Il vaso di Pandora
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“Il Vaso di Pandora” – Mio figlio si drogava e non sapevo come fare

[Questa testimonianza, inviatami da una lettrice del blog, è arrivata in seguito al suicidio del sedicenne di Lavagna. Personalmente io non so come reagirei di fronte a un figlio che fa uso di droghe, né mi sento di giudicare, non conoscendo personalmente la vicenda. Riesco solo a sperare che a me non succeda o, nel caso, di trovare le soluzioni più giuste, che non sono universali e non sempre portano agli esiti sperati. Colgo l’occasione per ribadire che ogni storia è una storia a sé e che in questo blog non vengono proposte ricette di vita, ma solo testimonianze individuali e che per i consigli – a maggior ragione in casi come questo – è sempre utile rivolgersi a terapeuti e persone professionalmente competenti.]

Non ho letto moltissimo sulla storia di Lavagna, ma abbastanza da starci veramente male. Provo dolore per il ragazzo morto, per la sua famiglia ed in modo particolare sua madre, ma anche per la squadra della Guardia di Finanzia e per tutti coloro che sono in qualche modo coinvolti. Penso che sia umano provare un dolore del genere.

Provo grande difficoltà nel vedere le accuse contro la madre e contro la squadra della Guardia di Finanza. Soffro nel vedere la solita, triste lapidazione delle persone coinvolte. E vi racconto perché.

Come tanti, tanti altri genitori, ma sopratutto mamme, ci sono passata pure io con mio figlio. A 14 anni un cambiamento di carattere, l’inizio del silenzio, le sigarette. A 15 il primo tentativo di fuggire di casa, il silenzio catastrofico, l’incapacità mia di poter comunicare con lui. A 16 i problemi a scuola compresi 40 giorni di assenza in 4 mesi, gli amici sconosciuti, una vita fatta di Facebook, di assenze e di dormire all’infinito.

A 18 anni (faccio la versione breve, perché ora capisco che è una storia comune, ve lo potete immaginare bene: i soldi rubati dalla mia borsa, gli oggetti rubati da casa, la lista è la solita ed è infinita). E poi la perquisizione in casa da parte di 12 carabinieri con 2 cani. Alle 6 e mezza di mattina. Tutto davanti a mia figlia piccola. Hanno spinto mio figlio dentro la macchina della pattuglia (era terrorizzato, sbiancato, tremava), non mi hanno permesso di parlare con lui, e l’hanno portato in carcere.

Solo dopo, riconosco quel momento come quello che ci ha permesso di cambiare. È stato il momento in cui ho detto “io ci sono per te, ci sono fino alla morte per te, ma alle mie condizioni, non più alle tue”.

Le ho provate tutte. Tanto per cominciare non ho firmato per farlo uscire subito (opzione arresti domiciliari, con firma per la responsabilità). Ho “hackerato” il suo account di Facebook ed ho copiato messaggi privati, per salvarli da qualche parte, nel caso. Ho copiato numeri di telefono dal suo cellulare, per averli nella memoria del mio cellulare, nel caso. Ho fotografato i suoi vestiti, la sua roba intima, per documentare fino a che punto era ridotto.

E poi dopo ho fatto dell’altro. Ho consegnato delle sue lettere private ai carabinieri. Ho chiamato i carabinieri in casa per fare altre perquisizioni “a caso” quando ho trovato soldi (nella cassetta dei calzini – la fantasia maschile non smetterà mai di stupirmi).

Non ve li racconto tutti. Ho dato (credo) l’idea. E dopo 4 anni passati al buio, nel non sapere come reagire e cosa fare, quella perquisizione in casa mi ha fatto reagire. Mi ha dato luce. Mi ha fornito un lezione di vita. A quei carabinieri che hanno tirato calci alle porte chiuse, che hanno disfatto ogni stanza, che hanno girato con quel cane impazzito perché ad ogni angolo di casa mia aveva soddisfazione e veniva premiato, io sono grata. Mi hanno fatto capire che non va bene vivere così, che non è una “cazzata da ragazzi”, che non sono fasi inevitabili della vita. Sono grata più di quanto io sia in grado di esprimere.

E nei mesi successivi gli stessi carabinieri sono tornati a casa mia tutte le sere, tutte, tra le 11 di sera e le 6 di mattina, suonando il campanello ad orari impossibili. Dopo aver verificato la sua presenza, con parole brusche e quasi con cattiveria, hanno addolcito i toni e mi hanno chiesto “e te come stai?”. Sono padri di figli pure loro.

In quei mesi di reclusione forzata, ho ricevuto messaggi di minacce di suicidio e di azioni anche peggiori. Ma, ve l’ho già detto, ero determinata a salvare mio figlio, ma solo alle mie condizioni e secondo quello che secondo me era giusto.

Se le condizioni mie avessero portato ad un altro risultato, io oggi so che avrei fatto del mio meglio. Ne sono convinta. Di più non avrei potuto fare. Forse non ho fatto le cose in modo perfetto o nemmeno corretto. Ma io l’ho fatto al mio meglio – di più non potevo. Non mi sento in colpa, non mi sento di aver sbagliato. L’esito della mia storia alla fine è stato positivo, ma per un pelo. Se fosse andata diversamente sarei disperata, inconsolabile, devastata …. ma NO, non mi sentirei in colpa.

Cara Mamma di Giovanni, tutta la mia stima. Il risultato è stato tragico, ma la tua volontà di reagire l’ammiro tantissimo. Io ci sono arrivata molto più tardi.

Care forze dell’ordine. Grazie di esserci e di fare quello che fate. Una scelta di carriera tosta. Non siete tutti perfetti, ma nemmeno io sono perfetta.

