Nuda veritas
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Poetica del Cordon Bleu: memorie di famiglia e altre cosette

Non sono credente, o almeno, lo sono in un modo un po’ buffo e tutto mio. Sulla morte ho una mia filosofia trascendentale che somiglia un po’ al buddismo, solo più rozza e burina. Potremmo definirlo uno Spiritualismo alla Cazzodicane, se proprio sentissimo questa impellente e dirompente necessità di categorizzarlo.

[In questa visione barsottesca dell’esistenza, ampio spazio è dedicato al culto della vita e del tempo che fugge – inteso come necessità di celebrare il presente come un dono (culto sincretico che affonda le sue radici in Kung Fu Panda) – al praticare la gentilezza, confidando così nella speranza di accumulare Punti Karma a credito e non a debito (colgo l’occasione per ricordare al Karma che sono a credito ancora un bel po’). Questa tensione al Bene Supremo si attua attraverso l’Amore, motore immobile dell’esistenza, inteso come Cura delle persone amate, Presenza ed Empatia.  In questo presente trovano spazio, però, anche il ricordo e la malinconia per quei volti la cui memoria ormai inizia a sfumare, per gli odori, i luoghi e i sapori che si sono persi, insieme a quelle persone. Da ciò trae dunque origine la celebrazione de Il Cibo della Memoria (quello che taluni chiamano Comfort Food, banalizzandone la portata semantica). Ben noto, nella letteratura antropologica, l’amore per piatti che rievochino ricordi preziosi, è pregnante nella Metafisica barsottesca.]

Nello specifico, hanno elevata valenza evocativa e consolatoria i piatti di nonna.

Nonna, come tutte le donne classe 1913, vantava una cucina tradizionale, dai sapori genuini, rigorosamente bio e km zero. Insomma, le nonne hanno inventato la gastronomia moderna, quella che, per capirci, ha saltato a piè pari le nostre madri che invece ci ingozzavano di omogenizzati e latte in polvere. Nonna, però, non era una integralista. Aveva vissuto l’invasione tedesca e poi quella degli Alleati e ancor prima aveva sposato mio nonno, nato a San Francisco da padre emigrante e madre piemontese ma di natali francesi. Era bravissima a servire Tortelli al ragù. polenta fritta, tacchino ripieno e Apple Pie. Insomma, mia nonna aveva pure inventato la cucina fusion.

Nonostante questo pluralismo genetico, le lingue non erano il suo forte. Ma questo non era un ostacolo (mia nonna credo ignorasse proprio il termine ostacolo) e ogni tanto sostituiva la consueta merenda a base di pane e olio con il Plumcache e rimpiazzava il pollo fritto con il Gordon Blu.

Il Gordon Blu è ciò che prende il nome commerciale di Cordon Bleu, un agglomerato di cartone, polistirolo e glutammato, impanato e poi fritto; molto appetitoso, se piace il genere fame chimica. 

Io, il Gordon Blu non lo compro mai. O meglio non l’avevo comprato mai fino a ieri che avevo a pranzo un paio di adolescenti, oltre a Figlio, e non sapevo cosa cucinare per pranzo. Così, mentre correvo tra le corsi della Coop come un ossesso, mi è caduto lo sguardo su una confezione famiglia di Gordon Blu.

Forse perché l’autunno mi rende più vicina alle radici che alle foglie. Forse perché da adulti l’infanzia ci manca così tanto che vorremo battere forte i piedi per terra e piangere finché qualcuno non ci prende in braccio. Forse perché avevo fame e nonna non hai mai rotto il cazzo con le diete e anzi le sembravo sempre un po’ troppo magra. Fatto sta che ho pensato a lei. E a quella sua tenacia. E a quella sua risata forte. E agli starnuti che scuotevano i vetri di casa. E alla cucina riscaldata dalla stufa a legna perennemente accesa in questo periodo. E allora ho ceduto. Ho comprato due scatole perché erano pure in offerta.

Ciao nonna. Spero che tu abbia insegnato agli angeli che si scrive Cordon Bleu. Ma si legge Gordon Blu.

 

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  1. Leggo solo ora questo tuo vecchio post, cara Veronica. Mi era sfuggito.!
    Che tenerezza mi ha fatto!
    Anche sorridere però, ridere: il Gordon Blu 😀 e, infine commuovere.. . olè.

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