Nuda veritas
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L’Italia non è una Paese per mamme. E io sono una “mamma giovane”.

[A seguito di quell’obbrobrio di campagna sul #FertilityDay (campagna figlia di quel piano nazionale in cui c’è scritto anche Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità? La collettività, le istituzioni, il competitivo mondo del lavoro, apprezzano infatti le competenze femminili, ma pretendono comportamenti maschili) mi sono scappate una serie di riflessioni un po’ ovunque sui social, sebbene mi fossi imposta il silenzio.

E voi che mi leggete sapete che l’attitudine al silenzio mi è propria come l’astinenza a pizza e caffè.

Non solo mi occupo di comunicazione, ma sono anche un’antropologa e vi posso assicurare che la campagna è orrenda, com’è orrendo il piano che l’ha ispirata. Un piano che sarebbe stato obsoleto negli anni ’50, figuriamoci adesso. La bassa natalità è un problema? Ma dai! Solo che non si risolve con due slogan demenziali, ma creando una strategia di aiuti concreti alle famiglie.

Va bene, va bene. Mi prendo una camomilla e mi rilasso. Non è questo il luogo in cui scrivere un saggio sociologico in materia. Quello che mi preme raccontare è la mia storia riguardo alla maternità da giovane.]

Cara Ministra Lorenzin,

Non sapendo che le avrei fatto cosa gradita ho messo al mondo due splendidi figli. Il primo all’età di 22 anni e la seconda a 28.

Ariele, il primogenito, è nato quando a me mancavano 10 esami (Vecchio Ordinamento, tanto per capirci) e la tesi (sperimentale, per capirci meglio) e non potevo permettermi di perdere la borsa di studio. Al suo papà, invece, di esami ne mancavano 2. E la tesi. Ci amavamo molto e avevamo deciso di portare avanti quella gravidanza inattesa e di diventare una famiglia. Abbiamo fatto tanti sacrifici: studiavamo, trovavamo lavoretti precari e case in affitto che avrebbero spaventato i coloni del Far West, ma noi no. Noi avevamo un sogno, l’incoscienza dei vent’anni e la voglia di stare bene.

Di aiuto dai nonni ne abbiamo avuto poco, economicamente nessuno disponeva di grandi capacità e mia madre all’epoca stava combattendo contro un cancro ai polmoni.

Ci siamo laureati entrambi col massimo dei voti e nei tempi prestabiliti. Abbiamo iniziato a cercare lavoro. O meglio, il papà ha iniziato a cercare lavoro. Io mi sono limitata ad abbandonare per sempre l’idea di una carriera universitaria – che non era lontanamente pensabile con un bambino piccolo da seguire – e ho provato quella dell’insegnamento. Ma anche qui non ha funzionato, perché era necessario abilitarsi e con una famiglia da mantenere, nessun aiuto né economico, né di babysitting, non potevo permettermi la scuola di specializzazione. Così mi accontentavo di impartire ripetizioni e di svolgere lavoretti sottopagati e temporanei che variavano dalla barista, alla cameriera, all’operaia in un magazzino di bricolage. Sempre quando era possibile, perché Ariele era cagionevole ed era spesso malato. Inutile che mi dilunghi sull’argomento “nidi”.

Il padre ha accettato la prima offerta di lavoro che fosse retribuita in modo appena più decoroso, sebbene non gli piacesse, ma poi l’azienda ha chiuso e lui ha dovuto reinventarsi. Si è rimesso a studiare, ha sostenuto corsi e adesso è nientepopodi meno che…un insegnante precario.

In tutto questo, l’ottimismo che lei, Ministra, vorrebbe infondere con quello schifo di campagna, noi ce lo siamo tenuto stretto e abbiamo pensato: perché non facciamo un altro figlio? E ci abbiamo provato. Per due anni. Con due aborti spontanei di cui ancora non ho smaltito il lutto. Poi – la tenacia è una mia virtù – è arrivata Margherita. Eh sì, che secondo il suo piano fertilità, non ero poi così anziana a 28 anni.

