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La retorica sulla maternità ci ha sfranto le gonadi

Già qualche tempo fa avevo scritto un post riguardo al falso mito della maternità. Essere madre sembra un imperativo categorico imposto dalla società. Se non hai figli, sei una donna a metà.

Stronzate.

Essere madre, per me, è un’esperienza meravigliosa, che rifarei mille volte, ma non è questo a definirmi come essere umano e nemmeno come donna. Ma ci sono altri aspetti, in questa narrazione catto-sacrificale, che mi creano prurito ogni volta che mi ci imbatto: la retorica del come essere madre.

Il parto sembra essere l’argomento principale di discussione: raccomandato quello naturale, meglio se privo di epidurale, perché soffrire è catartico. Io, che del primo figlio sono arrivata in ritardo per poterne beneficiare e della seconda mi ha fatto effetto per poco tempo, posso affermare con sicurezza che avrei regalato un braccio pur di non sentire gli effetti nefasti dell’ossitocina che mi apriva in due come una mela squarciata. Onestamente mi chiedo perché soffrire, quando si può non farlo. Non parliamo poi delle poverine che si sono sottoposte a taglio cesareo, c’è uno stuole di madri perfette pronte a compatirle. Un giorno Piero Angela ci spiegherà perché, spero.

Altro orrore: il fanatismo dell’allattamento al seno. Se non offri il seno alla tua creatura, fino al compimento del sessantesimo mese dalla nascita (badate bene che si parla di mesi, nemmeno i bambini fossero forme di Parmigiano) sei una sfigata, tuo figlio crescerà immunodepresso e tu sarai etichettata come una madre difettosa.

E mentre leggo queste robe, che un po’ mi fanno orrore e un po’ ridere, penso a quanto sia pericoloso questo tipo di informazioni. Se la vita è piena di dubbi, la maternità ne è il vaso di Pandora; è davvero necessario provare a sentirsi migliori denigrando chi – per necessità o scelta – opta per decisioni diverse? Perché c’è questa retorica della beatificazione del dolore? Iniziamo a diffondere il pensiero che si possa godere dei momenti belli senza inutili sensi di colpa? E soprattutto: la maternità non è il belletto di ogni donna e non si è meno mamme se non si è sofferto come delle bestie da soma brutalizzate.

Inizio a pensare che siamo sempre più sprofondati in un periodo di regressione totale e senza possibilità di recupero.

A voi il cilicio, io preferisco la seta.

 

 

Solitudine

Sono sola. In una piccola tana in mezzo al bosco, custodita nel cuore della Lunigiana. Il mio rifugio. Avevo bisogno di lasciare riposare i pensieri e provare ad addolcire i fantasmi che si sono svegliati e mi sbranano da dentro come un verme silente, in agguato nelle pieghe di una vita che sembra perfetta.

Si sente solo il sussurro delle fronde degli alberi che si agitano, in attesa di un temporale che non riesce a sfogarsi. A tratti sembrano provare a strapparsi dal suolo, ma le radici li imprigionano alle viscere della terra, nel luogo dove la loro intera esistenza ha inizio e fine. Mi tengono compagnia la luce soffusa delle candele e il ticchettio delle mia dita che imprimono pressione sui tasti e parole sullo schermo. Ed è l’unica che riesco a tollerare.

Ci sono molti modi di pensare alla solitudine. Temibile e spettrale quando imposta, un balsamo pietoso quando è il cuore, a chiedere di essere libero di battere al tempo che vuole. Sotto la cassa toracica è un magma che cerca di non esplodere. È il tocco amorevole di chi ti chiude gli occhi per l’ultima volta.

