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Che ne sappiamo noi, mamme senza tempo libero?

Tempus Fugit! E se sei mamma, lavori, hai una vita, un cane, dei sogni, sai bene quanto sia inestimabile l’ottimizzazione delle ore quotidiane.

Martedì scorso le mie creature sono partite per la vacanza con il papà ed io – per la prima volta – mi sono trovata a casa per una settimana. Sola. In realtà c’è Iole Topocane che mi segue come un’ombra e con la quale dialogo vivacemente, ma di umani, in casa, solo io.

Per me, che da sola non sono stata mai (potete leggerla cantando) è stata una bella prova. Questa casa sempre sovraffollata di gente: Manu, io, Giuseppe, i nostri amici, i figli, gli amici dei figli è piombata nel silenzio. Adesso posso dirvelo. Ero terrorizzata dall’idea che mi sarei sentita persa e triste.

E invece mancoperilcaxxo! Mi sveglio presto, lavoro, mangio quando ho fame, dormo quando ho sonno, ho iniziato il corso di Nordic Walking, ho sistemato delle piante per abbellire l’ingresso, ho pitturato dei mobiletti da giardino che si stavano decomponendo, ho bevuto aperitivi con persone che non riuscivo più a trovare il tempo di vedere.

E sì, mi mancano Manu, i ragazzi e Giuseppe. Ma ho goduto nell’essere l’unica padrona del mio Tempo (pure questa frase, se cantata, non è male, eh). Tempo per me, minuti e ore di ozio e di attività scanditi dal desiderio di fare e non fare e non dalle lancette. Degusto il silenzio, Il fruscio delle pagine dei libri che mi aspettavano sul comodino, la musica scelta da me e mai interrotta da un mamma che palle, cambia album! Le coccole a Iole la sera sul divano mentre spilucco film, patatine e serie su Netflix.

E sono giunta a una verità filosoficamente perseguita nei secoli da saggi e studiosi:

La vita è bella, se ne sai godere.

Vabbè, brav* voi, se c’eravate già arrivat*. Io ho imparato anche a crogiolarmi nella lentezza.

[A tal proposito, come sapete, in estate pubblico in modo discontinuo. Continuate a seguire la pagina Facebook, iscrivetevi al blog o al canale Telegram per ricevere le notifiche appena viene sfornato un nuovo articolo.]

Come impiegare la figliolanza in opere virtuose

I miei figli ciondolano. Non so se sia una sindrome ricorrente e diffusa, ma ho scoperto che un adolescente e una ottenne, abbandonati nel tedio, iniziano a oscillare come il pendolo di Foucault.

Tra il divano e la cucina, tra la camera e il giardino, tra un Mamma, che faccio? a un Mamma, posso accendere la Tele?, tra un Mi annoio a un Uffa, ma sei sempre al pc? La mia estate viene scandita dal lamento. Esaurita la parentesi campo estivo e in procinto di iniziare la vacanza con papà, pare che i Due fatichino a trovare una propria dimensione a lungo termine. Lui va in bici, poi traffica con le riparazioni didiosacosa. Lei scrive storie – per lo più splatter, disegna e organizza eventi a base di tè e pasticcini per peluche obesi e sedentari. Ma il tempo in estate è lungo, la giornata dilatata e inversamente proporzionale alla mia capacità d’inventare qualcosa da proporre [anche perché spesso mi rifiuto, ‘che mica faccio l’intrattenitrice io, eh].

Persino Iole Topocane è afflitta dalla noia. Dalla sua cuccia in salotto osserva loro che osservano lei che li osserva. Una meta osservazione che in confronto Alice che guardava i gatti che guardavano nel sole era il ritratto della vitalità.

Alla fine, poi, questo rifuggere la noia altro non è che il sotto prodotto di questa cultura capitalistica basata sul consumo, l’induzione del bisogno e blablabla no? E allora mi è venuta in mente mia nonna, che non ha mai letto Marx e se pure lo avesse letto, non lo avrebbe capito e se anche lo avesse capito non le sarebbe piaciuto – lei ci teneva eccome alla sua proprietà, quale che fosse, dal vestito da buttare al piatto sbeccato – la roba era sacra e non si sprecava, né si regalava, figuriamoci se si condivideva. Comunque mia nonna ha bussato tra i miei pensieri perché faceva una pomarola [passata di pomodoro con gli odori] che non ho mai più mangiato nella vita. Il procedimento in sé non è particolarmente complesso, ma aumenta quanti più sono i pomodori da trasformare in salsa.

