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La giusta distanza

Non sono brava a prendere la distanza. Nella vita ho sempre calibrato male gli spazi da inserire tra le persone e tra gli impegni. I vuoti di tempo,  spazio e incomprensioni mi rovesciano le viscere. Il troppo e il niente spesso si contendono le decisioni in un pogo mentale che mi lascia sdraiata e dolorante sul pavimento.

Sono campionessa mondiale di avvitamento mentale carpiato. Sono un fenomeno, riesco ad argomentare con la stessa enfasi ed efficacia sia la tesi che l’antitesi. Alla tenera età di trentasei anni, solo ieri sera, ho capito cosa mi scaraventa in una spirale di idee confuse.

Ero in giardino con Brita. Qui da noi in campagna è pieno di lucciole. Nelle prime ore della notte si può camminare illuminati da infinite lucette intermittenti. Quanta poesia nelle lucciole. In quel vagare di puntini iridescenti e dal volo pacato e imprevedibile. Da sempre queste luci misteriose attirano i nostri sogni e risvegliano il nostro senso del magico.

E poi.

E poi succede che Brita che ne prende in mano una.

“Mamma, guarda, ne ho presa una una! Portiamola dentro casa che voglio vederla da vicino.”

“Va bene, amore. Facciamo in fretta, così poi la liberiamo.”

Arriviamo in cucina. Brita apre la mano. Fissa l’animaletto per qualche secondo.

“Mamma, non trovi che sia bruttina? Me la immaginavo più carina, no? Invece sembra una specie ci scarafaggio volante a cui si illuminano le chiappette. Era meglio se non la prendevo. Così potevo continuare a immaginarmela bella, tipo una farfalla con le ali fluttuanti e la pancia luminosa.”

Un po’ delusa, lascia andare la lucciola in giardino.

E io sono ancora qui. Indecisa se sia meglio cullarsi nell’incanto idilliaco dell’immaginazione o accettare la prosaica realtà di scarafaggi volanti con una torcia al posto del culo.

 

 

“Volevo essere bionda”, finalmente in preordine!

Hai presente quando desideri qualcosa così intensamente che quando si realizza rimani inebetito come una mucca che guarda il treno?

Ecco, mi sento esattamente così.

Questo post breve, che potrebbe essere scritto dalla suddetta ruminante, è giusto per avvisarvi che il mio romanzo è preordinabile sul sito della casa editrice a questo link => www.doithuman.com/volevoesserebionda. Sempre lì potrete leggere qualche piccola soffiata sulla trama.

Se invece volete attendere il momento di entrare in libreria, dovrete aspettare il 21 giugno.

Seguiranno anche momenti di ludiche presentazioni e vaneggiamenti dal vivo. Seguitemi anche sui canali social per conoscere date luoghi nomi e città.

Nel frattempo vado a comprare una penna per pasticciarvi i libri con il mio autografo e mi godo i miei 5 minuti di giubilo ;).

 

Il metodo lesbico superfantamega affidabile per rimorchiare in chat

[Post sarcastico, crudele, ricco di stereotipi. Se lo leggete dopo il tramonto vi aumenterà la cellulite. Astenersi livorose, donne innamorate e puriste della forma mentis.]

Oggi proponiamo il metodo superfantamega infallibile per rimorchiare efficacemente sulle chat di messaggistica privata. Prendete appunti.

Pronte? Via!

Aguzzate la vista

Inutile girarci intorno, la prima cosa che colpisce è il visual, vale nell’advertising, ma anche nel rimorchio. C’è chi si concentra sul fisico, chi sullo sguardo, chi sull’ironia, chi sul sorriso (tanto, mentre leggete, state tutte pensando alle tette), l’importante è che la foto vi colpisca. Senza farvi male agli occhi, ovviamente.

L’approccio corretto

Prima di procedere con gli step successivi è consigliabile uno studio approfondito del profilo della prescelta, in modo da possedere più elementi di dialogo o anche abbandonare l’impresa in caso di interessi discordanti o valori incompatibili.