L’ho sperimentata molte volte. È arrivata inattesa nelle situazioni più imprevedibili: in coppia, in famiglia, nel bel mezzo di una festa. È come la brina in inverno, ricopre tutto di una patina di ghiaccio e imprigiona tutto. Ma il ghiaccio sa anche brillare, forma disegni commoventi, riesce ad imbellettare anche il paesaggio più squallido. Io nella solitudine ci sguazzo. Sono io il mio malessere. E lo coccolo, lo provoco, lo stuzzico, lo nutro di musica, parole scritte e lette. C’è qualcosa di rotto in me che cerca di ricomporsi ogni volta solo per il gusto di andare in pezzi.  Ancora. E ancora.

L’ansia lo precede, si insinua nelle crepe finché, come l’acqua, scava un varco sempre più grande e provoca un crollo. Tutto stringe, persino la pelle è troppo incollata ai muscoli, ai nervi. Vorrei essere acqua docile. Adattarmi alla vita, seguire il corso senza squassare argini. Vorrei imparare a colorare in modo ordinato, senza uscire dai bordi. Ma anche le parole si sottraggono alla logica delle righe e limano sotto, sopra, di lato, bucano. I miei quaderni sono lo specchio di pensieri che fuggono e non riescono ad aggrapparsi. Evanescenti, vittime degli attimi che si rincorrono senza approdare in nessun porto.

Che cosa ti manca? Niente. Tranne me. Mi sono persa nelle definizioni, nelle aspettative, negli obiettivi. E invece sono un ragno appeso a un filo che dondola credendosi eterno.

Non c’è suono nella solitudine. Ma è il vuoto sordo che mi permette di ritrovarli, di lasciar loro il tempo e la facoltà di affiorare. Non ci sono antidoti.  Se non si sopravvive a noi stessi, niente ha senso.

Per ritrovarsi, dicono, bisogna concedersi di perdere la strada.

All we need is Pride

È difficile trovare le parole quando le emozioni sovrastano la razionalità, ancora di più quando ci si sente parte di un progetto concreto, che smuove le masse e i cuori di tant*.

Essendo  in giro per la presentazione del romanzo, quest’anno ho dovuto restringere di parecchio la mia partecipazione – solo fisica – all’Onda Pride. Ma sono riuscita comunque ad andare a quello toscano.

Siamo partiti con un pullman carico di ragazzini universitari, mi sono sentita un po’ la Prof. che porta in gita la scolaresca, ma il mio lato stupidera riesce comunque ad accorciare la distanza di quei dieci anni di differenza. Almeno a chiacchiere.

Una Siena gremita, allegra e colorata ci ha accolto, i miei figli erano euforici e anche consapevoli del fatto che quest’anno – dato il clima di intolleranza e rigurgito medievale che si respira nel Paese – fosse davvero fondamentale la partecipazione di tutta la società civile, non solo delle persone LGBTQAI+. E così è stato.

Sono davvero felice di aver incontrato amiche e amici di vecchia data, conoscenze che erano rimaste virtuali fino a quel momento, ma, soprattutto, persone etero che hanno compreso l’importanza di schierarsi dal lato giusto della Storia, l’unico possibile, quello che manifesta contro i soprusi delle minoranze; perché se i diritti non sono di tutt* sono privilegi. E poi molte, moltissime persone che non avevano mai partecipato, ma che hanno scelto di esserci, che hanno capito che il momento di agire è arrivato e che sarà necessaria tutta la resistenza delle persone per bene.

Questo post è per noi, che ci mettiamo la faccia tutti i giorni, ma soprattutto per voi che avete scelto di esserci e di far sentire la vostra voce.

I diritti umani riguardano tutt*.

 

L’auto-persuasione elevata a talento

Io non descrivo i fatti, io romanzo forte.

Me lo ha detto Figlio. Era sera e stavamo riordinando la cucina, il giardino fuori era pieno di lucciole. Forse splendeva anche la luna, ma non ne sono sicura. Non ricordo neppure di cosa stessimo parlando e se il cane fosse o meno sdraiato nella sua cuccetta grigia e morbida davanti alla porta. Ma non ha importanza. Non ai fini di questa confessione. Sono invece certa che Figlio mi abbia stoppato a metà di un ricordo, sono rimasta in bilico sul filo della parola troncata in bocca.

