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Se di cuore vuoi fare incetta, leggi prima qualche ricetta

La cucina è cosa sana,

libera il cuore dalla buriana.

Soffrir d’amore è assai penoso,

il cuore è un organo poroso.

Entra l’amore finché va bene,

o finché a qualcuno conviene;

a distillar veleno ci mette poco

se l’hai lasciato troppo sul fuoco.

Amica cara, io te lo dico,

il cuore umano è buono da cotto,

solo così ti eviti il botto.

Ed ecco servite ricette ardite,

scelte per te, le più saporite.

Che tu sia onnivoro o vegano,

vieni qui, che il cuore ci mangiamo.

Se le farfalle volteggian beate,

l’unica via è lasciarle spiazzate.

Per l’amore mal riposto,

ti consiglio di farlo arrosto.

Se l’amore è già finito,

intinto nel burro è assai saporito.

Se sulla fiamma cuoce adagio,

è di certo un cuore randagio.

Mi dicono, poi, che è buono col riso,

quel tanto che basta ad arrossarti il viso.

Se ti avanza, lo puoi surgelare,

ma ci vuole tempo a farlo sbrinare.

Se invece, di cuore, hai sprecato in eccesso,

tagliane un pezzo e fallo lesso.

Se vuoi avere salva la vita,

amica mia, lasciane intatte solo due dita.

Di sale e pepe quanto basta,

che salvi almeno la dignità rimasta.

Non te la prendere, ho solo scherzato,

chi è che dal cuore non è stato fregato?

Però, è vero, ci sono emozioni,

che valgono tutto, compresi i duroni.

In fondo, sai, è questione di dosi,

si può essere altruisti o pidocchiosi.

Lo rompi, lo pesti, lo cuoci, lo mangi,

ma di quanta vita sono pieni gli spasmi?

Alla fine la ricetta perfetta

chi c’è l’ha, la tiene ben stretta.

Ma hai letto fin qui e ti confesso il segreto:

se l’esistenza vuoi generosa,

mettine una manciata sopra ogni cosa.

*Filastrocca scritta con Figlio e Figlia in un pomeriggio uggioso.

 

 

Quando la vita quotidiana assomiglia a una puntata di “Friends”

Spesso mi rendo conto di quanto sia anomala la mia situazione abitativa. Come sapete abito in casa con mia moglie (dai, unita civilmente non si può sentire), i miei figli, il mio cane e il mio ex marito. Occasionalmente anche alla fidanzata del mio ex marito, che è anche la migliore amica di mia moglie. Questo spesso suscita domande, ma soprattutto stupore. A volte persino a me, che pure ho studiato Lévi-Strauss (l’antropologo, non quello dei jeans).

Scrivo questo post per raccontarvi la domenica appena trascorsa, dunque, giusto per darvi un’idea.

Manu ed io rientriamo dalla presentazione a Savigliano, intorno alle 15.30. Stiamo parcheggiando davanti a casa, quando ci raggiunge la macchina di Giuseppe con a bordo lui, i ragazzi ed Erica.

Entriamo tutti insieme. Loro sono di ritorno dal mare, noi reduci da un viaggio e abbiamo tutti bisogno di una doccia. Inizia la consultazione per i turni sulla base del Chi puzza di più. Decidiamo di comune accordo di dare la priorità ai più piccoli. Ammazzo il tempo preparando la tinta e stendendola sui capelli di Manu, non prima di aver messo su il caffè. Nel frattempo Giuseppe stende una lavatrice ed Erica bada al suo cane, anche lui in traferta a Lucca. Espletate queste incombenze, ne approfitto per applicarmi un impacco a base di erbe mentre Manu chiama la pizzeria per ordinare la cena. Intanto disfiamo le valigie e le borse del mare.

A un certo punto irrompe in cucina Figlia, che da un po’ ha preso ad allevare farfalle, con la teca che contiene i bruchi. È allarmata e preoccupata: i bruchi vomitano e si contorcono.

Inebetita dalla sorpresa che anche gli invertebrati vomitino, lascio la palla ad Erica e Giuseppe, decisamente più competenti, i quali ipotizzano un avvelenamento delle foglie del nostro salice – alimento elettivo dei suddetti animalini – probabilmente dovuto all’utilizzo di pesticidi nell’orto dei vicini.