Rompete il ghiaccio (se il rimorchio non va in porto, potete riciclarlo nel mojito)

A meno che non stiate pasturando il web tutto, praticando pesca a strascico, sparando sul mucchio e sperando nella legge dei grandi numeri, è consigliabile evitare frasi banali del tipo “Ciao. Da dv dgt?” che fa anni ’90, ma anche cagate più esplicite tipo “Ciao, ma non ci conosciamo? Perché sono sicura di averti già vista”. Sforzatevi per lo meno di essere originali e grammaticalmente corrette. Perdeteli quei due minuti a pensare a un attacco brillante e poi investitene altri venti per cercare sui dizionari online come si scrivono i termini che volete utilizzare.

Avete studiato per bene? Ok, andiamo avanti ed entriamo nel cuore pulsante di questo metodo superfantamega affidabile. Il vero ed unico punto cruciale che garantisce la buona riuscita dell’impresa:

L’Affinità elettiva

(che si declina nei seguenti sotto gruppi; potete usarli tutti o in parte o mescolarli o stamparli e farne origami)

Stessi interessi

“Oddio, ho visto che ti piace il cinema neorealista slovacco”

“Sì, sono una vera cultrice!”

“Oddio, ma sai che io non guardo altro da quando avevo due anni?”

“Ma allora è veroammore!”

Telepatia e sincronicità

“Ciao, stavo pensando che oggi andrei volentieri a raccogliere cardi per farne centrifughe, che strano, non trovi?”

“Oddio, ma sai che proprio in questo istante ho pensato la stessa cosa e stavo per scrivertelo?”

“Ma allora è veroammore!”

Somiglianze fisiche

“Ciao, mi è apparsa per caso una tua foto [sì, certo, ci crediamo che non vi siete spulciate tutte le foto, compresa quella delle medie in cui la prescelta ha gli occhi chiusi ed è stata taggata dalla ex compagna invidiosa], ho notato che abbiamo lo stesso taglio di capelli, anche tu rasatura laterale?! [eddai, trovami almeno 3 lesbiche che non abbiano mai avuto questa acconciatura].”

“Sì, perché anche tu? Sai che non ho visto nemmeno una foto tua?!” [anche in questo caso ci crediamo un casino]

“Ma allora è veroammore!”

Animaletti

“Oddio, ma anche tu ami i gatti/cani”?

“Sì, ne ho 56! Perché anche tu?”

“Sì, io ne 72!”

“Ma allora è veroammore!”

Lesboemotività (sintonizzazione affettiva*)

“Sai, oggi mi sento grata e felice!”

“Dai! Anche io! Il mondo è meraviglioso!”

[dopo 3 minuti]

“No, vabbè, il mondo è nammerda e io oggi vorrei non essere mai nata”

“Non dirlo a me, vorrei nascondermi sotto il letto e piangere abbracciando i gomitoli di povere.”

“Ma allora è veroammore!”

Un volta assodato via chat che è veroammore, ci si incontra, si finge di non notare che le foto profilo erano talmente ritoccate da risultare mendaci, si progetta l’unione civile e si va da Ikea per scegliere il mobilio.

E se non funziona? E se poi vi accorgete che è una psicotica grave e inguaribile che vuole solo distruggere la vostra collezione di unicorni? Semplice, ci si lascia.

Via chat, ovviamente.

*Grazie Alice per aver condiviso il tuo know how e aver contribuito alla creazione di questo cattivissimo post.

Ai suoi presento i miei. Oltre al mio ex marito.

Sì, sono viva. Viva e stanca, ma di quella stanchezza bella che ti fa sorridere. Anche se di un sorriso che assomiglia a una colica. Manca poco, pochissimo, all’uscita del libro (questione di un paio di settimane: io sto impazzendo dall’ansia) e ho passato questi ultimi quindici giorni a scrivere, riscrivere, modificare, limare, implementare, tagliare il romanzo. Adesso non è più in mano mia e spero davvero che il risultato sia quello desiderato. Scusate, sono andata fuori tema, tipo quelle mamme che gli chiedi com’è andato il viaggio di lavoro e ti tengono quattro ore a descriverti la palette pantone della cacca dei loro virgulti. Ma un libro è una specie di figlio, con il vantaggio che non sporca e dove lo metti sta.

