicevo, ho detto Sì! Sì alla fede al dito, sì alla cerimonia, sì alle foto, sì al cerone sulla faccia per coprire le impurità della pelle, le rughe d’espressione, le borse, la rosacea e altri problemi dermatologici che si contendono il mio viso.  Ho detto sì alla domanda “Lo vuoi davvero?” e a quella “Sei sicura che sia Lei?” e anche al fatto che i “per sempre” funzionano solo se t’impegni ogni giorno e se ci si prova in due. Anche se incidono le variabili del Fattore C.

Adesso. Da che parte si comincia a organizzare? Trucco, vestito, parrucco? Non è che ho l’ansia, io. È lei che vive dentro di me.

Chiedo l’aiuto del pubblico 😀

[Illustrazione di Manuela Amerio]

Io e te – eppure non ci avrei scommesso manco una birra

Sarà che quando parti rimango sempre un po’ spaesata. Ti accompagno all’alba a prendere il passaggio che ti porterà a Milano e passo le due ore successive a girare per casa a vuoto, aspettando di vederti sbucare con in mano il pc o l’ennesima tazzina di caffè. Invece no.

Oggi sono malinconica, perché è stata un’estate bella, piena di caos e amore e progetti condivisi. E mi manchi. Penso alla nostra storia.

Ci siamo conosciute per caso in un gruppo di lavoro, la simpatia è scattata subito reciproca, ma niente di più. Io avevo la mia vita e tu la tua; ci piaceva chiacchierare, confrontarci e ridere con il nostro senso dell’umorismo non comprensibile a tutti, quello sì. Io vivevo a Lucca, tu a Stoccolma. Poi la vita si è accartocciata. Io facevo l’ospite in quella che all’epoca era casa mia, insieme a una compagna che ha fatto di tutto per allontanarmi – salvo poi fare la vittima e lamentarsi di essere stata lasciata. Mi sono dovuta trasferire a Milano per lavoro e per scappare al dolore di quella separazione. Tu mi hai accolto nel momento più disperato della mia vita: quando ero lontana da casa, dai miei figli, con un lavoro nuovo, in una città sconosciuta. Sono entrata nella tua casa vuota – tu eri a Stoccolma e ci incrociavamo raramente  – con una valigia di vestiti, scarpe e lacrime. Non c’eri, ma c’eri. Mi sei stata vicina, mi hai ascoltata e consolata. Quando ero per terra ti sedevi accanto me anche se eri in un altro Paese. Lo sentivo sai? È lì che ho imparato che la vicinanza non è una questione geografica. Poi, l’amicizia si è trasformata in Amore.

I maligni hanno visto un piano di broccolaggio ben congegnato, di te che ti spianavi la strada risalendo la corrente tra le mie lacrime e io che te lo permettevo. Ma a noi fottecazzo delle opinioni dei poracci di cuore. Noi lo sappiamo che ogni granello di amore lo abbiamo posizionato con pazienza, costruendo castelli di sabbia che venivano spazzati via da circostanze sempre sfavorevoli, dalla mia capacità di boicottare le cose belle preferendo le mazzate (per fortuna non è più così – special thanks anche alla mia terapeuta), dal tuo carattere da riccio che mal si sposava con il mio atteggiamento da istrice.

Se siamo ancora qui è grazie a te. Che non te ne sei andata quando ti ho gridato di farlo, dopo aver giocato a trovarci tutti i difetti del mondo per dimostrare che non meritavo il tuo amore. Sei rimasta, nonostante tu abbia visto il peggio di me, ascoltato i miei deliri e saltellato nel campo minato delle mie fasi umorali poco prevedibili. Ce l’ho messa tutta a sfasciare ogni cosa, perché quando impari a essere trasparente e a relazionarti con qualcuno che ti fa sentire sbagliata e inutile, alla fine è sempre chi viene dopo che ne paga le conseguenze.

Siamo qui. Perché mi fai sentire amata per come sono e mi hai insegnato che quel che sono è amabile.

Siamo qui. Perché ci abbiamo creduto. A volte a senso alternato, molto spesso insieme e adesso ho smesso di essere terrorizzata all’idea di una nuova convivenza.

Siamo qui. Io e te. Alle porte dell’ennesimo cambiamento.

Io e te – eppure non ci avrei scommesso manco una birra.

Finisce l’estate e anche la mia relazione a distanza

Eccomi! Sono tornata. Un po’ mi è mancata la routine dello scrivere il blog, ma avevo bisogno di fermarmi. Avevo finito le energie, mi sentivo rinsecchita al pari di un limone dimenticato sul ripiano più alto dello sportello del frigorifero. Quest’anno mi sono sdata alla scrittura, non solo quella “professionale” in veste di copy, web writer e docente dei corsi, ma soprattutto la stesura del romanzo e i conseguenti passaggi di editing mi avevano prosciugato un bel po’. L’arte richiede tempo e ascolto. Come la pizza. Le idee hanno bisogno di affrontare basse maree e tempeste, prima di adagiarsi su una calda spiaggia ed affiorare alla coscienza. Come il caffè. In sintesi, se nella vita hai capito pizza&caffè stai ‘na crema.