Riusciamo però a docciarci tutti, quando un temporale ci costringe a correre fuori per ritirare i panni stesi, ma nello stesso momento ci accorgiamo anche che la lavastoviglie perde e il caffè si è bruciato. Ci dividiamo in squadre di pronto intervento.

I bruchi continuano ad agonizzare nel panico generale della nostra impotenza e vengono monitorati a vista, mentre mangiamo la pizza.

Decretiamo la giornata finita solo quando Figlia ci chiama dal suo letto a castello per ricevere la buonanotte, Erica e Giuseppe vanno via, Manu ed io ci accasciamo sul divano. Ma Iole Topocane ci ricorda che non è uscita per la passeggiatina annusatinepipìcacca serale piantandoci le unghiette sulle gambe e fissando la porta. Piove, siamo distrutte e tentiamo la carta della corruzione, scoprendo che, per cinque euro, Figlio è disponibile ad accompagnare la pelosetta ad espletare le sue funzioni fisiologiche sotto la pioggia scrosciante. Mai soldi furnono spesi in modo migliore.

Noi sveniamo, credo, perché ci risvegliamo dopo qualche ora infreddolite sul divano.

Bella la vita ne La Comune, eh. Si ride, si scherza, ci si dividono i compiti. Ma io sono certa di non essere l’unica degli abitanti adulti che, a volte, preferirebbe un monolocale in cima a una montagna.  

 

Vi presento: “Le Frivolette”

Ed eccolo qui, il progetto che da un po’ sussurro nelle orecchie di qualcuno e ho in parte bisbigliato anche sui miei canali social, quello per cui ho rinunciato a ore di sonno e ad abbuffarmi di pizza a tutte le ore. A te, che eri preoccupato di sapere cosa diavolo avessi in mente e a cosa stessi lavorando, accomodati, il prosecco lo offro io (virtuale, per ora).

È con grande orgoglio e trepidazione che ti presento: Le Frivolette.

Le Frivolette è una community (QUI trovate il gruppo) in cui abbiamo deciso di confrontarci, scambiarci pareri ed esperienze sul variegato mondo dell’erotismo femminile (sex toys, passioni, fantasie, app di incontri, video, festival, sessualità e abitudini, letteratura).

Chi sono Le Frivolette

L’idea è nata da un caffè sorseggiato in compagnia dell’amica Laura Venturini – Nostra Signora della SEO e CEO&Founder di Quindo –  e ha coinvolto un favoloso micro gruppo di donne che adoro e che, in parte, già conoscete: Marzia Cikada, già mia socia nel progetto di Scrittura Nuda – nonché psicologa e psicoterapeuta, Marina Cortese, ginecologa e psicosessuologa ed Elenia Di Liberti, blogger di e cultrice di letteratura erotica. Ovviamente ci sono anche io, eh.

Le Frivolette sono anche e soprattutto le donne che popoleranno questo salotto dalle suggestioni vagamente vittoriane. La nostra community è inclusiva, sono le benvenute le donne tutte, di qualsiasi orientamento, biologiche e non, binarie e non, gender fluid.

Perché lo abbiamo fatto?

Ovviamente non perché non avessimo niente da fare, ma perché abbiamo voluto creare uno spazio in cui rivendicare con orgoglio e consapevolezza il diritto al piacere, dal momento che l’erotismo femminile è stato troppo a lungo taciuto e osteggiato. Ci piace il sesso e ci piace parlarne, ovviamente con la leggerezza e l’eleganza che vogliamo ci contraddistingua. E poi perché nessuna di noi è così brava a cucinare da aprire un blog di cucina.

E adesso vi aspetto sul gruppo.

Dopo il brindisi, naturalmente.

 

 

Born to be “fluida”: what else?

Essere o non essere, questo è il problema, scriveva un drammaturgo, appena un po’ famoso, di qualche tempo fa. Tutto vero, soprattutto in un mondo che sempre più spesso ci lascia anteporre la sopravvivenza all’esistenza, in ritmi forsennati, categorie impacchettate e solo apparentemente flessibili. Ma cosa essere e cosa non essere? Definire se stessi è un problema che affligge ogni essere umano, perché se è vero che per il pensiero – e quindi per la comunicazione – è necessario ridurre in categorie (ho necessità di definire il concetto di tavolo, affinché non ci sia necessità di accordarsi ogni volta sul suo significato), è pur vero che la definizione, per sua natura, stringe, ingabbia e cristallizza.