Dimenticavo di raccontare che io, nel frattempo, per non rimanere inerte e choosy, mi ero presa giusto due specializzazioni e avevo iniziato ad entrare nel magico mondo della comunicazione e del digitale. Non è stato semplice, ma posso fieramente dichiarare di essere uno dei casi citati dai manuali motivazionali alla voce “la qualità paga”; da che ho iniziato a lavorare non sono stata ferma neppure un giorno.

Ho affrontato una separazione, un coming out e una serie abbastanza lunga di cambiamenti che mi hanno sfiancata, ma non uccisa.

Adesso ho quasi 36 anni. Una lunga lista di successi che compensa (in parte?) una lunga lista di rinunce dovute al fatto che i figli da giovane sono una splendida opportunità solo se vivi nei Paesi Scandinavi. Qui no.

Qui solo l’amore cerca di compensare i deficit di una Stato miope e totalmente scollato dalla realtà. I figli non dovrebbero essere il peso che tu, cara Ministra, contribuisci a rendere tale.

Tornassi indietro infatti rifarei tutto. Ma non qui. Non in Italia.

Amo i miei figli, ma amo anche me stessa, il mio bagaglio culturale e professionale e trovo ignobile che il mio Paese mi obblighi a scegliere tra maternità e realizzazione personale (che non c’entra niente con la maternità, come avevo già espresso QUI).

E uno Stato che promuove una campagna vacua e insensata, senza oltretutto migliorare il Welfare, è una vergogna.

Foto: Colorz by Spinoza.it https://www.facebook.com/spinozacolorz/photos/a.209558995818047.46719.197038940403386/1073157966124808/?type=3&theater

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https://www.facebook.com/spinozacolorz/photos/a.209558995818047.46719.197038940403386/1073157966124808/?type=3&theater

15 Commenti

  1. Adriano dice

    Quindi, ricapitolando, la Lorenzin invita a fare più figli. I prossimi passi saranno la battaglia del grano, le bonifiche e l’italianizzazione del lessico?

    E comunque i maggiori attori porno si sono dichiarari favorevoli alla proposta e gliel’hanno già appoggiata alla minestra ministra 😛

    • ericagazzoldi dice

      L’italianizzazione del lessico sarebbe anche una buona idea. Peccato che sia l’unica che il governo Renzi proprio non si sogna.. #ParlaComeTiHaInsegnatoTuaMadre xD

  2. Nell’apprendere la boiata del fertility day, la prima cosa che ho pensato è stata: e dove li mettiamo poi, tutti questi figli che nascono? Non ci sono strutture, gli asili nido costano come un mutuo, gli orari degli asili non centrano nulla con gli orari delle mamme che lavorano. Dunque?
    Mia figlia inizia fra poco la scuola media. Entra alle 8 ed esce alle 13.50, e a quell’ora deve ancora pranzare.
    Io lavoro 8.30-12.30 e 14-18: non riesco neppure ad andarla a prendere all’uscita, figuriamoci il pranzo.
    Dove la metto mia figlia nel frattempo?
    Io sono fortunata, ho mio padre in pensione che può occuparsi di lei, andarla a prenderle e prepararle il pranzo.
    Ma altre mamme hanno dovuto ripiegare sulla scuola privata (a costi mozzafiato) per poter lasciare a scuola la figlia fino alle 18, con corsi postscolastici, perché l’alternativa baby sitter sarebbe costata poco di più.
    Facciamo figli, dice quella testa di caxxo.
    Facciamo un’Italia migliore, magari, a misura di genitori.
    Maccchettelodicoaffà…… :/

  3. In Italia, o sei figlio di Montezemolo o non vai da nessuna parte, soprattutto se sei giovane e hai voglia di farti una famiglia. Io me ne sono andata a Brighton e per quanto sia una figata di posto, convivo sempre con l’amaro in bocca. Ho uno stipendio, pago l’affitto, lavoro benissimo. Tornare in Italia è sempre frustrante, è un paese che non migliora, mai.

  4. Isaeleven dice

    Come ho fatto a vivere senza di te finora? Ho scoperto il tuo Blog per caso. E per caso ho anche scoperto che abbiamo gli stessi trascorsi. Oggi sono depressa……. cercavo conforto e sei arrivata tu……. grazie .

  5. che spettacolo di post. Condivido immantinentemente.
    PS: non sapevo fossi antropologa.. classica domanda del menga: ma cosa fa un’antropologa?

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