Il vaso di Pandora
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“Il Vaso di Pandora” – Essere disabile e omosessuale: troppe etichette

“Mi chiamo P., ho da poco compiuto ventinove anni e sono disabile dalla nascita. La mia disabilità, nella vita, non mi ha mai impedito di fare ciò che volevo. A differenza di tante altre persone che hanno la mia stessa patologia io cammino, mi muovo liberamente e riesco ad avere una vita “normale”. Ovviamente tutto ciò non è stato facile: ci sono volute alcune operazioni chirurgiche, tanti anni di riabilitazione e una grande dose di autostima, corredata da una buona accettazione di sé.
Essere disabile e omosessuale è tosta: troppe etichette, troppe diversità. Io non ho problemi con la diversità, ma ho paura. Paura di deludere la mia famiglia e di restare sola.
Un’ipotetica compagna dovrebbe fare i conti con la mia duplice etichetta sociale, accettare la mia patologia, che per fortuna non può peggiorare più di tanto, e vivere l’incertezza futura che dalla malattia deriva; condividere dei momenti, degli attimi dell’esistenza, con una persona che, nonostante i lati positivi, ha una cronica lentezza e una serie di piccole limitazioni.
A tutto ciò aggiungi la mia famiglia. Quando avevo vent’anni ho perso mia madre che soffriva di depressione. Fino a quando c’è stata, è stata una buona madre: mi ha dato un’educazione, mi ha amata, insomma… nonostante la sua malattia, ha fatto tutto quello che dovrebbe fare un buon genitore. Mio padre è stato – ed è tutt’oggi – un padre presente-assente: attualmente passa le sue giornate davanti alla tv e non parla mai. Quand’era più giovane lavorava, ma una volta tornato a casa le cose non erano molto differenti da ora. Mio fratello, fortemente omofobo, per fortuna vive in un’altra città. Il nostro rapporto non si può dire idilliaco.
Io avevo dieci anni quando mia madre si è ammalata. Immaginati come sia stato crescere nella famiglia che ti ho precedentemente descritto e affrontare i miei problemi di salute. Quando ho capito di essere omosessuale, mi sono detta: “anche questo”, ma in parte l’ho accettato.
Prima di acquisire consapevolezza e rendermi conto di quello che ero, ho fatto soffrire e  ho sofferto: non riuscivo a spiegarmi quell’attaccamento morboso alle mie amiche. Ho distrutto un rapporto, poi due, alla terza volta ho deciso di cominciare a fare analisi, pensavo che il problema fosse dovuto alle mie carenze familiari. La dottoressa in due o tre mesi mi ha rivoltato come un calzino; quando le ho detto che provavo attrazione per le donne e pensavo di essere omosessuale ha liquidato la cosa con semplicità, mi ha chiesto: “tu vuoi dei figli?”, io le ho risposto: “Si” e lei mi ha detto: “allora non può essere”. Io sono andata avanti, ho continuato a vivere, ma trovavo strano il fatto che stessi con il mio ragazzo dell’epoca e continuassi a pensare alla mia migliore amica, che ancora oggi mi capita di vedere all’università. Se appendi lui per uscire con lei, se passi le notti a telefono a parlarle, se corri come una pazza in macchina, alle due di notte, perché sai che è da sola in casa e che sta male, se passi le notti in cui dormi da lei ad osservarla, di chi sei innamorata? L’unico problema è che lei è etero e io non sapevo – e  non so ancora – gestire bene le mie dipendenze affettive. Tra di noi non è mai successo niente di fisico, ma abbiamo comunque distrutto il nostro rapporto; oggi quando ci incrociamo non riusciamo nemmeno a guardarci in faccia. Quando l’ho persa ho sofferto come una bestia, ma in silenzio, finché un giorno non c’è l’ho fatta più: sono andata dalla mia amica d’infanzia, quella che ho sempre visto come una sorella e le ho detto: “sono gay”, lei mi ha risposto: “finalmente te ne sei accorta, lo so da quando avevi tredici anni”. Lei lo sapeva e lo aveva accettato prima di me. Da allora per me non ci sono stati più dubbi o domande: l’ho accettato e basta. Dopo tanto cercare ero finalmente me, con le mie nuove consapevolezze e con tanti problemi da risolvere.
Mia zia, la sorella di mia madre, la persona che mi è stata più di tutti vicino in questi anni, soffrirebbe molto se sapesse come stanno le cose. Non so se lei e la mia famiglia lo accetterebbero, sono molto credenti e io per loro sono un punto fermo, quasi invulnerabile. Ho vinto la mia malattia e mi sono presa una vita normale, ho combattuto strenuamente contro la depressione di mia madre, quando è morta ho retto tutti i suoi carichi senza fare una piega. Ho sostenuto l’intera famiglia e mi sono comportata sempre in maniera irreprensibile. Ho studiato, mi sono laureata, sono attiva nel sociale, ho molti amici, so affrontare i problemi quotidiani. L’unica cosa che non va, per i miei zii, è che sembro distante da loro, spesso insensibile e ho un singolare amore per la montagna e il silenzio; chi glielo va a dire ai miei parenti che il loro esempio di rispettabilità è omosessuale e infelice. Infelice perché non riesco ancora a vivere pienamente quello che sono; infelice perché ho sempre paura che il mio modo d’amare non sia giusto, infelice perché anche quando sto male in casa devo tenere tutto dentro.
Attualmente i miei amici più cari sanno tutto quello che c’è da sapere. Alcuni hanno accettato la mia omosessualità senza troppi problemi, altri pensano che sia una fase momentanea. In questo frangente sono innamorata e non ricambiata, ma non è un problema, passerà.
A causa dei miei trascorsi familiari, i miei sentimenti, il mio modo d’amare continua a farmi paura. Quando da bambina non ti vengono date delle linee rette e sane su cui basarti è facile perdere l’equilibrio e cadere. Ho paura di fare male a questa persona, che spero di riuscire a vedere prima o poi come un’amica; paure delle mie dipendenze affettive che cerco di tenere a freno. Non so se il mio modo d’amare sia normale, vorrei tanto un termometro per la misurazione del termine “normale”.
Intanto cerco soluzioni e continuo la mia vita.
P.”
vaso di pandora
[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

