Nuda veritas
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Born to be “fluida”: what else?

Essere o non essere, questo è il problema, scriveva un drammaturgo, appena un po’ famoso, di qualche tempo fa. Tutto vero, soprattutto in un mondo che sempre più spesso ci lascia anteporre la sopravvivenza all’esistenza, in ritmi forsennati, categorie impacchettate e solo apparentemente flessibili. Ma cosa essere e cosa non essere? Definire se stessi è un problema che affligge ogni essere umano, perché se è vero che per il pensiero – e quindi per la comunicazione – è necessario ridurre in categorie (ho necessità di definire il concetto di tavolo, affinché non ci sia necessità di accordarsi ogni volta sul suo significato), è pur vero che la definizione, per sua natura, stringe, ingabbia e cristallizza.

E se per il tavolo, tutto sommato, la situazione non ci appare poi così soffocante, quando si tocca l’Io, lì è tutto un altro paio di maniche, signora mia. E sai come funziona, quando è un po’ di tempo che rimugini su qualcosa e diventi ricettivo al punto che ti sembra che tutto l’universo ti riempia di input sull’argomento? Come quando decidi di comprare una macchina rossa e in giro vedi solo auto di quel colore. Ecco.

Ho questo articolo in bozza da un po’, ma solo stamani ho sentito la necessità di scriverlo, perché proprio qualche giorno fa, ho incontrato l’amico Pablo che mi ha falciato con una delle sue argute considerazioni. Stavamo parlando di quanto è difficile essere poliedrici, mentre eravamo tutti stravaccati su un prato dopo la commemorazione Anpi del 25 Aprile, sotto un sole pigro che ormai si era abbassato, immersi tra la pace e il silenzio degli ulivi. Insomma, a certo punto Pablo se ne esce con questa citazione: ” Perché tu sei come Balto. Non è cane. Non è lupo. Sa soltanto quello che non è. Se solo capisse quello che è“.

E, in effetti, definirsi per sottrazione è abbastanza semplice, spesso è più facile individuare ciò che non ci rappresenta e non ci piace che prendere posizione su gusti, preferenze, valori e identificazioni. Per quanto riguarda la sfera della sessualità e dell’affettività, però, sottrarsi all’addizione significa anche negare uno spazio di rappresentazione e rivendicazione politica.

Ed è necessario notare la sottile sfumatura che distingue chi sfugge alla dichiarazione di sé, perché non riesce ad indossare i panni stretti della categorizzazione binaria e chi, invece, si nasconde dietro queste argomentazioni, perché ancora spaventato dal coming out, in una qualsiasi delle lettere che compongono il sempre più articolato e inclusivo acronimo LGBTQI*.

Questo per dirvi che anche io, che non posso certo definirmi lesbica (QUI avevo scritto un articolo a riguardo e anche sulla genesi di quel sottotitolo nel blog), ma piuttosto una donna con un orientamento fluido, tuttavia mi dichiaro e racconto la mia vita per motivi politici.

Meglio un’approssimazione che non definisce del tutto il nostro caleidoscopico essere, che il silenzio che ci relega nell’invisibilità. Chi ha voglia di conoscerci e ascoltare la nostra storia avrà tempo di cogliere i contorni più smussati e i dettagli che ci rendono più autentici. Nel frattempo, però, anche chi volterebbe volentieri lo sguardo altrove, non potrà fingere di non averci visto. Siate ciò che siete e non abbiate timore a parlarne. 

Che siate lupo o cane non importa. L’importante è che abbaiate un casino e rivendichiate il vostro diritto ad esserci.

 

 

 

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  1. Katia dice

    Io ho scelto di parlare solo a chi ha voglia di ascoltare. Altrimenti sono energie sprecate. E io sono ecologista 😂😂😂