Caso vuole che la vicina ci avesse regalato due sacchetti pieni di profumati pomodori rossi. Dal momento che non avevo a disposizione troppo tempo per realizzare questo sugo dei ricordi e dovevo metterlo a cuocere prima di iniziare a lavorare, ho pensato bene di impiegare i due annoievoli ragazzini.

Una tagliava, l’altro lavava. Abbiamo riso e scherzato, come da tradizione contadina – che vedeva questi lavori anche come un momento di socialità – e ci siamo divertiti, oltre ad aver prodotto quattro barattoli di ottimo sugo. Il momento più tragico è stato passare tutto con il passaverdure, un arnese inventato dalla Santa Inquisizione che mi ha fatto venire i bicipiti dell’Uomo Tigre.

Mal che vada, aspetteremo l’arrivo dei servizi sociali mangiando spaghetti alla pomarola.

E voi, a quali lavori di casa sottoponete la prole?

Burocrazia e transfobia: la storia di Ethan

Ethan deve sottoporsi a un intervento in anestesia totale alle corde vocali programmato per il 19 luglio.

Segue tutto l’iter burocratico ospedaliero per la preospedalizzazione: compila moduli, esegue esami diagnostici e visite. Sembra filare tutto liscio.

Poi accade che – sempre dopo aver seguito anche l’iter snervante a cui in Italia sono sottoposte le persone che decidono di intraprendere un percorso di transizione – pochi giorni fa, sentenza alla mano, Ethan può finalmente cambiare i propri documenti anagrafici.

Questa mattina la sorpresa.

Ethan telefona all’Ospedale San Luca e scopre che non essendo più Cinzia Ricci, ma Ethan Ricci, la sua pre-ospedalizzazione non è più valida. Gli viene comunicato che dovrà rifare tutto da capo: visite, esami e soprattutto finirà di nuovo in coda alla lunga lista di attesa.

Non importa che abbia le sentenza e una cartella clinica. Secondo la burocrazia dell’ospedale basta cambiare nome che, magicamente, i valori delle analisi cambino e non siano più validi.

Sono profondamente indignata per quanto successo al mio amico Ethan. Spero vivamente che le istituzioni si muovano per risolvere questa discriminazione e inadeguatezza burocratica.

 

 

Il “contamamma”: l’app che dovresti inventare

Ehi, dico a te, amico nerd smanettone. A te, che hai inventato l’app che conta le calorie del profumo del cibo, oltre che del cibo stesso. A te, che hai brevettato il contapassi, il contaddominali, il contabattiti e pure a tuo nonno che ha progettato il contachilometri.

Hai reso tutto misurabile, hai soddisfatto tutte le domande che una persona si pone fin dall’infanzia, tipo Quanto manca? Quando arriviamo? e sono ragionevolmente certa che esista anche una app per misurare se vuoi più bene a mamma o a papà e se la tua fidanzata ti ama davvero e il tuo nome più il suo nome danno un cuore o un due di picche.

E allora, amico nerd, che ancora non hai realizzato la app fondamentale per noi genitori (ovviamente serve anche nella versione contapapà), ti spiego i bisogni di questo target.

Gli scenari:

  • È estate, i ragazzini sono spiaggiati in casa. E si annoiano. I genitori sono stressati, perché lavorano (magari da casa per la maggior parte del tempo, tipo me – per dire) e non riescono a concentrarsi perché invocati più spesso del genio della lampada di Aladdin per servire merende, acqua, accendere e spegnere dispositivi elettronici, prendere quel pupazzo che sta in cima alla mensola più alta della cameretta, quello che non è mai stato giocato in vita sua ed è ricoperto da una crosta di polvere come un’orata al sale, bere tè con gli orsetti del cuore e intrattenere bambole anoressiche dallo sguardo vacuo.
  • È estate, i ragazzini sono in vacanza al mare o in altra località di villeggiatura. E si annoiano. I genitori sono stressati, perché dopo 11 mesi di lavorommerda vorrebbero riposarsi almeno due ore di fila, leggere un libro, scrollare Facebook fino a provocarsi la tendinite al dito indice, fissare la polvere che… No, che polvere! Al massimo la sabbia che crepita sotto i piedi o i fili d’erba che ondeggiano malinconici. E invece vengono nominati più spesso della Madonna in un rosario, per grottesche partite a racchettoni che infiammano il carpale e rompono il cazzo ai vicini di ombrellone per un raggio di almeno 5 chilometri, tornei di nascondino boschivo che miete più vittime della guerra del Vietnam – ancora stanno cercando nonna Carla che è venuta a mancare la scorsa estate e no, non è morta, è ancora latitante nei boschi – o raccolte di funghi potenzialmente letali per sterminare il resto della famiglia.