6 Commenti

  1. Anna dice

    Cara P., lungi da me volerti dare consigli… Ma ho quasi vent’anni più di te e se me lo permetti vorrei soltanto offrirti la mia esperienza di donna omosessuale, non disabile ma che si è sempre sentita “diversa” da tutti e sotto tutti i punti di vista. Lavora su te stessa, occupati di te, prima di preoccuparti della tua famiglia e anche della tua eventuale fidanzata. Non è egoismo, al contrario: finché non raggiungiamo un equilibrio con noi stesse, siamo destinate a fallire tutti i rapporti affettivi. Questo l’ho sperimentato di persona. Nel momento in cui non solo l’accettazione di sé, ma anche la consapevolezza e l’equilibrio (imperfetto, ci mancherebbe!) sono raggiunti, magicamente inizia a funzionare anche tutto il resto… Concentrati su te stessa, guarda bene dentro di te anche impietosamente, fai chiarezza anche con un aiuto se necessario, e abbi fiducia! E complimenti per la forza e il coraggio che hai già dimostrato. Un abbraccio!

  2. valeria dice

    ciao P.
    spero leggerai questo messaggio, o spero che qualcuno mi aiuti a fartelo avere….
    lo spero tanto perché credimi che appena ho letto questo messaggio sono caduta dalla sedia quasi, mi è salita un’emozione fortissima….

    la mia storia è la tua… sono omosessuale, non interessa al mondo ma per capirci tra noi sono disabile e ho una vita normale, ho il tuo problema riguardo la vita da gestire,la famiglia , le amiche e la dipendenza affettiva… con unica variante che i rapporti sono riuscita a non distruggerli, perché ho avuto la fortuna di avere attorno delle amiche e delle persone che pur contandosi sulle dita di una mano, hanno capito e sono andate oltre al problema e mi hanno mostrato come procedere in linea retta…

    Ho 22 anni e faccio l’università, posso dire di essere navigata e sentirmi molto più serena con me stessa in confronto a chi ha tutte le cellule nel posto giusto 🙂

    valenihal@hotmail.it

  3. A parte che all’inizio scrive che è disabile da una vita e poi sostiene che “Ho vinto la mia malattia e mi sono presa una vita normale”; ma a parte questo dettaglio… una testimonianza allegra, no? Tipo le storie che finiscono bene tra le lesbiche non accadono più?
    Mi domando.

