Nuda veritas
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Lesbiche invisibili, ma perché?

Lo scorso martedì ho partecipato a una conferenza sul Diversity Management e sulle discriminazioni che le persone LGBT si trovano ad affrontare sul posto di lavoro.

Ho seguito con interesse il dibattito, condotto dall’associazione Parks, Diversity Lab e promossa da Pink Riot Arcigay Pisa e Glauco Associazione universitaria lgbtqi+ Pisa.

Trovo parimenti allucinante che sia ancora necessario operare all’interno delle aziende per il benessere delle persone LGBT e grandioso e impegnativo lo sforzo di queste associazioni per diffondere best practices di integrazione.

Mi ha colpito, ma purtroppo non stupito, il tema dell’invisibilità delle lesbiche.

In anni di attivismo e militanza sono consapevole della problematica. Che si può riassumere con i dati statistici: le lesbiche esistono, ma non compaiono. Non pervenute. E viene da chiedersi perché. Perché ci si vergogna anche solo di pronunciare la parola lesbica, nemmeno fosse una parolaccia? Perché sul posto di lavoro si temono ritorsioni da parte di colleghi e datori di lavoro? Perché si teme lo stigma sociale se diciamo di avere una compagnA, una fidanzatA, una moglie?

E così ho scartebellato un po’ e sono giunta alla conclusione – piuttosto scontata – che la paura di uscire allo scoperto e dichiararsi è ancora più forte nelle donne che negli uomini, per il semplice fatto che la nostra cultura è ancora ostaggio del maschilismo e del patriarcato.

Le donne, fin da piccole, vengono educate ad essere rispettose, obbedienti a non sovvertire l’ordine costituito, ad essere sorridenti e a prendersi cura dell’altro. Sul lavoro e nella vita privata le donne subiscono molestie, ricatti già solo per il fatto di essere il secondo sesso. Cosa succede quando si aggiunge anche la variabile non conforme della preferenza sessuale e affettiva?

Io appartengo a un’esigua percentuale di donne fortunate. Non ho subito abusi nell’infanzia, non sono stata ricattata sessualmente. Non ho mai avuto paura di dichiarare che stavo con una donna. Ma io non sono tutte. Non sono tutte le mie sorelle, amiche, vicine di case, sconosciute che invece hanno subito questo e molto altro. E allora vale la pena davvero di riflettere e riflettere insieme, donne, uomini, non binary, lesbiche, gay, bisessuali e lavorare seriamente sulla cultura del rispetto.

Iniziare è facile, educhiamo i nostri figli a comprendere che non ci sono giochi, mansioni, mestieri, atteggiamenti da maschi o da femmine, ma semplicemente spieghiamone le caratteristiche. Coinvolgiamo i figli maschi nelle faccende domestiche e insegniamo alle ragazzine come si usa un trapano (cosa che a me avrebbe fatto assai comodo, per dire).

E se ci dicono che siamo femministe non vergogniamoci, ma rivendichiamo l’orgoglio di chi è dalla parte giusta della storia. Spieghiamo che il femminismo non è il contrario di maschilismo e che è incentrato su una regolamentazione paritaria ed equa tra i due sessi, non una lotta delle femmine contro i maschi (e mi riferisco alla parte vera e autentica del femminismo, non alle sue derive naziste, che sono presenti in tutti gli estremismi).

Cerchiamo ogni giorno, nel nostro piccolo, di costruire una Cultura di inclusione ed equità.

Il momento di rimboccarsi le maniche è adesso.

 

4 Commenti

  1. Laperfezionestanca dice

    Lo sai che il tuo blog è sparito per diversi giorni? Quando cliccavo sul link mi diceva sito non esistente o cancellato. Pauraaaa

  2. ericagazzoldi dice

    “Lesbica” una parolaccia? Ecco uno di quei casi in cui un po’ di cultura classica serve. 😉 E’ un riferimento a Lesbo e alle sue abitanti più famose: la poetessa Saffo e le sue colte, aristocratiche allieve. Una parola da indossare come un gioiello. (Ma non pretenderò che ti metta a scrivere poesie in greco, non preoccuparti. xD )

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