Il vaso di Pandora
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“Il Vaso di Pandora” – Il vero mostro è l’abuso sessuale sui bambini, non certo l’omosessualità

[Ho ricevuto questa lunga testimonianza circa un mese fa. L’ho lasciata intatta nella struttura e nella lunghezza perché sintetizzare questa storia sarebbe stata una mutilazione e su questo tema c’è anche troppo silenzio. Questa è la storia di A. Una storia che io stessa faccio fatica a leggere, ma che merita di essere letta fino all’ultima parola.]

Amo le storie di “coming out”. Nel periodo in cui io capii di essere gay, ne lessi tantissime. Capii che ogni storia di coming out è complicata dal contesto e degli eventi che ci hanno costretto a stare dentro  quell’armadio psicologico che costruiamo – o ci viene costruito intorno – per nasconderci, proteggerci, o per seppellirci. Ma quando successe a me stessa, non riuscivo a ritrovarmi in altri racconti di coming out. Capii che lo ero sempre stata, che lo intuivo in qualche modo e che lo avevo tenuto nascosto a me stessa. Mi sentivo turbare dal fatto di non averlo capito prima – mi disturbava così tanto che entrai in terapia per comprendere quale fosse il contesto in cui avevo costruito il mio armadio. Tirando fuori la mia sessualità, venne fuori tutta una serie di realtà che avevo accartocciato e rimosse – buttandole in fondo in fondo al mio vaso di Pandora.

Vi scrivo nel Maggio 2016. Ogni storia fa parte di un particolare momento della mia vita. Poco più di una settimana fa, la legge Cirinná sulle unioni civili è stata votata in parlamento con esito positivo. Poche ore dopo sono cominciate ad arrivare le segnalazioni delle risposte arrabbiate e omofobe da parte dei neo fascisti. Una in particolare mi colpisce, a Roma, una scritta alta più di un metro e lunga un paio: “Unioni gay: stupro di massa di milioni di bambini”. Non sapevo se ridere o arrabbiarmi, non solo perchè un’affermazione infondata e assurda, ma per il fatto che quell’affermazione nasconde, per me, molto altro.

Io avevo parecchi zii. Ma in particolare ne avevo uno gay, e uno pedofilo. Non erano la stessa persona. Che il primo zio fosse gay lo seppi solo dopo la sua morte. Era giovane. Si suicidò quando la sua sessualità uscì allo scoperto. Erano gli anni novanta. La sua famiglia era molto cattolica. Poco prima che nascesse lui, l’omosessualità era ancora considerata una malattia psicologica. C’è chi, nella mia famiglia, ancora oggi ipotizza sul perché lui fosse nato così (un errore ci deve essere no, se uno nasce…..diverso). Durante i suoi anni da bambino e adolescente, l’omosessualità era illegale. Uomini che andavano a letto con altri uomini (adulti e consenzienti) rischiavano di finire in carcere.

L’altro zio è pedofilo. È ancora vivo. Anche lui é cattolico. Ho fatto una ricerca su Google e scopro che ricopre una carica importante nella sua parrocchia. Fra qualche settimana, festeggerà un compleanno a cui parteciperà tutta la nostra famiglia allargata tranne me che abito, casualmente (?), dall’altro capo del mondo. Che questo zio fosse pedofilo  l’ho scoperto in terapia.

In terapia tornai indietro nei ricordi per trovare me, a otto anni, in una roulotte bianca con le strisce arancioni. Lui é vestito con pantaloncino bianco cortissimi e stretti, anni 70. Da quel pantaloncino bianco tirò fuori un’erezione che, nella mia mente di bambina, era enorme. Oggi guardavo il braccio di mia figlia di 9 anni e sì, sarà stato lungo come il suo ava braccio. Quello che fece quel giorno e nei giorni successivi, con quell’erezione, non ve lo racconto. Anche solo mostrarmela era già troppo. Ero terrorizzata. Ci vollero mesi di terapia, di viaggi di ritorno a quella roulotte, per finire con quei ricordi. Perchè una volta tirato fuori uno, vollero uscire tutti. Furono mesi allucinanti in cui feci una doppia vita: dovevo affrontare la vita quotidiana con i miei figli e poi, per un’ora, un giorno alla settimana, tornare a rivivere un’estate seppellita nei miei ricordi. Un’estate in cui un adulto sfogava i suoi desideri sessuali su di me.