  2. Nelle nostre società, qualcuna più, qualcuna meno, è difficile definirsi rispetto alla propria sessualità quando questa si discosta dallo standard, così povero di scelte.
    E non è sicuramente un problema banale; per qualcuno è stato, anzi, tanto drammatico da perderci la vita, quasi volontariamente o per niente.
    Ma è davvero l’unica, o la più importante, categoria d’essere? L’unico modo per definirsi?
    Certo, dev’essere un modo riduttivo (per definizione 😉 come hai ricordato in apertura) ma condensare “chi siamo” in “chi ci attrae” non sarà eccessivo? Inoltre, come hai già rilevato con LGBTQI*+/-XYZ, è un settore in cui stiamo scarsi a terminologia: persino tu, con “fluida”, catturi solo la variabilità, nel tempo e nel tipo, dell’insieme dei tuoi “chi” ma non la sua composizione (che se i tipi non sono solo maschio/femmina, ma appunto, LGB…, le possibilità esplodono).
    Riformulando terra terra: etichettare sessualmente una persona mi suona tanto svilente della sua complessità quanto classificarla per il lavoro che fa (se lo fa, se ne fa uno solo, se son sempre quelli, se son lavori anche secondo gli altri, ecc.): chi sei? Un muratore. Un insegnante (di cosa? In che scuola? E saperlo mi dirà davvero chi sei?).
    E allora? Si rinuncia? Beh… sì! La battaglia politica, civile, del poter affermare liberamente la propria sessualità, non potrebbe essere SEMPRE estesa in quella di poter essere liberi di non affermare nulla?
    Nome? Sandr* Anni? 392. Sesso? Domanda illegale!
    I crimini di discriminazione sulla base delle scelte sessuali, della sessualità esibità o dell’esibizione della sessualità rientrano nello stesso ambito: vietato, perché è una base che non sussite, non importa, non conta ai fini della determinazione dei diritti.
    Liberi di non affermare non implica l’opposto: chi si sente “pride”, che possa esprimerlo come vuole.
    E chi si identifica nella propria categoria professionale o trova, tra tutte, più calzante una particolare definizione sessuale, così si presenti.
    Ma sposterei di regola, rendendola più sposabile dalla maggioranza, la lotta dei diritti di LGBTQI* nell’accezione di lotta per tutti.
    La conclusione è la tua stessa: lupo, cane, mammifero, alieno o AI, pretendi il rispetto che meriti (e rispetta gli altri).

  3. Saresti pessista se c’avvicinassimo, alla metà del bicchiere..
    Hai ragione: la desolante situazione c’impone di lottare anche ai livelli più ovvi ed immediati.
    Però sempre coscienti che la criticità nell’identità di genere deriva dall’associazione generi-diritti; quindi LA soluzione è l’abolizione del legame, non l’incremento dei di diritti (o dei generi che, pur non dannoso, anche nell’autodefinizione è d’aiuto solo in parte).
    (Per la peppina, mi sono riassunto! Ma quanto sono noioso??)

  4. Lidia dice

    Ciao Veronica! (vedi, ho preso gusto a scrivere! 😉 ). Io non ho mai avuto problemi di categorizzazione, perché sono etero e cisgender (un mio amico mi ha insegnato il termine e ora ne faccio sfoggio), e perciò ho tutto più “facile”. Mi sono spesso chiesta se l’innamoramento lesbico o gay sia questione di sessualità o di persona. Mi spiego: tu saresti lesbica comunque, se non avessi incontrato Manu? (E Nina prima di lei?). O sei lesbica PERCHé hai incontrato Manu e ti sei innamorata di LEI, a prescindere dal sesso? Prima avrei risposto di sì – in un’ottica che vede l’eterosessualità come il comportamento normale e l’omosessualità come una devianza (in senso proprio, non di perversione) che è legata alle singole persone dello stesso sesso di cui ci si innamora; tendenzialmente ora io direi di no, da quando leggo il tuo blog, perché mi pare di capire che tu adesso ti innamoreresti comunque di altre donne e non uomini… Del resto, io sono etero ma se non avessi incontrato il mio fidanzato sarei magari single perché voglio LUI e non un generico “maschio”. In generale, comunque, sai, a volte penso che per parlare di sessualità, e in particolare di omosessualità, nel contesto odierno, dovremmo più guardare alle PERSONE – come va il tuo rapporto con Manu, e non con “le donne” in generale, il mio col mio ragazzo e non con gli “uomini” in generale – e non alla loro tendenza sessuale. Solo allora il mondo sarà finalmente più gentile e libero; poi se uno ha problemi di sessualità in generale, ovviamente se ne parla, ma sempre partendo dalla persona…non so, che dici?

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