Torniamo al post. Ecco. Dunque, vi ricordate che dovevano venire a pranzo i genitori di Manu? (Se non ve lo ricordate o ve lo siete perso, cliccate QUI).

Ci tengo a tranquillizzarvi che è andato tutto bene e che ho scoperto di possedere anche una personalità massaia anni cinquanta. Ecco com’è andata.

Intanto la sorpresa è stata che si sono aggiunti i miei genitori. Se vi state immaginando un ricevimento formale, con tanto di fidanzamento ufficiale, anche in questo caso voglio rasserenarvi: nessuna ha chiesto la mano di nessuna, ognuna si è tenuta le proprie e non c’è stata la fatidica scampanellata del bicchiere a metà pranzo per annunciare un matrimonio imminente. E nemmeno una gravidanza. Le due madri si sono piacevolmente confrontate su ricette, nipoti e pedagogia anni ’80, vantandosi di essere di mano lesta e pochi compimenti. I due padri baffuti, invece, hanno discorso di lavoro. Ci sono sembrati tutti rilassati e contenti. O almeno hanno finto bene.

Il menù. Ecco, alla fine ho optato per i grandi classici: antipasto toscano di salumi e crostini, tordelli di carne al ragù, involtini di fesa di tacchino con pancetta e provola e come dessert un dolce tipico lucchese. I genitori di Manu si sono complimentati, mio padre era entusiasta e mia madre mi ha elogiata più volte; una roba mai accaduta nella vita, quella di ricevere un tributo pubblico da lei; sto ancora lacrimando per l’emozione! Insomma molta fierezza e molti chili in più per me, che purtroppo non appartengo a quel gruppo di persone che se cucinano perdono l’appetito. Io, nemmeno quando vengo lasciata, mollo lo sportello del frigo.

I ragazzi hanno accolto l’occasione con gioia e confidano nella ripetizione di questo evento, così da potersi cibare di qualcosa di più elaborato di pasta al pesto, al pomodoro, al tonno, all’olio e all’aria fritta che di solito propino loro durante la settimana.

Giuseppe si è trattenuto coi suoi per un caffè e poi se n’è andato a Massa, che di pranzi in famiglia gli ci mancano solo i miei.

E Manu? Non lo so, credo stia ancora digerendo, perché la zozza ha avuto anche il coraggio di cenare con gli avanzi.

 

Procrastinare il cambio di stagione con stile e dignità

Il caldo è arrivato. E io vi vedo, tutte sorridenti mentre sfoggiate shorts girochiappa e top giropuppe. Vi osservo mentre con disinvoltura grondate sudore da ogni poro della pelle e andate a caccia di raggi solari come fossero la coda dell’arcobaleno. E un po’ v’invidio. Perché io avrei goduto ancora per un po’ dell’innaturale frescura dei giorni precedenti, di quel clima autunnale che mi ha permesso di spararmi una ribollita alle otto di sera mentre fuori c’era ancora il sole.

E invece, niente. Tra poco è estate e devo fare pace con le vostre ascelle aromatizzate al ragù di cinghiale, con la pressione che mi dona la vitalità di una medusa spiaggiata, i piedi doloranti e le mani gonfiate a due atmosfere.

Che poi, capiamoci, se io potessi vivere su un’isola e sciaquettarmi in chiare e fresche acque cristalline, mi piacerebbe anche, questa stagione. Se il mio unico pensiero fosse abbinare il pareo (sono ancora in uso?) al costume, o quanto lime pestare nel mojito, la amerei anche, la calura. Però, mannaggia, lavoro! E per giunta devo inventarmi programmi di svago e intrattenimento per i miei figli che, invece, sono in vacanza.