Ho avuto bisogno di silenzio, di cose di casa, di viaggiare, di leggere la valanga di libri che si era accumulata sul comodino e che minacciava ormai di schiacciarmi nel sonno. Mi sono dedicata a me stessa e alla famiglia, cercando di addomesticare i pensieri e le emozioni forti degli ultimi mesi, di pettinare l’adrenalina delle presentazioni (che riprendono – in fondo al post trovate le prossime, ma vi consiglio di seguire la pagina Facebook per rimanere aggiornati) e gestire la stanchezza atavica.

Questo non è il solito post, mentre scrivo mi rendo conto che assomiglia di più al saluto eccitato di chi non ti vede da un po’ e ha un sacco di cose da raccontarti: tipo che la Bulgaria è bella ed europea ed economica e si mangia da dio o anche che cambieremo casa, forse tra un po’ e per un po’ o forse definitivamente. Che a breve ricomincerà la scuola, ma anche i corsi e che – oltre a quelli di scrittura autobiografica di Scrittura Nuda – ne organizzerò di specifici per la scrittura di romanzi, racconti, poesie e lettere d’amore – oltre che quelli per i blogger. Sto anche pensando di iscrivermi ad un corso di disegno per principianti e continuare il Nordic Walking di cui sono diventata appassionata praticante.

Ma LA notizia più sconvolgente è che la mia relazione a distanza finirà. Addio su e giù da Milano, addio Cisa ogni quindici giorni (salirò, ma solo per ragioni professionali e per vedere gli amici), addio lettone vuoto e addio fine settimana cardiopatici e più condensati del latte in polvere. Tranquilli, stavolta non sono stata lasciata né sono stata indotta a lasciare: semplicemente Manu ha trovato lavoro a Pisa! E da novembre vivremo insieme, amandoci e litigando come una qualsiasi coppia che può mandarsi a spigare guardandosi negli occhi e non scrivendosi in chat.

Sono un nodo di emozioni! Tra professione e privato sono davvero felice e soddisfatta, molto grata a tutte le divinità più o meno note che hanno compensato le perdite, le delusioni e le lacrime dell’anno precedente. Ho imparato molto in questi mesi di apparente inattività e consolidato la teoria che il non capire l’ironia e non essere empatici sono segnali inequivocabili di gravi deficit relazionali e della propensione, quindi, a scaricare sugli altri le proprie responsabilità. Per me – che i bilanci li faccio a fine estate – è stato un anno di crescita e realizzazione sotto ogni punto di vista, che mi ha permesso di eliminare le impurità, le personemmerda e a dedicare tempo, energia e cuore a chi merita solo il mio meglio.

Settembre promette bene, insomma. Che l’Autunno coccoli anche voi.

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Ecco qui il CALENDARIO (in aggiornamento).

=> 23 Settembre a Bologna
=> 30 Settembre a Trieste
=> 6 Ottobre a Firenze
=> 14 Ottobre a Lucca

 

Che ne sappiamo noi, mamme senza tempo libero?

Tempus Fugit! E se sei mamma, lavori, hai una vita, un cane, dei sogni, sai bene quanto sia inestimabile l’ottimizzazione delle ore quotidiane.

Martedì scorso le mie creature sono partite per la vacanza con il papà ed io – per la prima volta – mi sono trovata a casa per una settimana. Sola. In realtà c’è Iole Topocane che mi segue come un’ombra e con la quale dialogo vivacemente, ma di umani, in casa, solo io.

Per me, che da sola non sono stata mai (potete leggerla cantando) è stata una bella prova. Questa casa sempre sovraffollata di gente: Manu, io, Giuseppe, i nostri amici, i figli, gli amici dei figli è piombata nel silenzio. Adesso posso dirvelo. Ero terrorizzata dall’idea che mi sarei sentita persa e triste.

E invece mancoperilcaxxo! Mi sveglio presto, lavoro, mangio quando ho fame, dormo quando ho sonno, ho iniziato il corso di Nordic Walking, ho sistemato delle piante per abbellire l’ingresso, ho pitturato dei mobiletti da giardino che si stavano decomponendo, ho bevuto aperitivi con persone che non riuscivo più a trovare il tempo di vedere.

E sì, mi mancano Manu, i ragazzi e Giuseppe. Ma ho goduto nell’essere l’unica padrona del mio Tempo (pure questa frase, se cantata, non è male, eh). Tempo per me, minuti e ore di ozio e di attività scanditi dal desiderio di fare e non fare e non dalle lancette. Degusto il silenzio, Il fruscio delle pagine dei libri che mi aspettavano sul comodino, la musica scelta da me e mai interrotta da un mamma che palle, cambia album! Le coccole a Iole la sera sul divano mentre spilucco film, patatine e serie su Netflix.