E se per il tavolo, tutto sommato, la situazione non ci appare poi così soffocante, quando si tocca l’Io, lì è tutto un altro paio di maniche, signora mia. E sai come funziona, quando è un po’ di tempo che rimugini su qualcosa e diventi ricettivo al punto che ti sembra che tutto l’universo ti riempia di input sull’argomento? Come quando decidi di comprare una macchina rossa e in giro vedi solo auto di quel colore. Ecco.

Ho questo articolo in bozza da un po’, ma solo stamani ho sentito la necessità di scriverlo, perché proprio qualche giorno fa, ho incontrato l’amico Pablo che mi ha falciato con una delle sue argute considerazioni. Stavamo parlando di quanto è difficile essere poliedrici, mentre eravamo tutti stravaccati su un prato dopo la commemorazione Anpi del 25 Aprile, sotto un sole pigro che ormai si era abbassato, immersi tra la pace e il silenzio degli ulivi. Insomma, a certo punto Pablo se ne esce con questa citazione: ” Perché tu sei come Balto. Non è cane. Non è lupo. Sa soltanto quello che non è. Se solo capisse quello che è“.

E, in effetti, definirsi per sottrazione è abbastanza semplice, spesso è più facile individuare ciò che non ci rappresenta e non ci piace che prendere posizione su gusti, preferenze, valori e identificazioni. Per quanto riguarda la sfera della sessualità e dell’affettività, però, sottrarsi all’addizione significa anche negare uno spazio di rappresentazione e rivendicazione politica.

Ed è necessario notare la sottile sfumatura che distingue chi sfugge alla dichiarazione di sé, perché non riesce ad indossare i panni stretti della categorizzazione binaria e chi, invece, si nasconde dietro queste argomentazioni, perché ancora spaventato dal coming out, in una qualsiasi delle lettere che compongono il sempre più articolato e inclusivo acronimo LGBTQI*.

Questo per dirvi che anche io, che non posso certo definirmi lesbica (QUI avevo scritto un articolo a riguardo e anche sulla genesi di quel sottotitolo nel blog), ma piuttosto una donna con un orientamento fluido, tuttavia mi dichiaro e racconto la mia vita per motivi politici.

Meglio un’approssimazione che non definisce del tutto il nostro caleidoscopico essere, che il silenzio che ci relega nell’invisibilità. Chi ha voglia di conoscerci e ascoltare la nostra storia avrà tempo di cogliere i contorni più smussati e i dettagli che ci rendono più autentici. Nel frattempo, però, anche chi volterebbe volentieri lo sguardo altrove, non potrà fingere di non averci visto. Siate ciò che siete e non abbiate timore a parlarne. 

Che siate lupo o cane non importa. L’importante è che abbaiate un casino e rivendichiate il vostro diritto ad esserci.

 

 

 

Come ottenere l’obbedienza del figlio adolescente tramite minacce moderne e digitali

[Post estremamente diseducativo, perfido, pedagogicamente scorretto. Astenersi Crepet e Morelli da social, moralizzatori, genitori-che-vi-credete-perfettini-ma-poi-vi-mettete-le-dita-nel-naso-ai-semafori.]

Capiamoci. Ho un figlio adolescente e – nonostante non sia neppure dei peggiori – a volte sogno di abbandonarlo all’Autogrill o di chiudermi io, nel bagno dell’Autogrill, e sperare che la mia famiglia si dimentichi di me, ma è improbabile, visto che sono Colei che guida sempre. Mio figlio, come tutti gli adolescenti medi, è posseduto da contraddizioni e sbalzi d’umore tali da far apparire me – nota come una mansueta bestiolina di satana –  una docile e flemmatica creatura; chi mi conosce riesce a cogliere l’iperbole, per gli altri, arrivateci: è tipo che tutto e niente e niente è il contrario di tutto. Chiaro, no?

Come si sopravvive? Se anche tu hai a che fare con domande che rimangono a rondeggiare nell’aria irrisposte, lavoretti e incombenze non portate a termine, negligenza, sciatteria e altre forme di ribellione adolescenziale, se pure tu hai provato diverse forme di educazione tradizionale che spaziano dal battiscopa (elettrico, perché quelli in bambù non sono sopravvissuti alla nostra generazione) al manuale di ipnosi, pensando anche alle sostanze psicotrope; se anche tu, stai messo così, siediti – e versa un bicchiere di vino anche per me – che ho la soluzione.