La cosa che in assoluto odio di più – nel senso che può quasi competere con l’ascella gusto morte – è il cambio di stagione. Il fatto che siano bruscamente arrivati 46 gradi all’ombra, con uno sbalzo termico di 32 gradi rispetto al giorno precedente, non mi ha aiutata. Per farla breve: qui dormiamo ancora con il piumone grado di calore Siberia, abbiamo in dotazione scarpe invernali, giubbetti, jeans imbottiti di pelo di foca e magliette a manica lunga.

Io me la cavo, a dire il vero, ho scavato nel ventre dell’armadio e ho raccattato tre o quattro t-shirt che erano rimaste appallottolate in posizione fetale sul fondo. Il problema sono i miei figli che si lamentano.

Non avendo né voglia né tempo per sbrigare il gravoso compito di sgombero, pulizia e ripristino degli armadi, ho iniziato a rispondere così alle obiezioni. Lo condivido con voi, che lo so che non sono l’unica ad essere rimasta indietro.

Per i pantaloni lunghi in cotone pesante o in fresco di lana (ossimoro che ho sempre trovato di gran classe)

“Amore, è per proteggerti dalle zanzare! Hai idea di quanto siano affamate a inizio stagione? Roba che io a dieta, in confronto, sono inappetente!”.

Per la maglia dolce vita che di dolce ha solo il nome

“No, amore, è solo una sensazione. Sai che una volta a un bambino si è staccata la testa perché ha preso una corrente d’aria condizionata sul collo?”.

Il piumone pesante grado di calore Siberia

“Lo capisco. Se vuoi lo leviamo anche subito, però a maggio si aggira il Mostro del Sottoletto che ama cibarsi dei bambini che non si proteggono sotto una coperta spessa”.

Calzature in pelle di zebù, camoscio, renna, alce, alpaca e Moon Boot®

“Amore, sei un ingrato. Tu sei nato dalla parte fortunata del pianeta. Sai che in Africa i bambini non hanno le scarpe?! E tu ti lamenti pure?!”.

Nella migliore delle ipotesi non funzionerà. Nella peggiore i vostri figli inizieranno presto un percorso di analisi.

Ma mi è sembrato comunque una valida alternativa al decidere di fare il cambio degli armadi.

Giuseppe, ti presento i suoi

[EDIT. Breve riepilogo per i nuovi e per i distratti: da circa un anno vivo in una specie di Comune insieme a Manu (la mia fidanzata), Giuseppe (il mio ex marito) e i miei figli.]

Nel nostro inconsueto scenario familiare, sta per accadere anche questo: per la prima volta, i genitori di Manu verranno a trovarci. L’occasione sarà un fine settimana di vacanza per loro, in cui – finalmente – vedranno in che razza di casa è andata ad abitare la loro figlia.

Ho sempre pensato che siano stati molto sportivi ad accettare di buon grado questa nostra bizzarra composizione residenziale. A suo tempo, la comunicazione da parte di Manu ai suoi genitori, si era svolta più o meno così:

«Mamma, papà, allora io nel fine settimana e quando non lavoro a Milano, vado a stare da Vero a Lucca» dice lei al telefono, buttando lì il discorso, tipo sasso nello stagno. «Ah, avete preso casa insieme? Già?! Non sarà un pochino presto?» rispondono loro perplessi. «Tranquilli, è che per motivi pratici abbiamo deciso di vivere tutti lì, nella stessa casa. Io, Vero, i ragazzi e anche il suo ex marito. Tanto ognuno ha la propria camera e poi Giuseppe nel fine settimana non c’è, ci incrociamo solo la domenica sera. A meno che non ci siano gite o compleanni, ovviamente.»

Onestamente, fossi stata al posto loro, un po’ mi sarei inquietata. Perché, diciamocelo, raccontata così la nostra Comune sa di tresca, come nella più trita delle commediole all’italiana, in cui io e Giuseppe passiamo da loschi e turpi manipolatori e Manu da sprovveduta rincoglionita.