E sono giunta a una verità filosoficamente perseguita nei secoli da saggi e studiosi:

La vita è bella, se ne sai godere.

Vabbè, brav* voi, se c’eravate già arrivat*. Io ho imparato anche a crogiolarmi nella lentezza.

[A tal proposito, come sapete, in estate pubblico in modo discontinuo. Continuate a seguire la pagina Facebook, iscrivetevi al blog o al canale Telegram per ricevere le notifiche appena viene sfornato un nuovo articolo.]

Come impiegare la figliolanza in opere virtuose

I miei figli ciondolano. Non so se sia una sindrome ricorrente e diffusa, ma ho scoperto che un adolescente e una ottenne, abbandonati nel tedio, iniziano a oscillare come il pendolo di Foucault.

Tra il divano e la cucina, tra la camera e il giardino, tra un Mamma, che faccio? a un Mamma, posso accendere la Tele?, tra un Mi annoio a un Uffa, ma sei sempre al pc? La mia estate viene scandita dal lamento. Esaurita la parentesi campo estivo e in procinto di iniziare la vacanza con papà, pare che i Due fatichino a trovare una propria dimensione a lungo termine. Lui va in bici, poi traffica con le riparazioni didiosacosa. Lei scrive storie – per lo più splatter, disegna e organizza eventi a base di tè e pasticcini per peluche obesi e sedentari. Ma il tempo in estate è lungo, la giornata dilatata e inversamente proporzionale alla mia capacità d’inventare qualcosa da proporre [anche perché spesso mi rifiuto, ‘che mica faccio l’intrattenitrice io, eh].

Persino Iole Topocane è afflitta dalla noia. Dalla sua cuccia in salotto osserva loro che osservano lei che li osserva. Una meta osservazione che in confronto Alice che guardava i gatti che guardavano nel sole era il ritratto della vitalità.

Alla fine, poi, questo rifuggere la noia altro non è che il sotto prodotto di questa cultura capitalistica basata sul consumo, l’induzione del bisogno e blablabla no? E allora mi è venuta in mente mia nonna, che non ha mai letto Marx e se pure lo avesse letto, non lo avrebbe capito e se anche lo avesse capito non le sarebbe piaciuto – lei ci teneva eccome alla sua proprietà, quale che fosse, dal vestito da buttare al piatto sbeccato – la roba era sacra e non si sprecava, né si regalava, figuriamoci se si condivideva. Comunque mia nonna ha bussato tra i miei pensieri perché faceva una pomarola [passata di pomodoro con gli odori] che non ho mai più mangiato nella vita. Il procedimento in sé non è particolarmente complesso, ma aumenta quanti più sono i pomodori da trasformare in salsa.

Caso vuole che la vicina ci avesse regalato due sacchetti pieni di profumati pomodori rossi. Dal momento che non avevo a disposizione troppo tempo per realizzare questo sugo dei ricordi e dovevo metterlo a cuocere prima di iniziare a lavorare, ho pensato bene di impiegare i due annoievoli ragazzini.

Una tagliava, l’altro lavava. Abbiamo riso e scherzato, come da tradizione contadina – che vedeva questi lavori anche come un momento di socialità – e ci siamo divertiti, oltre ad aver prodotto quattro barattoli di ottimo sugo. Il momento più tragico è stato passare tutto con il passaverdure, un arnese inventato dalla Santa Inquisizione che mi ha fatto venire i bicipiti dell’Uomo Tigre.

Mal che vada, aspetteremo l’arrivo dei servizi sociali mangiando spaghetti alla pomarola.

E voi, a quali lavori di casa sottoponete la prole?

Burocrazia e transfobia: la storia di Ethan

Ethan deve sottoporsi a un intervento in anestesia totale alle corde vocali programmato per il 19 luglio.

Segue tutto l’iter burocratico ospedaliero per la preospedalizzazione: compila moduli, esegue esami diagnostici e visite. Sembra filare tutto liscio.

Poi accade che – sempre dopo aver seguito anche l’iter snervante a cui in Italia sono sottoposte le persone che decidono di intraprendere un percorso di transizione – pochi giorni fa, sentenza alla mano, Ethan può finalmente cambiare i propri documenti anagrafici.

Questa mattina la sorpresa.

Ethan telefona all’Ospedale San Luca e scopre che non essendo più Cinzia Ricci, ma Ethan Ricci, la sua pre-ospedalizzazione non è più valida. Gli viene comunicato che dovrà rifare tutto da capo: visite, esami e soprattutto finirà di nuovo in coda alla lunga lista di attesa.

Non importa che abbia le sentenza e una cartella clinica. Secondo la burocrazia dell’ospedale basta cambiare nome che, magicamente, i valori delle analisi cambino e non siano più validi.

Sono profondamente indignata per quanto successo al mio amico Ethan. Spero vivamente che le istituzioni si muovano per risolvere questa discriminazione e inadeguatezza burocratica.