Permettimi di chiarirti prima che la colpa non è tua, ma della destrutturazione della figura primaria di riferimento, unita anche a una smaterializzazione del ruolo autorevole degli archetipi storicamente deputati all’educazione che hanno reso inservibile l’uso degli strumenti formativi analogici. In altre parole: con ‘sti regazzini non funziona manco la ciavatta. E allora mi sono interrogata sul da farsi e ho capito che la risposta era lì, sotto i miei occhi, anzi nella mia mano: il telefono.

E sì, cari, la tecnologia può essere un valido alleato. Vi spiego come ho piegato la volontà di Figlio utilizzando la minaccia digital per risolvere le più comuni controversie familiari.

– Figlio non risponde dalla sua camera? Attaccati al telefono e, se non ottieni risposta, minaccia di scrivere sulla sua bacheca Facebook per spiegare la tua frustrazione a tutti i suoi amici.

– Non mette in ordine la camera/lascia disordine negli spazi comuni? Minaccia di postare foto dello schifo e taggarlo su Instagram.

– Risponde in modo arrogante/saccente? Un bel video live su Instagram – sempre con tag, mi raccomando – è l’ideale.

Come ultima ratio, potete sempre prendere il telefono e darglielo in testa, del resto siamo genitori che sono cresciuti nella cultura analogica e solo successivamente convertiti al digitale.

Se poi, proprio proprio, non siete riusciti a ottenere niente, vi ricordo che poche righe sopra ci siamo versati dell’ottimo vino.

Alla salute, la nostra.

 

 

La persona che avrei voluto accanto

In questo periodo mi stanno capitando una serie di eventi (alcuni sfortunati, altri decisamente positivi) che mi hanno a portato a riflettere su me stessa e la mia vita. Una riflessione da ruttino del dopo cena, insomma, come ad esempio: Chi sono davvero? Cosa mi rende felice? Su quale base appoggiano i miei piedi? Quali stelle seguono i miei sogni? Ma anche “Quali funghi mettere sulla pizza?”. E così ho capito una cosa – una cosa proprio perché è materica, tanto grossa da colpirmi in piena fronte – che io sono felice perché non solo ho scelto di esserlo, perché cerco di circondarmi di amore e di donarne, perché m’impegno a rendere il mondo un posto migliore di quello che ho trovato, ma soprattutto perché sono diventata la persona di cui avevo bisogno. (Per i funghi preferisco gli champignon in primavera ed estate e i porcini in autunno e inverno).

Per me è stata una conquista faticosa – non i funghi – la consapevolezza, dico; per un lungo periodo della mia vita non sono stata in grado di appagarmi, di soddisfarmi. Di bastarmi. In passato ho finito per circondarmi di persone che ho poi privato della loro soggettività, rielaborandole sulla base delle mie aspettative, rivestendole delle caratteristiche di cui avevo bisogno. Ho spesso trasformato gli altri in personaggi e lo sono diventata io stessa, imprigionando tutti e tutte nella trama del mio romanzo mentale. Ho reso i loro volti più belli, la loro pelle più accogliente, la mia vita più armoniosa. Ma erano filtri che mettevo per rendermi l’esistenza più gradevole. E, quando il velo cade, ci si ritrova nudi e sconosciuti. Riempivo in modo bulimico e mi accozzavo a chi avevo accanto con la tenacia di chi deve arrivare in cima e invece scivola lungo la parete bagnata. Ho fatto del male agli altri, ne hanno fatto a me e io ne ho fatto a me stessa.

E invece la ganzata è che la felicità è sempre stata lì, che l’unica corda di sicurezza che mi ha sempre salvato sono io. Io, che so come prendermi cura di me, che ho imparato a fermarmi senza sentirmi in colpa e a godere delle montagne russe dell’esistenza, ad essere appoggio per chi aveva bisogno di me senza sentirne il peso, a sorridere per quel che accade. E sono diventata capace di accogliere persone e situazioni nuove, perché tanto l’unica cosa che si può tenere sotto controllo nella vita è la pressione delle gomme dell’auto.

Perché la luce non era in fondo al tunnel, era dentro di me. E ho imparato che la persona più importante della mia vita sono io, arricchita e completata da magnifici e imperdibili compagni di viaggio.