La realtà, invece, è che il rapporto che si è creato tra Manu e Giuseppe, ha reso molto meno sporadici gli episodi in cui siamo tutti assieme. Ora sono circostanze cercate e vissute come momenti di piacevole reunion familiare. La Comune è a tutti gli effetti una Famiglia.

Ieri sera, mentre eravamo in cucina tutti e tre – Manu, io e Giuseppe – lei si avvicina a lui e, con fare serio, gli fa: «Giuse, devo chiederti un favore. È una cosa che avremmo dovuto fare l’anno scorso…» lui la guarda dubbioso, lei continua solenne «Tra due weekend vengono i miei a trovarci e mi sembra giusto che tu ti prenda le tue responsabilità con mio padre. Insomma, dovranno pur conoscere l’uomo con cui vivo!»

Lui basito. Io e i ragazzi – presenti alla scena – iniziamo a ridere fino ad avere mal di pancia. Al che rincariamo la dose: « Sì, dai! Che fai il timido? Mica ti vorrai evitare la cena coi suoi! Tu, poi, ami le occasioni mondane!» E giù a sghignazzare!

Lui mi guarda serafico e mi dice: «Ridi ridi. Senti, ma… hai già pensato al menù? Per carità, la tua pasta scotta è buonissima, così come il pollo bruciato in padella. Però non so se i tuoi suoceri apprezzeranno…»

Gira le chiappe e va di là, sogghignando come Muttley, il cane del barone rosso.

È vero, ognuno ha la famiglia che si merita, ma la domanda importante è: che cosa cucino?

 

 

Le gioie del diventare madre da giovane

A ventidue anni, quando ho visto il test di gravidanza positivo, mi è preso un colpo. Il colpo è nato di 3300 grammi, un giorno di 14 anni fa e adesso mi stressa perché non vede l’ora di comprarsi un motorino.

Adesso, con 14 anni di esperienza come madre e 36 anni dichiarati sui documenti, posso stilare una lista di benefici che, ai tempi del colpo, non avevo previsto.

[La maternità è sempre un colpo. Lungi da me propinarvi la lezioncina sulla genitorialità. Volete figli? Figliate. Non volete figli? Non figliate. Avrete le vostre valide e sacrosante ragioni.

Ah, è un post ironico. Se volete sfogare livore o elargire consigli di vita non richiesti andate altrove.]

INFANZIA

La maestra dell’asilo non ti sgrida se arrivi a prenderlo in ritardo

Ti guarda benevola e non si irrita con te, come invece hai visto fare con la mamma di Luca. Non ti dice niente perché ci mette almeno un trimestre a convincersi che sei davvero tu, la mamma della creatura, e non sei la sorella grande a cui è stato affidato mentre i genitori sono a lavorare. In questi mesi guadagnati, ce la farai a regolare il ritmo. Foss’altro a ricordarti di impostare le sveglie con l’orario di uscita da scuola.

Sei giovane, imparerai

Se il mostrino non ha i vestiti stirati o ti scordi la merenda nessuno te ne farà un colpa. Puoi approfittare della commiserazione sociale per convincere qualche nonna ad occuparsi di bucato e ferro da stiro. Io, con il tempo guadagnato, sono riuscita a laurearmi in tempo.

ADOLESCENZA

È tua sorella? (Reloaded)

Se siete in giro insieme e tu sei vestita casual, ti scambieranno di nuovo per la sorella. Solo che a 30 anni, sentirti chiamare “ragazzina”, inizia ad esercitare un fascino quasi mistico.

Che schifo, una milf!

Se siete in giro insieme, lui è maschio e tu sei vestita in modo stiloso/elegante/non da centro sociale ti scambieranno per la milf di turno, ti guarderanno male, commenteranno alle tue spalle, tireranno in ballo pure Macron e consorte. Ma arriverà il tuo momento di gloria e sarà quando lui ti chiamerà “Mamma” davanti al nugolo di vipere che saranno incenerite dal tuo sguardo beffardo e acido.