C’erano testimoni, credo: i miei fratelli e i miei cugini, mia zia, un medico, un’infermiera. Ma non ne ho mai parlato con qualcuno della mia famiglia. Se l’ho rimosso io, l’avranno rimosso anche loro. Sono ricordi che non si tirano fuori finché il peso di tenerli nascosti non diventa troppo. Non me la sento di scatenare i loro ricordi se non sono pronti ad affrontarli. Forse stanno meglio così. Poi, ho paura che qualcuno mi dica che mento. Dubito perfino io di me stessa. Lo dubito, ma allo stesso tempo so che è successo. Vedo l’evidenza nei miei racconti scritti in quarta elementare. So che è successo perché nel mio corpo sono rimasti dei segni, ricordi che vengono risvegliati da una visita ginecologica troppo brusca, se un amante mi tocca in alcune parti del corpo, se qualcuno mi sorprende. Sono ipervigile. So che è successo, anche se fatico ad ammetterlo a me stessa perché rende faticoso l’alzarmi dal letto la mattina, il sapere che le persone sono capaci di fare violenze simili.

Quando sono stata stuprata, avevo un’età in cui stavo ancora capendo la mia identità e la mia sessualità. Sono gay. Ho un corpo da femmina anche se mi identifico “non-binary”, cioè né donna né uomo, o forse un po’ di entrambi. Non sono donna per cui non mi definisco lesbica – amo donne e persone di genere neutro come me. Negli anni 70 – quando io ero bambina – praticamente nessun personaggio pubblico era apertamente gay. Elton John si sposò con una donna (Renata Blauel) nel1984 e fece coming outsolo qualche anno dopo. Erano anni in cui era considerato normale vivere nell’armadio. Mio zio gay era il mio preferito. Mi addolora il fatto che lui non abbia saputo che anche io sono gay – spero che l’avesse intuito da sé, si sarà sentito meno solo.

C’erano degli anni in cui portavo capelli cortissimi, indossavo canottiere e salopette da muratore, e stivali Blundstones (quando li indossavano solo muratori, artisti e lesbiche). Ma evidentemente ero l’elefante nella stanza – una dei tanti elefanti nella mia famiglia – ignorata da tutti, inclusa me stessa. Qualche donna lo capì e s’innamorò di me, ma io non c’ero. Davanti alle loro dichiarazioni, uscivo letteralmente dalla stanza – ora so che si chiama dissociazione.

Dopo diversi anni venni a vivere in Italia, all’epoca un paese molto conservatore. Mi sono mimetizzata, ho fatto una vita regolare e tranquilla – per quanto possa mimetizzarsi una straniera – mi sposai ed ebbi dei figli. Erano anni tranquilli e felici. Poi i litigi, la separazione, una storia come molti altri. Di nuovo single, cercavo un nuovo amore. MI regalai un nuovo taglio di capelli, ma attiravo gli sguardi maschili e mi diede fastidio. Guardavo gli uomini e non ne trovavo uno di attraente. Di attraente trovavo le modelle nelle pagine di moda dove cercavo dei vestiti nuovi per me.