 

Esercitare la volontà smettendo di fumare

A smettere di fumare ci ho provato un sacco di volte. Ma poi ricominciavo. Il motivo, fondamentalmente, è che a me fumare piaceva. E rinunciare a qualcosa che ci piace non è solo difficile, ma impossibile – a patto di non rimetterci in salute mentale. Almeno, così è per me e ammetto che il mio edonismo è ben radicato ed è secondo solo al mio senso etico ed estetico. Detto in parole povere: mi piace stare bene, laddove ciò non pregiudichi danni agli altri.

La sigarettina, quindi – rigorosamente autoprodotta, perché anche la manualità e il gesto estetico, appunto, dovevano essere soddisfatti – accompagnava ogni momento della giornata associato al relax: la pausa di metà mattina e pomeriggio, il dopo pranzo e il dopo cena e le uscite con le amiche. Inutile specificare che fungeva anche da ciuccio in caso di stress.

A onor del vero non ne fumavo una quantità elevata, ho sempre cercato di mantenermi intorno alle 5-7 al giorno e raramente ho superato le 15, per di più sono stata così cretina da iniziare a fumare a un’età in cui le persone sagge in genere smettono, intorno ai 20. Nonostante non fossi quindi un caso disperato di accanimento, abbandonare quella  che più che una coperta di Linus potremmo definire una coltre di Fumus mi era faticoso: ci ero ricaduta sempre.

Finché, come mi aveva predetto qualche ex-fumatore, non è scattato un click nel mio cervello: improvvisamente fumare mi faceva bruciare la gola, i miei abiti, i miei capelli, le mie mani puzzavano – i miei figli e mia moglie non perdevano occasione di farmelo notare e di chiedermi di smettere – e dall’oggi al domani ho buttato via il tabacco, senza aspettare, come avevo fatto in passato, di terminarlo.

È passato un mese e mezzo da quel giorno, non molto, certo, ma la buona notizia è che me lo ricordo perché l’ho scritto sul calendario e non perché il mio cervello lo abbia memorizzato e che non bramo la sigaretta in mano alla mia amica mentre ci beviamo una birra. Alcool e caffè non mi provocano più alcuna associazione funesta. Per aiutarmi nell’impresa mi sono coccolata con un paio di regali.

Il fattore vincente, però, credo sia stata la voglia di svoltare, perché a questa scelta è seguito anche un cambiamento di alimentazione e un certo accanimento sportivo (che per me si traduce in quotidiane camminate di un’ora con pesi a caviglie e polsi e stretching, niente di che, eh, ma per me che, come unico sport digitavo sulla tastiera e sfogliavo pagine, è un grande passo avanti). Gradualmente noto che sto limitando anche caffè e alcolici.

Adesso, però, devo trovarmi qualche vizio turpe, non va bene diventare così virtuosina alla mia età, no? Apro una sezione di scrittura erotica? Scrivo un romanzo noir?

E voi, che rapporto avete con i vostri vizi? Siete riuscit* a disinnescarne qualcuno? Come ci siete riuscit*?

 

[Come sempre, non vi sto suggerendo un metodo per smettere di fumare – così come non ho mai consigliato La Tecnica Del Coming Out – ma solo raccontando la mia esperienza.]

Messico e (molte) nuvole – o anche di come scrivere due versioni della stessa storia

Oh. Eccomi tornata. Sono tornata dal viaggio di nozze. Sono tornata – per ora – alla mia vita. Sono tornata rossa (di capello, non mi sono ustionata).

Dopo quasi due mesi di latitanza e scarsa presenza – intesa non solo sui social e sul blog, ma nella realtà oggettiva – persa tra matrimonio e viaggio di nozze, sono tornata.

Sì, ho bisogno di ripetermelo perché devo fissare il molo un’ultima volta, prima di salpare. Del resto è lunedì, piove e crescendo sono diventata terribilmente lenta, ho bisogno di scaldare le dita sula tastiera e mettere in moto il cervello. Poverino – il mio cervello – ci sono tante cose che sobbollono là dentro e che si sono smosse e sedimentate e mosse ancora, in questo periodo di silenzio. Ma andiamo con ordine. Nelle prossime settimane vi parlerò anche di nuove idee, nuovi progetti. Oggi, invece, vorrei mostrarvi come è facile spostare il focus di una stessa vicenda e trasformare la realtà in idilliaca o tragica.

Del mio viaggio di nozze ho creato due versioni: la Phyg@ e la Merd@. A voi la scelta.