Possibili sviluppi della app:

  • Fissare un numero massimo di volte in cui il genitore viene invocato al giorno, raggiunto quello, la boccuccia di rosa della creatura si sigilla con una Big Babol al gusto silenzio per almeno due ore.
  • Stabilire un montepremi se l’invocazione rimane sotto la soglia del massimale prestabilito, va bene la cessione del quinto, ma pure una partita a pallaqualcosa per il giorno successivo.
  • Al raggiungimento del massimale si vince una ragazza alla pari sovietica che utilizza il metodo Montessori io non so chi è e per tuo filio uso sistema di mia familia, amica di Putin.
  • Al superamento del massimale si ottiene l’autorizzazione a raggiungere nonna Carla nel bosco e non tornare a casa mai più. Che vengano il lupo e la strega di Blair, sempre meglio della sovrastimolazione della corteccia cerebrale causata dal richiamo dell’infante di turno.

Amico nerd, pensaci tu. Che l’estate è ancora lunga.

Volevo sposare Ani DiFranco

Ieri sono stata al Carroponte a Milano a vedere un concerto di Ani DiFranco.

“Little Plastic Castle” è stato il primo cd che ho acquistato; anche se in realtà me lo sono procurato dopo aver ricevuto in dono una di quelle terribili compilation di musicammerda che giravano negli anni ’90 e che avevo prontamente cambiato. Ricordo ancora la faccia basita del commesso che aveva faticato non poco a trovarmi il cd di Ani e che in alternativa aveva provato a piazzarmi il cd dei Take That. Avevo 15 anni ed ero già minoranza.

Ricordo che nutrivo per lei un’adorazione folle e assoluta, come solo un’adolescente può concedersi. Le mie amiche si stracciavano le vesti per Robbie e Mark, io avrei limonato duro con Ani e sognavo di sposarla e scappare con lei negli States. Sì, avrei potuto farmi delle domande. E invece.

Comunque.

Tra i miei brani preferiti ce n’è uno, che mi segue da sempre e che mi ha sostenuto nei momentimmerda della mia vita, che mi ha insegnato a non arrendermi e a cercare una vita cucita su misura per me, insegnandomi il valore della perseveranza. E pure della vastità del cazzo che me ne frega delle opinioni altrui.

Il video è questo e ci sono due passaggi, all’interno del testo, cui sono estremamente legata e che sento terribilmente miei:

I’m going to do my best swan dive
Into shark infested waters
I’m going to pull out my tampon
And start splashing around
‘Cause I don’t care if they eat me alive
I’ve got better things to do than survive.
[…]
They can call me crazy if I fall
All the chance I need
Is one-in-a-million
And they cal call me brilliant
If I succeed.

E poi, forse, non tutte le lesbiche del Regno sanno che il brano You had time è opera sua e fa parte della colonna sonora del film cult Lost and Delirious – tradotto in italiano col titolo bislacco di L’altra metà dell’amore. Per chi non è avvezzo ai film cult lesbici basterà sapere che è l’emblema della tragedia dell’amore saffico, che dà vita al Ciclo della Poiana (Spoiler Alert: nel film la protagonista alleva una poiana prima di suicidarsi lanciandosi da un tetto e io sono ancora traumatizzata).

E poi, cara Ani, te lo devo dire, sei ancora una grandissima figa.

Quali sono le vostre canzoni amarcord? Quei pezz’e core che ascoltate da una vita e vi seguono fedeli negli anni?

 

 

Luglio, col bene che ti voglio, suca

L’estate ha sfondato le porte. A me, personalmente, pure un po’ le ovaie, per via del mio carattere altezzosamente crepuscolare e della mia intolleranza al caldo e alla sovraesposizione ai raggi del sole. Ma tant’è.

La situa:

L’Adolescente ha terminato gli esami di scuola media. Ancora non ho capito se è mediamente felice o fottutamente isterico o ha saltato l’ostacolo e si gode il limbo che precede l’inizio delle superiori. Io e lui ci contendiamo sbalzi di umore e di pressione, ritrovandoci poi a ridere accasciati sul divano del salotto abbattuti dal caldo. Non prima di esserci mandati a quel paese che fa rima con culo.

Brituzzi patisce la noia, come uno spettro dispettoso si aggira tra le stanze della nostra casa-torre invocando il mio nome come se io fossi in grado di trasformarmi in un gruppo di giocolieri, in un ciccio-unicorno fucsia, in un’esploratrice del Regno di Sottoletto pronta ad intrattenerla. Invece mi limito a strappare piccoli brandelli di tempo e spazio al mio lavoro e a pregare le altre mamme che inviino le loro figlie a giocare con la mia, così che lei si diverta e io possa scrivere.