Vi odio tutti

La sua adolescenza non sarà un rompicapo. Lui combatte con brufoli, ormoni e conflitti intergenerazionali con i genitori. Tu pure.

Fedez chi?

Vi piacciono le stesse canzoni e avete molti interessi in comune. L’adolescente è al passo coi tempi, tu arranchi, ma non molli. Nemmeno di fronte al barista che, imperterrito, ti chiama “Signora” se lasci l’ombrello appoggiato al bancone.

I cornetti caldi li compri tu

Se rientra tardi non è un problema. Tanto sei in giro anche tu. Basta che l’ultimo chiuda la porta e pisci il cane prima di andare a dormire.

La badanza è una danza

E poi un pensiero, soprattutto, mi dona gioia. Una speranza che illumina di positività questo presente fatto di precariato e incertezza previdenziale. Quando io avrò 90 anni, mio figlio ne avrà 70. Sai che risparmio quando condivideremo il costo della badante?!

Qui, in un autoscatto serio. 2011

La mamma è lesbica – coming out con i miei figli e sviluppi

Ecco come l’ho detto ai miei figli. Così. Quattro parole che, in quel momento, pesavano più di una montagna.

Per mesi avevo pensato a quando fare coming out con loro e a come farlo. Nella mia testa rotolavano parole e frasi, immaginavo il mio discorso e più volte lo cambiavo, cercavo di prevedere la loro possibile reazione e, sempre, un pugno allo stomaco mi costringeva al silenzio. Ad ogni giorno che finiva senza che io avessi concluso niente, continuando a trascinare me e loro nella ripetizione di una realtà falsata, mi sentivo un verme appeso all’amo. Un teatrino che mi costringeva ad indossare una maschera così pesante da schiacciare il cuore e il respiro.

Poi quel momento è arrivato. Era un pomeriggio di primavera. Brita aveva un paio di anni e Ari otto. Giuseppe era appena tornato dal lavoro. Io ho sentito una spinta interiore a vuotare il sacco. Un calcio nel sedere dell’anima. E così ho chiesto a lui di affrontare insieme il tema della nostra imminente separazione e comunicarla ai bimbi. Ari è rimasto sorpreso e preoccupato e ci ha domandato il motivo, dato che non aveva percepito tensioni tra me e il padre. Così gli ho risposto con semplicità: “Amore, ci separiamo perché a mamma piacciono le donne”. È rimasto in silenzio, dubbioso, al che ho aggiunto: “Eh, come vedi papà non è esattamente una bella donna!”. E lì ci siamo messi a ridere e la morsa allo stomaco si è allentata.

Abbiamo proseguito chiarendo che saremmo stati i suoi genitori per sempre e che si sarebbero verificati dei cambiamenti, ma che li avremmo affrontati insieme. Lo abbiamo rassicurato che poteva dirci tutto quello che pensava o lo preoccupava e che noi lo avremmo sostenuto.

Nei mesi seguenti abbiamo affrontato momenti difficili, di silenzio e incomprensioni tra Giuseppe e me, ma mai abbiamo smesso di collaborare per il bene dei bambini. Per un po’ abbiamo continuato a coabitare, il che ha permesso loro di abituarsi al cambiamento con gradualità. L’anno successivo lui ha cambiato casa, il che è stato utile a mettere quella distanza necessaria quando un rapporto si chiude. Poi, per necessità economiche, logistiche – e dato che il rapporto tra lui e me ormai lo consentiva – abbiamo deciso di tornare a vivere nella nostra vecchia casa. Per fortuna abbiamo quattro camere da letto e a nessuno è toccato il divano.