Versione Phyg@

Finalmente ci siamo, siamo a Milano in attesa di prendere il volo che ci porterà a Cancun e da dove inizierà la nostra Luna di Miele. È ancora notte, mentre usciamo dall’hotel per salire sul taxi che ci porterà in aeroporto, la città è ricoperta da una bianca coltre di neve, i fiocchi ci solleticano il viso. Sono pronta per i Caraibi ma, da amante del freddo, non potevo desiderare commiato più romantico. L’aereo decolla con un po’ di ritardo, ma ne approfittiamo per una dose extra di coccole. Il volo intercontinentale è sereno, solo qualche piccola turbolenza ci ricorda che siamo immerse tra le nuvole e non sedute sul divano. Riesco perfino ad addormentarmi.

A Cancun ci aspetta un Hotel in riva all’Oceano. La meraviglia. E, ovviamente, non manchiamo di degustare le prelibatezze locali, prima di abbandonarci al sonno. Il giorno successivo iniziamo il tour: 2000 km in una settimana tra Yucatan, Tabasco e Chiapas. Siamo rapite, incantate dai colori lussureggianti, dall’allegria delle casupole colorate a bordo strada, dei bambini che giocano per strada e dalla maestosità delle piramidi Maya. Attraversiamo il Rio Usumacinta che divide il Messico dal Guatemala, ascoltiamo il richiamo delle scimmie urlatrici che ci osservano dagli alberi, i coccodrilli che riposano sulla riva. Ci concediamo anche una divertente escursione in kayak in una laguna, con tanto di cielo stellato e cena sulla riva a lume di candela.

E, dopo tanto girovagare, eccoci arrivate alla seconda settimana: quella deputata al relax in un Resort sul mare dei Caraibi. La temperatura è mite e veniamo sorprese da qualche temporale tropicale che ci ricorda la potenza della natura; l’aria è satura di profumi e l’oceano in tempesta ha qualcosa di magico, nella sua ancestrale potenza. Non potendo fare il bagno, ne approfittiamo per rilassarci, leggere e coccolarci. Durante una giornata di sole riusciamo a concederci persino uno snorkelling nella barriera corallina. In un battito di ciglia arriva la data del rientro: il viaggio ci mancherà, ma che gioia incontrare in aeroporto una ex compagna del liceo che non vedevo da anni, trovare due care amiche ad aspettarci all’aeroporto e i bambini a casa che ci accolgono trepidanti.

Versione Merd@

Siamo a Milano, trascorriamo la notte precedente la partenza in un hotel vicino all’aeroporto perché dobbiamo presentarci ai controlli a un’ora che il mio cervello non è nemmeno in grado di contemplare: le 4 del mattino. Una volta aperta la porta della camera, ci accorgiamo che il tipo della reception ci ha mollato una doppia al posto della matrimoniale – nonostante nostra esplicita richiesta; al che torniamo dal tipo e ci facciamo assegnare un letto grande al posto dei suoi lettini per nani di Biancaneve, ribadendo che non per forza due donne in viaggio sono due amiche.

Quando usciamo dall’hotel per prendere il taxi che ci porterà in aeroporto ci accorgiamo che è tutto bianco e sta fioccando neve modello tempesta artica. Ovviamente io sono vestita come una cogliona: felpina, jeansino e giubbino e ho già un raffreddore da paura. Il volo è in ritardo, rimaniamo due ore a bestemmiare silenziosamente perché l’aereo è ricoperto di neve ghiacciata e lo devono sbrinare. Dalla lentezza dell’operazione, ipotizzo che lo stiano facendo alitandoci sopra. Nel frattempo ho già finito la scorta di fazzoletti per soffiarmi il naso e devo ripiegare sulla carta igienica. Il volo procede benino, riesco anche a non attaccarmi a canna alla boccia di Xanax che ho nello zainetto e reprimo le crisi isteriche per le turbolenze sorseggiando prosecco.