Manu è a lavoro, le ferie sono ancora lontane e giochiamo a fare finta che sia vacanza nei fine settimana. Del resto ci viene facile, c’è sempre un trolley da disfare e rifare, tra di noi.

Giuseppe va e viene dalla sua casa di Massa e da casa della sua fidanzata in Piemonte e zompetta tra gli impegni lavorativi più disparati.

Quindi: bambini che vanno dai nonni in campagna e poi dagli altri nonni in montagna e poi ai campi estivi di qua e di là. Manu e io che testiamo i conducenti di BlaBlaCar e il servizio di Trenitalia (regolate l’aria condizionata, cazzo. Ieri mi si è infiammata la cervicale!) avanti e indietro da Milano. E il calendario incrociato per le vacanze fuori dall’Italia, che ci sono le piante da innaffiare.

E poi le presentazioni, che però in estate le mandiamo in vacanza, ma venerdì ne ho una a Firenze con Saverio Tommasi. Tanta adrenalina e tanta felicità. E la stanchezza adesso, ma la stanchezza di chi sa che si meriterebbe una giornata in panciolle sul’amaca, ma non desiste.

E si corre, col sorriso, ma si corre. Che ne La Comune siamo tanti, tutti con esigenze diverse e gestire il calendario dovrebbe essere considerato uno sport estremo.

Che sia arrivata l’estate ce ne accorgiamo soprattutto dal fatto che nessuno sa dove siano gli altri componenti de La Comune. Perché questo calendario condiviso e progettato minuziosamente, spesso viene sostituito dall’improvvisazione euforica e un po’ alla cazzo. Ieri sono tornata a casa da un appuntamento di lavoro e non ho trovato nessuno. Giuseppe, al telefono, ha dichiarato di trovarsi a Massa, dopo aver boicottato il fiume preferendogli il mare.

Questo post è soprattutto per comunicarvi che, in caso di calamità naturale, l’unico luogo in cui sono sempre raggiungibile, ormai, è Facebook.

E voi? Come procede la vostra estate?

Etichette? No grazie! Preferisco essere me stessa

Sono insofferente alle etichette. Mi creano prurito. Non le tollero nemmeno sui vestiti. Non a caso la prima cosa che faccio quando compro uno straccio da indossare è tagliarle. [Immaginatemi forbici alla mano e uno sguardo sadico.]

Figuriamoci quanto posso accettarle se appiccicate alle persone o – ancor peggio – alla mia persona. Quando, diversi anni fa, decisi di aprire il blog, scelsi  come nome “Fuori Logo” e non a caso. Il nome mi rappresenta molto: un passato da etero, un presente da lesbica e un futuro tutto da scrivere. Anche il sottotitolo persegue lo stesso obiettivo, quel what else non è un omaggio al celebre caffè solubile, ma una tana del Bianconiglio che lascia ad ogni possibilità la libertà di realizzarsi.

Dal mio primo coming out ad oggi capita spesso di sentirmi dire «Non sembri lesbica», che, se da una parte mi fa ridere – quanti stereotipi ancora ben radicati nella stessa comunità LGBTQ! – dall’altra mi lascia perplessa.

Dall’omosessualità non si guarisce, esattamente come non si guarisce dall’eterosessualità. Il motivo è semplice e ontologico: non sono malattie. C’è chi da fin dalla tenera età prova nitidamente attrazione per persone del proprio sesso e chi no. Esattamente come può succedere di cambiare orientamento nel corso della propria vita.

Da sempre sono un’attiva sostenitrice della sessualità fluida. Nella vita cambiamo infinite volte, spesso su cose piccole, a cui magari non facciamo caso, a volte su questioni più complesse come nel caso dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere.

Tornando a me. Non sembro lesbica? Sono una lesbica impura? Sono un’etero pentita? È davvero così importante categorizzare l’altro e imprigionarlo insieme alla sua etichetta?

Ogni mattina mi sveglio – no, non inizio a correre nemmeno se ho un leone attaccato alle chiappe – e m’impegno nell’essere coerente con ciò che sono, con i miei sentimenti, le mie emozioni e soprattutto i miei valori.

E sogno un mondo in cui le persone vengano considerate nella loro unicità e in cui la pizza non faccia ingrassare.

Lasciatemi sperare.