Nel frattempo i bambini crescevano e anche noi adulti aggiustavamo il tiro. Tra alti e bassi, errori e successi, abbiamo imparato ad essere famiglia senza più essere due amanti, abbiamo trasformato l’amore di coppia in qualcosa di diverso, ma non meno forte. Siamo stati bravi e determinati, perché ci abbiamo lavorato con impegno e tenacia senza mai dimenticare che i bambini e il loro benessere andavano tutelati. Abbiamo commesso errori e li abbiamo riparati, senza mai smettere di confrontarci tra di noi e con loro. I bambini hanno conosciuto le donne che ho frequentato e hanno imparato che trovare la persona giusta non è facile, che è difficile beccarla al primo colpo, ma pure al secondo, al terzo… E che la persona giusta non la trovi, se prima non impari chi sei, chi vuoi e cosa vuoi in una relazione.

Avrei potuto tenerli all’oscuro delle mie relazioni? Sì, certo. Probabilmente, con il senno e la saggezza del poi, per certe relazioni inutili e deleterie sarebbe stato anche opportuno. Si sarebbero risparmiati di dover conoscere persone sgradevoli, meschine e che li mal tolleravano. Ho imparato che chi non ama i miei figli non ama me e a fidarmi del loro giudizio (stando attenta a non confonderlo con la gelosia). Adesso che hanno otto e quattordici anni ci ridiamo, pensando al passato e pure alla mie ex, consapevoli che tra non molto saranno loro stessi a trovare persone sbagliate e momenti sbagliati; fa parte della crescita e della vita. Ari e Brita hanno sempre apprezzato la mia schiettezza e la mia trasparenza nei loro confronti, si sono sentiti coinvolti e non solo soggetti passivi sballottati da manovre incomprensibili. Sia io che Giuseppe siamo stati solidi con loro, senza tutta via nascondere la nostra fragilità.

Forse avrei potuto fare meglio, di sicuro avrei potuto fare peggio. Non so dirvi se un domani i miei figli dovranno spendere un patrimonio per pagare un terapeuta, ma al momento sono il ritratto dell’equilibrio e della serenità, perché anche nei momenti difficili si sono sentiti protetti e considerati.

[DISCLAIMER: Questa è la MIA storia, non è un modello universalmente riconosciuto, non ha validità scientifica, non è un consiglio, non è l’incipit del manuale sul “Coming Out Perfetto”, forse Piero Angela non ci avrebbe realizzato una puntata di Superquark. Ogni situazione è a sé. Ognuno ha i propri tempi e i propri modi. Cercate i vostri, ascoltate voi e i vostri figli. E, soprattutto, ricordatevi che il diritto alla serenità e all’autenticità è il regalo più bello che possiamo fare a noi stessi e a chi ci sta vicino]

Una serie di sfortunati avvenimenti

Metti un giorno festivo, tipo chessò, Pasqua. Un giorno festivo in cui non ci sono Giuseppe e Ariele, i maschi Alfa&Beta (scegliete chi è cosa) della nostra famiglia.

[Sono contraria, lo sapete, alla stereotipizzazione dei ruoli – ma lo ripeto perché tra i miei amabili lettori ci sono anche dei pignainculo che devono sempre puntualizzare ovvietà – qui tutti fanno tutto senza pensare se è un lavoro da femmina o da maschio. Solo che io odio sporcarmi le mani, scheggiarmi le unghie e, fondamentalmente, faticare. Potessi, godrei di un nutrito gruppo di dipendenti cui delegare le incombenze domestiche. Sono ricca dentro, ma non dentro il portafoglio. Quindi mi arrangio. Con risultati discutibili, quando si tratta di lavoretti.]

Dicevo.

È Pasqua. Giuseppe è a festeggiare dai suoi genitori con i ragazzini. Manu e io a casa. Decidiamo che Pasqua è un bel momento per le pulizie. Iniziamo dal frigo, mentre lei lo svuota io trascino il tappeto in giardino e, dopo averlo ben insaponato e sfregato, aprendo il rubinetto mi accorgo che dal tubo proviene solo un brontolio sordo. Dovete sapere che qui l’acqua domestica arriva da una pompa che attinge da un pozzo sotterraneo. Se la pompa non va, non c’è acqua né per annaffiare il prato, né per il tappeto e nemmeno per sciacquettarsi le pudenda.