-“Mamma, perché abbellisci sempre tutto? Il tuo cervello romanza la realtà, lo sai? Non è mai davvero così bella, o poetica o divertente come la racconti tu.”

Che rumore produce, nella realtà, un velo che si squarcia? Perché dentro di me è stato il silenzio delle stelle di inverno, il fondo oscuro del pozzo in cui niente si muove.

È vero? Sì, è vero. E credo di averlo sempre saputo. Fin da quando ero piccola e scrivevo storie sui quaderni di scuola, quando mi perdevo ore e ore nei libri per sfuggire a una realtà troppo dura per chi ha la pelle del cuore sottile come la mia e le emozioni, anche le più lievi, arrivano a pungere, strappare e lacerare. Crescendo, mi dicevano, la pelle diverrà più robusta. Sono sopravvissuta semplicemente ponendo dei filtri tra me e il mondo. Ma la pelle no, è rimasta una copertura leggera di lacrime non piante.

Credo che fisiologicamente sia spiegabile così: i sensi percepiscono la realtà e la inviano al cervello, ma interviene il cuore a urlare NO! Così no, per pietà! E allora il cervello butta davanti agli occhi dei filtri per rendere il tutto più bello. O, almeno, accettabile. Il che spiegherebbe anche perché ho gli occhi cangianti: azzurri, ma a volte grigi o verdi.  E soprattutto fornirebbe una spiegazione al motivo che mi ha portato a glitterare pezzi di merda di dimensioni epiche, dipingendole come “persone con qualche difetto, come tutti”. Nella vita ho piallato le imperfezioni altrui perché avevo un disperato bisogno che fossero esseri belli e buoni, mi sono appiccicata addosso i desideri delle persone che amo per una disperata necessità di non vedere la realtà per quella che è. E per non essere causa del loro dolore.

Per me, dire No, è faticoso, spesso impossibile, se so che quella negazione sarà una freccia imbevuta di curaro nel cuore di chi mi vuole bene. Sono duttile ai cambiamenti perché la mia comfort zone è dentro di me. È un filtro che sì, salva la vita, la rende speciale, degna, ma mi fa vivere di abbagli, inseguendo effimere chimere che finiscono per sbriciolarmi e lasciarmi a terra.

C’è chi lo chiama “Farsi i film”, io lo chiamo “Farsi le seghe con le saghe”.

E, adesso, non so più di che colore è il mondo, perché era una consapevolezza che forse avrei voluto ignorare ancora per un po’.

Stavolta, i consigli, sono io a chiederli a voi.

 

 

 

 

 

Se di cuore vuoi fare incetta, leggi prima qualche ricetta

La cucina è cosa sana,

libera il cuore dalla buriana.

Soffrir d’amore è assai penoso,

il cuore è un organo poroso.

Entra l’amore finché va bene,

o finché a qualcuno conviene;

a distillar veleno ci mette poco

se l’hai lasciato troppo sul fuoco.

Amica cara, io te lo dico,

il cuore umano è buono da cotto,

solo così ti eviti il botto.

Ed ecco servite ricette ardite,

scelte per te, le più saporite.

Che tu sia onnivoro o vegano,

vieni qui, che il cuore ci mangiamo.

Se le farfalle volteggian beate,

l’unica via è lasciarle spiazzate.

Per l’amore mal riposto,

ti consiglio di farlo arrosto.

Se l’amore è già finito,

intinto nel burro è assai saporito.

Se sulla fiamma cuoce adagio,

è di certo un cuore randagio.

Mi dicono, poi, che è buono col riso,

quel tanto che basta ad arrossarti il viso.

Se ti avanza, lo puoi surgelare,

ma ci vuole tempo a farlo sbrinare.

Se invece, di cuore, hai sprecato in eccesso,

tagliane un pezzo e fallo lesso.

Se vuoi avere salva la vita,

amica mia, lasciane intatte solo due dita.