[Tranquill*, comunque, non è un post per introdurvi l’avvento di un fidanzatO :D]

 

Questione di naso

Sono miope da quando avevo quindici anni. All’epoca reagii alla notizia con stizza e disappunto perché quel mondo impressionistico e sfumato aveva cancellato, oltre ai dettagli, anche il mio sogno di diventare pilota come il mio papà.

Sarà per questo, o per la forma microscopica del mio naso, che ho un olfatto incredibile. Avverto qualsiasi odore in maniera esponenziale, ogni profumo viene amplificato dalla mia rete sensoriale, così come le puzze.

Il mio naso è dotato di un cervello tutto suo e spesso pilota le mie scelte. Lo infilo con fare losco nelle boccette di shampoo, di bagnoschiuma, di detersivo. Mi guida all’interno delle librerie e delle cartolerie, perché la carta ha su di me un effetto afrodisiaco. M’inebriano l’odore del bosco, della terra umida vicino ai ruscelli, dei fiori sugli arbusti nella macchia mediterranea.

È sempre lui, il naso, a fungere da guida nella scelta delle persone. Mi avvicina o mi respinge. Le persone buone sanno di buono. Come i miei figli. Come l’odore dei neonati o della persona amata. Tutto emana un odore. Anche l’amore, che profuma. Sa del pane appena sfornato della nonna, dei biscotti preparati nei grigi pomeriggi invernali.

La fregatura ha una puzza acre e pungente, così come l’invidia, la rabbia, l’ipocrisia. Quando ho cercato di convincere il mio naso a essere meno schizzinoso, mi sono ritrovata a panz’all’aria e dolorante.

C’è chi ascolta il cuore, chi la pancia, chi il cervello.

Io, invece, mi riconosco un certo naso.

La giusta distanza

Non sono brava a prendere la distanza. Nella vita ho sempre calibrato male gli spazi da inserire tra le persone e tra gli impegni. I vuoti di tempo,  spazio e incomprensioni mi rovesciano le viscere. Il troppo e il niente spesso si contendono le decisioni in un pogo mentale che mi lascia sdraiata e dolorante sul pavimento.

Sono campionessa mondiale di avvitamento mentale carpiato. Sono un fenomeno, riesco ad argomentare con la stessa enfasi ed efficacia sia la tesi che l’antitesi. Alla tenera età di trentasei anni, solo ieri sera, ho capito cosa mi scaraventa in una spirale di idee confuse.

Ero in giardino con Brita. Qui da noi in campagna è pieno di lucciole. Nelle prime ore della notte si può camminare illuminati da infinite lucette intermittenti. Quanta poesia nelle lucciole. In quel vagare di puntini iridescenti e dal volo pacato e imprevedibile. Da sempre queste luci misteriose attirano i nostri sogni e risvegliano il nostro senso del magico.

E poi.

E poi succede che Brita che ne prende in mano una.

“Mamma, guarda, ne ho presa una una! Portiamola dentro casa che voglio vederla da vicino.”

“Va bene, amore. Facciamo in fretta, così poi la liberiamo.”

Arriviamo in cucina. Brita apre la mano. Fissa l’animaletto per qualche secondo.

“Mamma, non trovi che sia bruttina? Me la immaginavo più carina, no? Invece sembra una specie ci scarafaggio volante a cui si illuminano le chiappette. Era meglio se non la prendevo. Così potevo continuare a immaginarmela bella, tipo una farfalla con le ali fluttuanti e la pancia luminosa.”

Un po’ delusa, lascia andare la lucciola in giardino.

E io sono ancora qui. Indecisa se sia meglio cullarsi nell’incanto idilliaco dell’immaginazione o accettare la prosaica realtà di scarafaggi volanti con una torcia al posto del culo.

 

 

“Volevo essere bionda”, finalmente in preordine!

Hai presente quando desideri qualcosa così intensamente che quando si realizza rimani inebetito come una mucca che guarda il treno?

Ecco, mi sento esattamente così.

Questo post breve, che potrebbe essere scritto dalla suddetta ruminante, è giusto per avvisarvi che il mio romanzo è preordinabile sul sito della casa editrice a questo link => www.doithuman.com/volevoesserebionda. Sempre lì potrete leggere qualche piccola soffiata sulla trama.

Se invece volete attendere il momento di entrare in libreria, dovrete aspettare il 21 giugno.

Seguiranno anche momenti di ludiche presentazioni e vaneggiamenti dal vivo. Seguitemi anche sui canali social per conoscere date luoghi nomi e città.

Nel frattempo vado a comprare una penna per pasticciarvi i libri con il mio autografo e mi godo i miei 5 minuti di giubilo ;).