Nuda veritas
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Solitudine

Sono sola. In una piccola tana in mezzo al bosco, custodita nel cuore della Lunigiana. Il mio rifugio. Avevo bisogno di lasciare riposare i pensieri e provare ad addolcire i fantasmi che si sono svegliati e mi sbranano da dentro come un verme silente, in agguato nelle pieghe di una vita che sembra perfetta.

Si sente solo il sussurro delle fronde degli alberi che si agitano, in attesa di un temporale che non riesce a sfogarsi. A tratti sembrano provare a strapparsi dal suolo, ma le radici li imprigionano alle viscere della terra, nel luogo dove la loro intera esistenza ha inizio e fine. Mi tengono compagnia la luce soffusa delle candele e il ticchettio delle mia dita che imprimono pressione sui tasti e parole sullo schermo. Ed è l’unica che riesco a tollerare.

Ci sono molti modi di pensare alla solitudine. Temibile e spettrale quando imposta, un balsamo pietoso quando è il cuore, a chiedere di essere libero di battere al tempo che vuole. Sotto la cassa toracica è un magma che cerca di non esplodere. È il tocco amorevole di chi ti chiude gli occhi per l’ultima volta.

L’ho sperimentata molte volte. È arrivata inattesa nelle situazioni più imprevedibili: in coppia, in famiglia, nel bel mezzo di una festa. È come la brina in inverno, ricopre tutto di una patina di ghiaccio e imprigiona tutto. Ma il ghiaccio sa anche brillare, forma disegni commoventi, riesce ad imbellettare anche il paesaggio più squallido. Io nella solitudine ci sguazzo. Sono io il mio malessere. E lo coccolo, lo provoco, lo stuzzico, lo nutro di musica, parole scritte e lette. C’è qualcosa di rotto in me che cerca di ricomporsi ogni volta solo per il gusto di andare in pezzi.  Ancora. E ancora.

L’ansia lo precede, si insinua nelle crepe finché, come l’acqua, scava un varco sempre più grande e provoca un crollo. Tutto stringe, persino la pelle è troppo incollata ai muscoli, ai nervi. Vorrei essere acqua docile. Adattarmi alla vita, seguire il corso senza squassare argini. Vorrei imparare a colorare in modo ordinato, senza uscire dai bordi. Ma anche le parole si sottraggono alla logica delle righe e limano sotto, sopra, di lato, bucano. I miei quaderni sono lo specchio di pensieri che fuggono e non riescono ad aggrapparsi. Evanescenti, vittime degli attimi che si rincorrono senza approdare in nessun porto.

Che cosa ti manca? Niente. Tranne me. Mi sono persa nelle definizioni, nelle aspettative, negli obiettivi. E invece sono un ragno appeso a un filo che dondola credendosi eterno.

Non c’è suono nella solitudine. Ma è il vuoto sordo che mi permette di ritrovarli, di lasciar loro il tempo e la facoltà di affiorare. Non ci sono antidoti.  Se non si sopravvive a noi stessi, niente ha senso.

Per ritrovarsi, dicono, bisogna concedersi di perdere la strada.

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  1. Anna dice

    Adoro la solitudine, non potrei farne a meno. Nella solitudine i pensieri ritrovano il filo, le tensioni si acquietano, finalmente si può ascoltare se stessi. Le aspettative perdono mordente, le cose che parevano imprescindibili scolorano; quando le impurità si depositano sul fondo l’acqua limpida permette di vedere meglio. Che cosa meravigliosa!

  2. La Lunigiana è un buon posto per la solitudine.
    È un posto dove, in momenti difficili, ho potuto camminare non sapendo dove andavo, scoprendo la strada man mano che la percorrevo.

  3. se ne avrai voglia ti consiglio di ascoltare ” vince chi molla” di Niccolo’ Fabi….è come una carezza. un bacio

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