Nuda veritas
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Ho il Fuoco di Sant’Antonio della maternità

Sono in una fase un po’ bizzarra. Detto così sembra che, in generale, la mia vita abbia percorso due binari ordinati in mezzo a sconfinate e placide pianure, non su un tagadà fuori controllo come di fatto è; quello che volevo dire con questo incipit da mani alzate e che a tratti mi suona l’allarme del mammifero. C’è chi ne è immune, ma io no. Io appartengo alla schiera di animali sensibili all’odore della maternità. La cosa simpatica è che l’ho scoperto recentemente.

Avendo figliato da giovane, credevo di essere immunizzata. Come quando prendi la varicella e ti aggiri garrula tra gli amichetti dei tuoi figli in piena crisi acuta, pensando di essere immune, e invece ti viene il Fuoco di Sant’Antonio. Ecco. A me è venuto il Fuoco di Sant’Antonio della maternità. Inizio adesso ad assaporare quell’arietta frizzante di una ritrovata autonomia – dovuta all’età dei miei due virgulti – in cui riesci a programmare viaggi, trasferte, aperitivi, ma anche più prosaicamente docce che durino più di 4 minuti senza che a qualcuno serva il tuo aiuto per fare la cacca. Quel momento in cui di puoi uscire sicura sapendo che se c’è una macchia sulla maglietta è caffè e non rigurgito, scambiare due chiacchiere con qualcuno al telefono senza una sottofondo di pianti inconsolabili, fare la spesa mettendo sul seggiolino del carrello una silenziosa cassa di acqua effervescente con basso residuo fisso ed essere sicura che nessuna manina infilerà oggetti a caso tra le provviste.

Vivo, insomma, in quello stato di grazia di genitrice di figliolanza semi indipendente con giardino sul retro da godere in autonomia che sognavo durante le mie nottate insonni tra asma, dentizione, tosse, prurito e noiosità preterintenzionale del lattante.

Quindi non mi capacito del radar che mi si attiva quando c’è un umano al di sotto dei tre anni nel raggio di chilometri. Prendiamo ieri, per dire. Ieri uscivo da scuola pure un po’ di fretta e camminavo veloce verso la macchina, quando ho sentito un pianto disperato. Mi sono girata e c’era un piccolo gnometto sui due anni, con i ricciolini e gli occhioni verdi che urlava a pieni polmoni, malamente assicurato al passeggino e spinto da un uomo piuttosto anziano che non lo guardava ed era in vistosa difficoltà. Ho tirato dritto per la mia strada, ma non ce l’ho fatta. Sono dovuta tornare indietro e accostarmi. Il piccoletto ha smesso all’istante di piangere, non appena ha visto che gli sorridevo, mi sono abbassata e ho visto che era molto raffreddato. Per non passare da pazza oltre la misura che fa scattare la chiamata alla polizia, mi sono rivolta anche al nonno impacciato per chiedere il nome e l’eta di quel pupetto bellissimo che mi sarei tanto voluta portare a casa   e poi sono tornata verso la macchina. E mi accade sempre così e sempre più spesso. Faccio versetti idioti ai bambini al supermercato, per strada, al ristorante, e se c’è un poppante in giro inizio a chiocciare manco fossi una gallina con l’uovo di legno.

Forse, in questa fase, è un bene che la mia partner sia femmina. Se dessi retta agli ormoni, a quest’ora sarei già a scegliere il corredino del quinto figlio.

 

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