Come un bravo scolaretto eseguo i controlli di routine: ricarico pompa – silenzio, schiaccio restart – silenzio, vado dentro casa, smonto una prolunga, la attacco ad un’altra presa, inserisco la spina della pompa – silenzio. Silenzio della pompa, perché io invoco tutte le divinità note e meno note di religioni varie. M’illumino d’immenso. Sarà la spina? Busso al vicino ed espongo la mia teoria e le prove tecniche effettuate, lui si emoziona quasi – evidentemente la mia bionditudine interna esala anche all’esterno e crea stupore che io conosca i numeri delle chiavi inglesi, per dire  – e passa nel mio giardino munito di borsetta da elettricista. Smonta la spina, la rimonta, la rinfiliamo nella presa. Silenzio. Della pompa, sempre, perché pure il vicino impreca. “Ma sei sicura che è la spina della pompa”? dice lui “Come no” dico io. E a riprova mi chino a tirare il filo che esce dal muretto sotto il lavandino. Il display sulla lavatrice si spegne, come per incanto. “Ops, mi sa che era la spina sbagliata” dico io “Eh, mi sa di sì” dice lui. E smonta quella giusta a cui, effettivamente, si era staccato il filetto blu e non faceva contatto. Insomma, la pompa riparte, l’acqua ritorna. Noi finiamo le pulizie e ci godiamo pure la doccia più consapevole della nostra esistenza.

Dopo la doccia decidiamo che sì, la vita merita di non essere sprecata nel tedio ma vissuta con intensità. Allorché ci sediamo sul divano per vederci serie random su Netflix finché non tornano gli altri abitanti de La Comune. “Amò, hai rimesso la prolunga della televisione?” dice lei “Certo, Amò” dico io. Ma la televisione non dà segno di vita. Schiaccio l’interruttore della luce. Niente. Vado al pannello elettrico. Niente, tutti i pirulini belli sull’attenti. “Amò, ma che hai attaccato la lavatrice in contemporanea con la lavastoviglie?” dice lei “Può esse’” dico io. E mi dirigo fuori per attaccare il contatore.

Il nostro contatore è incassato nel muro e protetto da una porticina che si apre con una chiavina. Ma è rotta. Da tipo sei anni. Infatti non lo chiudiamo mai. Ma adesso è chiuso. E la chiave non gira. E non si apre. E siamo senza elettricità. E Giuseppe non farà ritorno prima di quattro ore. Lo chiamo al telefono. “Giuseppe, ma che hai chiuso la porticina del contatore con la chiavina?” dico io “E certo, poi ci piove dentro” dice lui che aspetta l’arrivo dei monsoni estivi. Dopo aver invocato un altro paio di divinità, vado a cercare degli attrezzi per tentare di aprirla. Qui gli attrezzi vivono un po’ ovunque. Inutile chiedere ai due maschi Alfa&Beta di riporli con ordine. Si sentono già degli eroi perché fanno pipì e rimettono giù la tavoletta. Insomma, ve la faccio breve, che questo post mi sta sfuggendo di mano. La chiavetta si spezza. Con arnesi di dubbio utilizzo estraiamo il cilindro della serratura, proviamo a scassinarla sui quattro lati, ma niente. La stronza non si apre. Mentre sto per andare a prendere l’accetta da legna, ecco che esce il vicino.

Ci guarda sardonico, ci consiglia una benedizione, porta la sua cassetta degli attrezzi e inizia ad armeggiare per forzarla. Nel frattempo tornano anche Brita e i due maschi Alfa&Beta, che prendono in mano la situazione, scalzando il vicino. Ma nessuno riesce ad aprire il vano contatore per un’altra mezz’ora. Dopo innumerevoli invocazioni propiziatorie e una serie di botte con cacciaviti e martello, i cardini cedono e la maledetta porticina si apre, concedendoci la possibilità di attaccare la corrente.

Entriamo in casa e io pesto una cacca di Iole Topocane, che evidentemente voleva manifestare il suo gradimento per la giornata appena trascorsa.

[Vi siete rilassat* durante le vacanze?]