Di sale e pepe quanto basta,

che salvi almeno la dignità rimasta.

Non te la prendere, ho solo scherzato,

chi è che dal cuore non è stato fregato?

Però, è vero, ci sono emozioni,

che valgono tutto, compresi i duroni.

In fondo, sai, è questione di dosi,

si può essere altruisti o pidocchiosi.

Lo rompi, lo pesti, lo cuoci, lo mangi,

ma di quanta vita sono pieni gli spasmi?

Alla fine la ricetta perfetta

chi c’è l’ha, la tiene ben stretta.

Ma hai letto fin qui e ti confesso il segreto:

se l’esistenza vuoi generosa,

mettine una manciata sopra ogni cosa.

*Filastrocca scritta con Figlio e Figlia in un pomeriggio uggioso.

 

 

Vi presento: “Le Frivolette”

Ed eccolo qui, il progetto che da un po’ sussurro nelle orecchie di qualcuno e ho in parte bisbigliato anche sui miei canali social, quello per cui ho rinunciato a ore di sonno e ad abbuffarmi di pizza a tutte le ore. A te, che eri preoccupato di sapere cosa diavolo avessi in mente e a cosa stessi lavorando, accomodati, il prosecco lo offro io (virtuale, per ora).

È con grande orgoglio e trepidazione che ti presento: Le Frivolette.

Le Frivolette è una community (QUI trovate il gruppo) in cui abbiamo deciso di confrontarci, scambiarci pareri ed esperienze sul variegato mondo dell’erotismo femminile (sex toys, passioni, fantasie, app di incontri, video, festival, sessualità e abitudini, letteratura).

Chi sono Le Frivolette

L’idea è nata da un caffè sorseggiato in compagnia dell’amica Laura Venturini – Nostra Signora della SEO e CEO&Founder di Quindo –  e ha coinvolto un favoloso micro gruppo di donne che adoro e che, in parte, già conoscete: Marzia Cikada, già mia socia nel progetto di Scrittura Nuda – nonché psicologa e psicoterapeuta, Marina Cortese, ginecologa e psicosessuologa ed Elenia Di Liberti, blogger di e cultrice di letteratura erotica. Ovviamente ci sono anche io, eh.

Le Frivolette sono anche e soprattutto le donne che popoleranno questo salotto dalle suggestioni vagamente vittoriane. La nostra community è inclusiva, sono le benvenute le donne tutte, di qualsiasi orientamento, biologiche e non, binarie e non, gender fluid.

Perché lo abbiamo fatto?

Ovviamente non perché non avessimo niente da fare, ma perché abbiamo voluto creare uno spazio in cui rivendicare con orgoglio e consapevolezza il diritto al piacere, dal momento che l’erotismo femminile è stato troppo a lungo taciuto e osteggiato. Ci piace il sesso e ci piace parlarne, ovviamente con la leggerezza e l’eleganza che vogliamo ci contraddistingua. E poi perché nessuna di noi è così brava a cucinare da aprire un blog di cucina.

E adesso vi aspetto sul gruppo.

Dopo il brindisi, naturalmente.

 

 

Born to be “fluida”: what else?

Essere o non essere, questo è il problema, scriveva un drammaturgo, appena un po’ famoso, di qualche tempo fa. Tutto vero, soprattutto in un mondo che sempre più spesso ci lascia anteporre la sopravvivenza all’esistenza, in ritmi forsennati, categorie impacchettate e solo apparentemente flessibili. Ma cosa essere e cosa non essere? Definire se stessi è un problema che affligge ogni essere umano, perché se è vero che per il pensiero – e quindi per la comunicazione – è necessario ridurre in categorie (ho necessità di definire il concetto di tavolo, affinché non ci sia necessità di accordarsi ogni volta sul suo significato), è pur vero che la definizione, per sua natura, stringe, ingabbia e cristallizza.