A Cancun ci aspetta un hotel in riva all’Oceano. La meraviglia. Peccato che siamo morte di stanchezza e al mare diamo giusto una rapida sbirciata. Mangiamo come due pitoni inaugurando le due settimane di Dieta Messicana “T”, ovvero a base di Tacos, Tortillas, Tamales. Nel letto festeggiamo la prima notte di viaggio di nozze dormendo come due ghiri, tanto per continuare con le similitudini animalesche. Il giorno successivo iniziamo il tour: 2000 km in una settimana tra Yucatan, Tabasco e Chiapas. Siamo rapite, incantate dai colori lussureggianti, dall’allegria delle casupole colorate a bordo strada, dei bambini che giocano per strada. Incredibile anche la maestosità delle piramidi Maya, che però sono ripide e io soffro di vertigini, come mi ricordo una volta giunta al momento di discenderle. Attraversiamo il Rio Usumacinta che divide il Messico dal Guatemala, ascoltiamo il richiamo delle scimmie urlatrici che ci osservano dagli alberi, i coccodrilli che riposano sulla riva. Fortuna che ho litri di repellente: le zanzare sono incazzate e aggressive, mi pungono nonostante sia unta come fettina di bacon. Ci concediamo anche una divertente escursione in kayak in una laguna, con tanto di cielo stellato e cena sulla riva a lume di candela. Peccato solo che mia moglie, davanti nel kayak doppio, mi abbia interamente ricoperta di alghe ad ogni pagaiata e la cena l’abbia trascorsa a cercare di asciugarmi con il calore delle candele di cui sopra. Durante la cena, Manu si spacca un molare.

E, dopo tanto girovagare, eccoci arrivate alla seconda settimana: quella deputata al relax in un Resort sul mare dei Caraibi. La temperatura fa schifo, è calata di dieci gradi e c’è un vento modello Bora a Trieste: a stare in spiaggia si finisce per essere sabbiati come i travi di castagno durante il restauro edilizio. E piove. Piove quasi incessantemente. E a me è venuto il ciclo. E a Manu duole il dente. Attività concesse: leggere, dormire, mangiare come pitoni, alcolizzarsi di Margarita. In un immotivato momento di ottimismo, decidiamo di iscriverci ad un’escursione che prevede lo snorkelling nella barriera corallina. Questi simpaticoni di organizzatori, pur di non rendere la quota pagata in anticipo, ci sbattono giù da una barca in mezzo all’oceano in tempesta, Manu per non affogare mi spinge contro la barriera corallina, mi ferisco ad una gamba come Garibaldi, lei va in panico e io la trascino sulla barca, trasformandomi in un cane Terranova addestrato al salvataggio. Fanculo.  Arriva la data del rientro: il viaggio ci mancherà, anche se poteva andare meglio, eh. Il volo lo trascorro insonne a saltare per le turbolenze. Dopo due ore di fila per il controllo dei passaporti in uscita e di attesa per il bagaglio, ci consoliamo con la gioia di trovare due care amiche ad aspettarci. Ovviamente la felicità dura poco: ci attende un viaggio della speranza con BlaBlaCar, schiacciate accanto a un seggiolino per bambini e in mano ad un autista che passa il viaggio distraendosi al telefono.

Nessuna delle due versioni è quella che descrive perfettamente la realtà. Ma avevo voglia di giocare con le storie. Qualunque voi scegliate, sappiate che sono felice di essere tornata.

Hic et nunc.

 

Piccola pausa “a maggese”

In occasione del mio matrimonio, mi sono concessa un regalo: una pausa.

Non ho smesso di scrivere, lo sto facendo su carta. Ho ricominciato con la camminata sportiva, con il cinema, con la lettura compulsiva di libri, con il tempo da dedicare ai ragazzi, con le chiacchierate con le amiche. Mi sono messa a maggese nel periodo tra la celebrazione del rito e il viaggio di nozze, la mia mente ipercinetica aveva bisogno di essere lasciata priva di vincoli e di obblighi, volevo fluttuare senza essere obbligata ad arrivare da qualche parte.

È il momento delle mani, del fare, di scoprire nuove ricette e rivisitare quelle vecchie; è il tempo delle carezze, del preparare la terra lasciandola a riposo per ritrovare fertilità ed energia vitale; è il momento delle gambe, dei nervi, dei muscoli, delle narici che respirano aria buona e dei polmoni che si puliscono dal tabacco (ho anche smesso di fumare da due settimane!).

Avevo bisogno di un nuovo inizio.

[Nel frattempo fate i brav*, tornerò nella seconda metà di Marzo sul blog. Se volete seguire le Stories del viaggio in Messico, QUI il profilo Instagram.]

