Nuda veritas
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Non è coming out, è rispetto verso se stessi

Quando mi chiedono se ho difficoltà a fare coming out, dentro di me sorrido. Non è un sorriso cinico intriso di supponenza, ma l’esternazione della forte tenerezza e dell’orgoglio che mi sale alle labbra, quando ripenso al mio percorso e alla mia situazione attuale.

Il primo coming out non si scorda mai, altro che il primo amore (beh, pure quello, dai). L’ho vissuto con terrore, angoscia e paura: da quello più difficile con l’uomo che era mio marito, a quello con i miei figli, con le amiche e gli amici in un crescendo di spontaneità e serenità. Dalla paresi del primo, alla scioltezza di quelli seguenti fino ad arrivare al sorriso di oggi, non posso che darmi due belle pacche sulle spalle da sola.

Quando diventiamo protagonisti della nostra storia – e decidiamo di uscire dall’aurea plumbea che l’invisibilità ci mette addosso – stiamo meglio. Non solo fisicamente, ma anche nell’approccio con gli altri. Il problema che ci angosciava tanto, semplicemente smette di essere un problema. Ricevo sempre moltissime mail di persone che mi chiedono dove trovare il coraggio e altre che mi scrivono per dirmi che, dopo il coming out, possono vivere le loro relazioni – ma soprattutto loro stessi – con gioia e non più con vergogna. Le mail prima e dopo mi commuovono davvero moltissimo, perché non sembrano neppure scritte dalla stessa persona.

Per me – si adesso torno al motivo di questo post – parlare della mia omosessualità, non è più nemmeno un coming out. Sono già fuori e non ho più bisogno di approcciare il prossimo con “devo dirti una cosa” o con ” voglio spiegarti”. Ogni volta che dialogo con qualcuno che non mi conosce, se capita nel discorso, parlo in modo disinvolto della mia fidanzatA, della mia ex fidanzatA e di sua figlia, dei miei figli, del cane e del gatto che un giorno ci piacerebbe prendere, quando avremo una vita meno nomade. Nessun mistero, nessuna omissione da parte mia. Nessuna faccia stupita, basita o schifata da parte del destinatario del messaggio. I più fanno domande di sincera curiosità – per molti è ancora una situazione con cui non si sono mai confrontati – ma non ho mai subito reazioni omofobiche da parte di nessuno.

Certo, magari parlano male dietro le spalle. Amo lasciare i vili a dialogare con le mie terga. È il massimo a cui possono ambire.

I vigliacchi sono più da compatire, che da condannare. Se avessero una vita felice, non sprecherebbero tempo ed energie a vomitare livore. Il tempo per me è una risorsa preziosa, mi sento sempre in colpa nei miei confronti quanto lo disperdo con gentucola, così come mi pento di ogni volta che, in passato, ho temuto di esternare chi fossi davvero. Non c’è famiglia, parentame o contesto lavorativo omofoboci che tengano, quando si sceglie di mettersi al primo posto nella propria vita.

Ci vuole coraggio? Sì, perché il cammino per l’autenticità e la felicità non è lineare né semplice.

Ma preferisco lasciare le spalle libere, piuttosto che gravarle del peso delle menzogne.

coming out

 

 

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  1. Ti confesso che quando ho realizzato che mio fratello (con cui sai, ho un rapporto strettissimo) è gay, sulle prime mi chiedevo se dovevo dirlo quando avevo a che fare con interlocutori che mi pareva prendessero mio fratello per la persona che non era. Non volevo “nasconderlo”. Non volevo che dovesse stare alla balla della fidanzata quando interagiva con le mie figlie, per esempio. Tantomeno non volevo essere io, ad alimentare quella balla.E così, la prima volta, l’ho detto a colleghi semi-sconosciuti. Non fraintendermi: non volevo fare coming out al posto suo, non ne ho il diritto né lo voglio. Volevo solo fare le prove per quando avrei dovuto sostenerlo, volevo abituarmi a dirlo con semplicità e naturalezza, a parlarne serenamente con lui e in famiglia, e dovevo fare la corazza contro il biasimo altrui e le risatine. Non volevo che fosse una battaglia solo sua contro il mondo.
    Dopo quella volta in cui ho suscitato gelo e imbarazzo, è divenuto totalmente naturale per me adottare un linguaggio che non presuppone l’eterosessualità delle persone, un linguaggio diverso da quello che ci hanno insegnato. Mi sono abituata così bene che a volte le risatine le fanno a me: credono che non dare per scontata l’eterosessualità sia sinonimo di omosessualità. Il coming out sulla mia eterosessualità non lo faccio mai, comunque, che le etichette mi vanno strette.

  2. Ti seguo da tanto e ti ammiro molto, da quando ho scoperto la mia bisessualità sono riuscita a dirlo solo a pochissime persone. Ho quasi solo amiche donne e ho paura che si sentano a disagio con me una volta fatto coming out. So che dovrei fregarmene di chi non mi accetta, ma ho paura lo stesso. Spero di trovare presto il coraggio per vivere totalmente allo scoperto ed essere fiera di me. Un abbraccio, Giulia.

  3. Elisa dice

    Ciao, concordo su tutto!
    Bisogna vincere la paura e come in tutte le cose bisogna avere il coraggio di rischiare, io ho rischiato tantissimo e fortunatamente mi è andata bene, oltre le più rosee previsioni!
    Penso anche che stare bene con se stessi sia condizione indispensabile e necessaria per poter stare bene con gli altri, e anche se avessi perso molto in affetti, in ogni caso, col tempo, sarei stata meglio.
    Se posso dare un consiglio a chi legge: se le condizioni sono ottimali, parlare conviene sempre…

  4. Per me sei un esempio di donna vera e libera. E in quanto tale bella dentro e naturalmente fuori 🙂 e credo che le tue parole, i tuoi post, il tuo blog sia di valore per tante e diverse situazioni in cui possiamo vivere la discriminazione. Per me è stato così in un ambito ben diverso, eppure mi sono sentita di affidarti la mia storia e raccontartela mi ha fatto bene! Sei una gran donna Veronica! un abbraccio forte

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