E se per il tavolo, tutto sommato, la situazione non ci appare poi così soffocante, quando si tocca l’Io, lì è tutto un altro paio di maniche, signora mia. E sai come funziona, quando è un po’ di tempo che rimugini su qualcosa e diventi ricettivo al punto che ti sembra che tutto l’universo ti riempia di input sull’argomento? Come quando decidi di comprare una macchina rossa e in giro vedi solo auto di quel colore. Ecco.

Ho questo articolo in bozza da un po’, ma solo stamani ho sentito la necessità di scriverlo, perché proprio qualche giorno fa, ho incontrato l’amico Pablo che mi ha falciato con una delle sue argute considerazioni. Stavamo parlando di quanto è difficile essere poliedrici, mentre eravamo tutti stravaccati su un prato dopo la commemorazione Anpi del 25 Aprile, sotto un sole pigro che ormai si era abbassato, immersi tra la pace e il silenzio degli ulivi. Insomma, a certo punto Pablo se ne esce con questa citazione: ” Perché tu sei come Balto. Non è cane. Non è lupo. Sa soltanto quello che non è. Se solo capisse quello che è“.

E, in effetti, definirsi per sottrazione è abbastanza semplice, spesso è più facile individuare ciò che non ci rappresenta e non ci piace che prendere posizione su gusti, preferenze, valori e identificazioni. Per quanto riguarda la sfera della sessualità e dell’affettività, però, sottrarsi all’addizione significa anche negare uno spazio di rappresentazione e rivendicazione politica.

Ed è necessario notare la sottile sfumatura che distingue chi sfugge alla dichiarazione di sé, perché non riesce ad indossare i panni stretti della categorizzazione binaria e chi, invece, si nasconde dietro queste argomentazioni, perché ancora spaventato dal coming out, in una qualsiasi delle lettere che compongono il sempre più articolato e inclusivo acronimo LGBTQI*.

Questo per dirvi che anche io, che non posso certo definirmi lesbica (QUI avevo scritto un articolo a riguardo e anche sulla genesi di quel sottotitolo nel blog), ma piuttosto una donna con un orientamento fluido, tuttavia mi dichiaro e racconto la mia vita per motivi politici.

Meglio un’approssimazione che non definisce del tutto il nostro caleidoscopico essere, che il silenzio che ci relega nell’invisibilità. Chi ha voglia di conoscerci e ascoltare la nostra storia avrà tempo di cogliere i contorni più smussati e i dettagli che ci rendono più autentici. Nel frattempo, però, anche chi volterebbe volentieri lo sguardo altrove, non potrà fingere di non averci visto. Siate ciò che siete e non abbiate timore a parlarne. 

Che siate lupo o cane non importa. L’importante è che abbaiate un casino e rivendichiate il vostro diritto ad esserci.

 

 

 

Come ottenere l’obbedienza del figlio adolescente tramite minacce moderne e digitali

[Post estremamente diseducativo, perfido, pedagogicamente scorretto. Astenersi Crepet e Morelli da social, moralizzatori, genitori-che-vi-credete-perfettini-ma-poi-vi-mettete-le-dita-nel-naso-ai-semafori.]

Capiamoci. Ho un figlio adolescente e – nonostante non sia neppure dei peggiori – a volte sogno di abbandonarlo all’Autogrill o di chiudermi io, nel bagno dell’Autogrill, e sperare che la mia famiglia si dimentichi di me, ma è improbabile, visto che sono Colei che guida sempre. Mio figlio, come tutti gli adolescenti medi, è posseduto da contraddizioni e sbalzi d’umore tali da far apparire me – nota come una mansueta bestiolina di satana –  una docile e flemmatica creatura; chi mi conosce riesce a cogliere l’iperbole, per gli altri, arrivateci: è tipo che tutto e niente e niente è il contrario di tutto. Chiaro, no?