La teoria dell'”Ironilienza”: come sopravvivere alla sfiga e divertirsi pure

Chi legge il mio blog l’avrà percepito nel corso di questi anni, chi mi conosce bene lo sa per certo e spesso mi viene chiesto anche durante le presentazioni del mio romanzo. Di cosa sto parlando? Della teoria dell’Ironilienza.

L’ironilienza è una prassi quotidiana e la sua teorizzazione è avvenuta a posteriori rispetto alla sua pratica; è uno stile di vita, un esercizio di volontà, una filosofia. Per me, è soprattutto la risposta necessaria ad affrontare i problemi dell’esistenza e permettermi di godere del tempo che rimarrò in vita.

Quando ero piccola guardavo con ammirazione gli anziani, chiedendomi se si rendevano conto della fortuna che avevano per aver potuto usufruire di così tanto tempo. Crescendo, ho dedicato parte dei miei studi alle testimonianze orali, alle micro-storie, alla memoria individuale: una delle costanti delle tante interviste, che ho rivolto per la maggior parte a persone ultraottantenni, era il rapporto tormentato con il Tempo. Poche persone avevano avuto il lusso – o forse la lungimiranza – di percepire lo sgocciolio di attimi che sarebbero andati perduti per sempre. E, poi, molti rimorsi e ancora più rimpianti. Forse anche per questo, non sapendo quanto mi è concesso di vivere, ho fatto di tutto per sprecare meno tempo possibile.

E così ho fatto. Ho azzannato la vita, ho studiato tanto e di tutto, svolto lavori vari, abitato in città diverse, sono diventata madre da giovane, ho lottato per i raggiungere obiettivi, traguardi, ho realizzato sogni, ho dedicato tempo alle persone e non solo a quelle amate, ma anche a chi mi chiedeva aiuto, ho ascoltato e poi raccontato molte storie. Tornassi indietro, ripeterei tutto – errori compresi anche se, proprio volendo migliorare qualcosa, impiegherei meno tempo ed energia con qualche parassita emotivo che ho incocciato -, e se mi dicessero che oggi è il mio ultimo giorno sulla Terra non avrei rimpianti. Neppure rimorsi: con il Karma mi sento a credito, ho fatto più bene che male ed è perdonando, che ho imparato a perdonare anche me stessa. Capiamoci, però. Se morissi a breve mi girerebbero le gonadi, perché ho ancora molti libri da leggere, cose da imparare, luoghi da visitare, mia moglie e i miei figli con cui trascorrere il tempo, vita da vivere e pizza da mangiare.

Ecco. Questa premessa, spero non troppo pallosa, serviva per arrivare a spiegarvi il senso dell’Ironilienza, il cui suono richiama anche il termine iron ma, più che con il ferro e la durezza, ha a che fare con la plasticità, con la duttilità, con la capacità di reagire ai colpi della vita senza lasciarsi distruggere, solo cambiando forma. È resilienza a cui si aggiunge ironia, lo sguardo divertito e indulgente di chi trova se stesso tenero e buffo, di chi si perdona, di chi si abbraccia quando non lo fa nessuno, di chi si fa una risata complice, perché tanto la vita fa come le pare, inutile incazzarsi.

Ma l’Ironilienza è anche una scelta etica di cosa mostrare e cosa no. Nella vita mi sono accadute diverse cose spiacevoli: disturbi alimentari, aborti spontanei, lutti più o meno dolorosi; più volte ho visto i miei progetti rasi al suolo e ne ho costruiti di nuovi. Non voglio concedere al Brutto troppo spazio in questo mio tempo limitato. A volte lo sfioro, altre mi sfogo – anche qui – ma preferisco concentrarmi sul Bello che c’è nella mia vita, nel conferire valore a chi e a ciò che c’è. [Ovvio: non sto parlando di perdite incolmabili e lutti immensi. A quelli si sopravvive, di certo non ci si ride su.]

Per dirla con un motto: mi concentro sulla menta intorno al buco, (vi ricordate le Polo, le caramelle con quello spot che era anche sessualmente allusivo?) ricordando il caro vecchio detto che “Solo alla morte non c’è soluzione”.

Quando state male piangete, disperatevi, stracciate le gonadi a chiunque vi presti ascolto. Concedetevi il tempo che serve alle ferite per spurgare. Poi, però, andate allo specchio, regalatevi un sorriso, coccolatevi e ripartite.

Perché la vita è una, non si sa quanto duri ed è da coglioni sprecarla in odio e autocommiserazione.

Ci siamo intesi?