Io per tre anni ho girato nel buio, non sapendo come reagire o comportarmi. L’intervento molto violento dei carabinieri forse è servito più a me, che a mio figlio. No, senza forse. È servito a me. E grazie a questo schiaffo, quasi fisico, ho trovato la forza e il modo di reagire.

E siamo ancora vivi entrambi. E stiamo pure bene.

[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Qui trovi i dettagli http://bit.ly/1S1CMB4. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

8 Commenti

  1. Io non sono madre, ma di problemi a mia madre ne ho dati in passato. Per fortuna le cose passano, ma i segni restano. Di fronte a questa vicenda anche io non me la sono sentita di giudicare e in una conversazione in famiglia mia madre ha detto: “Io non me la sento di giudicare, ma quando hai dei figli difficili, come lo siete state voi (io e mia sorella, ndr), credo che le provi tutte, perché non c’è dolore più grande di vedere un figlio che butta via la propria vita!”.
    Ancona oggi porto dentro di me un senso di colpa che negli anni è comunque scemato… ma il passato fa male e oggi uno dei miei desideri più grandi è vedere mia madre felice, perché di felicità gliene ho tolta fin troppa. Sono maturata e oggi vedo tutta la mia stupidità nel non sapere ascoltare una madre e nel vedere i suoi consigli sempre e solo come imposizioni, e mai come gesti di profondo amore.

  2. Elena dice

    Provo la massima stima per questa mamma e per quella di Lavagna ingiustamente criticata. Un abbraccio grande.

  3. Mi spiace, ma nemmeno io riesco a provare empatia. Non voglio andare a conclusioni affrettate, ma il racconto qua sopra mi sembra faccia riferimento a ben altro. Poi non so, ma tutti quelli che conosco e che fanno/hanno fatto uso (solo) di droghe leggere non si sono mai ritrovati in queste condizioni, e quando ho visto questo succedere… beh, i problemi non erano certo le droghe ma andavano ricercati altrove.
    Sono contraria alla lapidazione in pubblica piazza sia della madre sia delle forze di polizia che hanno fatto la perquisizione, perché anche loro fanno parte di una catena repressiva assurda e fuori misura e tutto quel che dice il commento qui prima del mio 🙂

  4. Micol dice

    @ammenicoli, il problema secondo me non è criminalizzare le droghe leggere. io mi sono fatta qualche canna, come me altri amici che non hanno mai esagerato, sapevamo di fare una cazzata e bon, finito lì. Ma avevamo genitori che ci insegnavano cosa era giusto e cosa sbagliato, se ci avessero beccati a farci una canna ci avrebbero fatto il culo a striscie, così come io farei ai miei figli. Perché serve avere dei limiti, se vuoi scavalcarli ne paghi le conseguenze. E la canna è una “proibizione” da poco, ma se togli quella, cosa fa un ragazzo per trasgredire? Pasticche? Droghe più pesanti?
    Abbiamo pagato sulla nostra pelle, in famiglia, il prezzo di due genitori troppo presi a risolvere i loro casini personali e incapaci di interpretare i segni di disagio di un figlio. Ora ho un cugino in comunità, che si è bruciato il cervello, non sarà mai autosufficiente e spero solo non faccia del male ad altri nella sua spirale di auto-distruzione. Se i genitori avessero condannato le canne (che non sono “il male”, sono solo un modo di provocare l’autorità….) invece di ignorarle e dire “fanno tutti così, sono ragazzate” forse lui non avrebbe spinto il limite sempre un po’ più in là, sempre più in là, finché non si torna più indietro

  5. Una mamma dice

    Ciao a tutti. Sono io la mamma che ha scritto l’articolo. Piacere.

    Leggo tutti i commenti, e vi ringrazio tutti.

    Provo a spiegare un paio di cose.

    Il fatto che la droga non sia il problema di base mi pare evidente; una forma qualsiasi di abuso della tua persona (alcool, droga, autolesionismo ecc, che siano sostanze/attività legali o illegali) ha sempre radici che stanno in qualche disagio personale. Giustissimo.

    Non metto in discussione i vantaggi o gli svantaggi della legalizzazione di alcune sostanze nemmeno (si potrebbe aprire allora un dibattito infinito sull’alcool). Il “male” scelto da mio figlio poteva pure essere una colla comune che si compra da Bricoman, del tutto legale.

    Ma io sono felice che la sua scelta di “male” usato per affrontare/nascondere i suoi disagi fosse una scelta illegale. Io sono ben consapevole di non scrivere molto bene, ma nell’articolo ho cercato di raccontare quanto mi era importante a me (mamma singola) quell’intervento in casa. E come capisco la mamma Antonella che lo ha proprio cercato.

    Il figlio che si sta distruggendo non si trova bello confezionato e etichettato nella sua nuova veste di “dipendente con tendenza al suicidio/omicidio” (o che sia) a cena una sera. Arriva negli anni, piano piano. Metti poi che si immischia questa fase con il periodo travolgente dell’adolescenza; io (e forse altri) ho durato molto, molto fatica a capire cosa ci stava succedendo.

    Io, come mamma Antonella, stavo nuotando in un mare di incertezze da sola. Senza poter vedere la terra nemmen in lontanza, senza sapere se la mia direzione era giusta. Quell’intervento mi ha dato un senso di orientamento, mi ha messo fortemente in contatto con la realtà, mi ha dato una forza e determinazione che non sapevo di avere. Come capisco le azioni di mamma Antonella.

    Il mio non voleva essere un commento sul sistema, ma sulle azioni di una mamma. La sua storia poteva benissimo essere la mia.

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