Come si sopravvive? Se anche tu hai a che fare con domande che rimangono a rondeggiare nell’aria irrisposte, lavoretti e incombenze non portate a termine, negligenza, sciatteria e altre forme di ribellione adolescenziale, se pure tu hai provato diverse forme di educazione tradizionale che spaziano dal battiscopa (elettrico, perché quelli in bambù non sono sopravvissuti alla nostra generazione) al manuale di ipnosi, pensando anche alle sostanze psicotrope; se anche tu, stai messo così, siediti – e versa un bicchiere di vino anche per me – che ho la soluzione.

Permettimi di chiarirti prima che la colpa non è tua, ma della destrutturazione della figura primaria di riferimento, unita anche a una smaterializzazione del ruolo autorevole degli archetipi storicamente deputati all’educazione che hanno reso inservibile l’uso degli strumenti formativi analogici. In altre parole: con ‘sti regazzini non funziona manco la ciavatta. E allora mi sono interrogata sul da farsi e ho capito che la risposta era lì, sotto i miei occhi, anzi nella mia mano: il telefono.

E sì, cari, la tecnologia può essere un valido alleato. Vi spiego come ho piegato la volontà di Figlio utilizzando la minaccia digital per risolvere le più comuni controversie familiari.

– Figlio non risponde dalla sua camera? Attaccati al telefono e, se non ottieni risposta, minaccia di scrivere sulla sua bacheca Facebook per spiegare la tua frustrazione a tutti i suoi amici.

– Non mette in ordine la camera/lascia disordine negli spazi comuni? Minaccia di postare foto dello schifo e taggarlo su Instagram.

– Risponde in modo arrogante/saccente? Un bel video live su Instagram – sempre con tag, mi raccomando – è l’ideale.

Come ultima ratio, potete sempre prendere il telefono e darglielo in testa, del resto siamo genitori che sono cresciuti nella cultura analogica e solo successivamente convertiti al digitale.

Se poi, proprio proprio, non siete riusciti a ottenere niente, vi ricordo che poche righe sopra ci siamo versati dell’ottimo vino.

Alla salute, la nostra.

 

 

La persona che avrei voluto accanto

In questo periodo mi stanno capitando una serie di eventi (alcuni sfortunati, altri decisamente positivi) che mi hanno a portato a riflettere su me stessa e la mia vita. Una riflessione da ruttino del dopo cena, insomma, come ad esempio: Chi sono davvero? Cosa mi rende felice? Su quale base appoggiano i miei piedi? Quali stelle seguono i miei sogni? Ma anche “Quali funghi mettere sulla pizza?”. E così ho capito una cosa – una cosa proprio perché è materica, tanto grossa da colpirmi in piena fronte – che io sono felice perché non solo ho scelto di esserlo, perché cerco di circondarmi di amore e di donarne, perché m’impegno a rendere il mondo un posto migliore di quello che ho trovato, ma soprattutto perché sono diventata la persona di cui avevo bisogno. (Per i funghi preferisco gli champignon in primavera ed estate e i porcini in autunno e inverno).

Per me è stata una conquista faticosa – non i funghi – la consapevolezza, dico; per un lungo periodo della mia vita non sono stata in grado di appagarmi, di soddisfarmi. Di bastarmi. In passato ho finito per circondarmi di persone che ho poi privato della loro soggettività, rielaborandole sulla base delle mie aspettative, rivestendole delle caratteristiche di cui avevo bisogno. Ho spesso trasformato gli altri in personaggi e lo sono diventata io stessa, imprigionando tutti e tutte nella trama del mio romanzo mentale. Ho reso i loro volti più belli, la loro pelle più accogliente, la mia vita più armoniosa. Ma erano filtri che mettevo per rendermi l’esistenza più gradevole. E, quando il velo cade, ci si ritrova nudi e sconosciuti. Riempivo in modo bulimico e mi accozzavo a chi avevo accanto con la tenacia di chi deve arrivare in cima e invece scivola lungo la parete bagnata. Ho fatto del male agli altri, ne hanno fatto a me e io ne ho fatto a me stessa.