  4. Mari dice

    Trovo profondamente ingiusto che alcune delle persone a noi vicine stiano sempre lì a chiederci, consciamente o no, di essere in un certo modo piuttosto che in un altro per poter far fronte ai loro bisogni, emotivi o materiali; e trovo ancora più ingiusto che altre, a volte le stesse, abbiano fatto sì che sin da subito ci convincessimo che per poter essere amate, dovessimo rinunciare a noi stesse per essere come ci volevano. A te non fa rabbia?
    Porsi a distanza da alcune persone, amare e cercare il silenzio credo siano sane abitudini difensive: non ci si può ascoltare ( ascoltare le proprie emozioni, i propri sentimenti e quindi i propri bisogni, desideri ) se si vive, da un lato, costantemente assediati dalle aspettative altrui e, dall’altro, nella continua necessità di appagare, anche solo per un momento, il logorante bisogno di comprensione, di essere visti e amati per quello che si è ( non per specifiche qualità che qualcun’altro ci ha imposto di avere ), sempre con i sensi in allerta a cogliere una qualche risposta a quel bisogno da parte della persona che vorremmo ci considerasse, sempre affamati e mai soddisfatti ( almeno, questa era per me quella che chiami dipendenza affettiva ).
    E quanto è facile volgere quel bisogno nel desiderio di “sentire” anche fisicamente l’altra di cui tanto vorremmo le attenzioni, di essere con quel corpo, in qualche modo di avere ed essere di quel corpo ( in fondo, siamo qui in corpo, ci esprimiamo, innanzitutto attraverso il corpo ) … per poi magari renderti conto, a distanza di anni, trovate le risposte che davvero stavi cercando, che sì, sono proprio le donne che ami, è con loro, non con gli uomini, che vuoi fare l’amore, ma quella ragazza, in realtà ( e in fondo anche le altre a cui tanto ti eri legata ), non la trovavi fisicamente attraente e, a dirla tutta, non le riconoscevi neanche chissà quali particolari doti … semplicemente, senza rendertene conto, l’avevi eletta a soluzione dei tuoi problemi affettivi, e, a voler essere veramente onesta, volevi solo servirtene per appagare quello sfibrante apparentemente incolmabile bisogno d’amore … Chissà, magari, potrebbe essere anche il tuo caso … ( Comunque sia, inviterei la tua psicologa, analista o chi accidenti è, già solo per l’arrogante “superficialità” dimostrata con quella risposta, a cambiare mestiere ).
    Cerchi soluzioni … bene, benissimo: questa volontà ti porterà sicuramente lontano.
    Ti dico cosa ha fatto e continua a fare per me la differenza: quello che ho compreso di me, della mia storia, attraverso i testi di Alice Miller. E contrariamente ad Anna ( di cui condivido pienamente le osservazioni ) mi permetto un suggerimento: prova a leggere qualcuno dei suoi testi ( io l’ho scoperta con “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé” e a questo testo torno con più assiduità ), sono sicura troverai abbondanti stimoli su cui lavorare … Forza! 😉 Un abbraccio, M.

  5. Ciao,
    spero che P. legga anche il mio commento. La mia vita è stata diversa dalla sua, ma per anni mi sono dedicata, dopo un problema famigliare abbastanza importante, a occuparmi degli altri, a far sì che fossero felici, sereni, che potessero vivere le loro vite e poi una volta la psicologa mi ha fatto notare che in quella maniera, occupandomi troppo di loro, non permettevo loro di essere veramente felici, perché era diventato un mio problema e non il loro. Mi ha detto che li stavo sottovalutando, che erano persone adulte e che avrebbero trovato il loro modo di gestire la faccenda, io avrei dovuto occuparmi solo di me stessa. Ho provato a farlo e pian pianino i nostri rapporti sono molto migliorati. Io sto meglio, loro stanno meglio. Spero che P. trovi il modo di vivere la propria vita senza preoccuparsi di zie, padri e fratelli, perché loro troveranno il loro modo. La vita è tua, P., non loro.

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