E invece la ganzata è che la felicità è sempre stata lì, che l’unica corda di sicurezza che mi ha sempre salvato sono io. Io, che so come prendermi cura di me, che ho imparato a fermarmi senza sentirmi in colpa e a godere delle montagne russe dell’esistenza, ad essere appoggio per chi aveva bisogno di me senza sentirne il peso, a sorridere per quel che accade. E sono diventata capace di accogliere persone e situazioni nuove, perché tanto l’unica cosa che si può tenere sotto controllo nella vita è la pressione delle gomme dell’auto.

Perché la luce non era in fondo al tunnel, era dentro di me. E ho imparato che la persona più importante della mia vita sono io, arricchita e completata da magnifici e imperdibili compagni di viaggio.

 

Esercitare la volontà smettendo di fumare

A smettere di fumare ci ho provato un sacco di volte. Ma poi ricominciavo. Il motivo, fondamentalmente, è che a me fumare piaceva. E rinunciare a qualcosa che ci piace non è solo difficile, ma impossibile – a patto di non rimetterci in salute mentale. Almeno, così è per me e ammetto che il mio edonismo è ben radicato ed è secondo solo al mio senso etico ed estetico. Detto in parole povere: mi piace stare bene, laddove ciò non pregiudichi danni agli altri.

La sigarettina, quindi – rigorosamente autoprodotta, perché anche la manualità e il gesto estetico, appunto, dovevano essere soddisfatti – accompagnava ogni momento della giornata associato al relax: la pausa di metà mattina e pomeriggio, il dopo pranzo e il dopo cena e le uscite con le amiche. Inutile specificare che fungeva anche da ciuccio in caso di stress.

A onor del vero non ne fumavo una quantità elevata, ho sempre cercato di mantenermi intorno alle 5-7 al giorno e raramente ho superato le 15, per di più sono stata così cretina da iniziare a fumare a un’età in cui le persone sagge in genere smettono, intorno ai 20. Nonostante non fossi quindi un caso disperato di accanimento, abbandonare quella  che più che una coperta di Linus potremmo definire una coltre di Fumus mi era faticoso: ci ero ricaduta sempre.

Finché, come mi aveva predetto qualche ex-fumatore, non è scattato un click nel mio cervello: improvvisamente fumare mi faceva bruciare la gola, i miei abiti, i miei capelli, le mie mani puzzavano – i miei figli e mia moglie non perdevano occasione di farmelo notare e di chiedermi di smettere – e dall’oggi al domani ho buttato via il tabacco, senza aspettare, come avevo fatto in passato, di terminarlo.

È passato un mese e mezzo da quel giorno, non molto, certo, ma la buona notizia è che me lo ricordo perché l’ho scritto sul calendario e non perché il mio cervello lo abbia memorizzato e che non bramo la sigaretta in mano alla mia amica mentre ci beviamo una birra. Alcool e caffè non mi provocano più alcuna associazione funesta. Per aiutarmi nell’impresa mi sono coccolata con un paio di regali.

Il fattore vincente, però, credo sia stata la voglia di svoltare, perché a questa scelta è seguito anche un cambiamento di alimentazione e un certo accanimento sportivo (che per me si traduce in quotidiane camminate di un’ora con pesi a caviglie e polsi e stretching, niente di che, eh, ma per me che, come unico sport digitavo sulla tastiera e sfogliavo pagine, è un grande passo avanti). Gradualmente noto che sto limitando anche caffè e alcolici.

Adesso, però, devo trovarmi qualche vizio turpe, non va bene diventare così virtuosina alla mia età, no? Apro una sezione di scrittura erotica? Scrivo un romanzo noir?

E voi, che rapporto avete con i vostri vizi? Siete riuscit* a disinnescarne qualcuno? Come ci siete riuscit*?

 

[Come sempre, non vi sto suggerendo un metodo per smettere di fumare – così come non ho mai consigliato La Tecnica Del Coming Out – ma solo raccontando la mia esperienza.]