Uscii dal mio armadio e ammisi a me stessa di essere gay. Così, in un baleno, passai da essere una persona eterosessuale – con tutti i privilegi di cui godono le persone della cultura dominante – ad essere omosessuale. Certo, oggi non è considerato più una cosa terribile – lo dicono in tanti – “Sei gay? Per me è lo stesso” . Lo disse perfino mia madre. Ma per me no, non è lo stesso. L’eteronormatività regna ancora – le persone LGBTQI non sono previste. Faccio coming out più volte la settimana. Lo faccio perché ho bisogno di non essere di nuovo seppellita. Vivo un pride personale quotidiano – ascoltando canzoni come Same Love, inserendo degli arcobaleni nel mio posto di lavoro, facendo attivismo.

Nell’armadio non ci torno. So di essere ancora l’elefante nella stanza, ma sono un elefante arcobaleno e di genere neutro. Non mi nascondo più.

L’altro elefante è mio zio. La cosa peggiore di essere abusato e stuprato è quella di non essere visti. Vorrei tornare indietro nel tempo a coccolare quella bambina. Credo se qualcuno l’avesse coccolata e le avesse detto che non era colpa sua (mia), non avrebbe seppellito quel ricordo (con la dissociazione) creando un danno psichico che ancora fatico a superare. Posso solo immaginare cosa passò per la mia testa.

Posso solo immaginare la confusione di essere toccato e stimolato sessualmente e sentire dolore piacere e vergogna a livelli insopportabili e non aver nessuno con cui parlare. Lo sapevano le mie bambole, lo sapevano i miei scritti, la sapevano i miei sogni e incubi – ma la mia famiglia e le mie insegnanti no, no lo sapevano o non vollero saperlo. Facevo catechismo. La confessione non era un optional – era dato per scontato che avessimo qualcosa di cui pentirci. Gli abusi sui bambini non erano fra i dieci peccati. Desiderare la moglie del vicino, si. E così mi dissociai dalla mia sessualità per circa 35 anni.

Mi ricordo vagamente episodi di bullismo. Non ero una bambina tipica. A 9 anni chiesi di cambiare scuola. Passai da una scuola cattolica ad una scuola pubblica – stavo meglio. Alla scuola superiore stavo ancora meglio. Scrissi poesie, avevo insegnanti abbastanza atipici, eccentrici, scoprii l’arte, il disegno, la fotografia.

Ma divago…parlavo di oggi e di quella scritta sul muro. Una persona che desidera far sesso con una persona dello stesso sesso non è pedofilo. Mio zio pedofilo è un uomo e io avevo un corpo da bambina. Ma questo non è nemmeno un atto eterosessuale perché io era bambina e lui pedofilo. Se lui avesse stuprato anche i suoi figli maschi (adottati regolarmente in quanto lui era anche eterosessuale) non sarebbe stato un atto omosessuale. Sarebbe stato sempre pedofilia.

La pedofilia esisteva ben prima degli unioni civili e dai matrimoni di persone dello stesso sesso. Gli abusi sessuali sui bambini sono frequenti – frequentissimi – ma non se ne parla. Uno per ogni sei maschi e una per ogni tre femmine saranno abusati sessualmente prima dell’età di 18 anni. Gli anni più a rischio sono fra gli 8 e 12 anni. Le vittime sono più spesso bambine, bambine e bambini disabili, e bambini e bambine LGBTQI (si ipotizza sia perché bambini che si comportano in modo non stereotipico per il loro genere attirano l’attenzione del pedofilo, o forse molte persone LGBTQI intraprendono psicoterapia e l’abuso ne esce fuori – gli abusi sessuali sui bambini non causano l’omosessualità). Chi abusa i bambini sono in numero predominante uomini eterosessuali (che spesso hanno anche una relazione con un adulto). Infatti mio zio era sposato, con una donna, e aveva due figli adottati – due cose che si cerca di impedire alle coppie dello stesso sesso perché “non-idonee”.

Ecco perché ho costruito un mio armadio. Essere gay negli anni 70 e 80 era inconcepibile per me bambina e adolescente. Non avevo solo paura di essere derisa o essere rifiutata da chi mi considerava qualcosa di perverso, ma avevo anche paura delle sensazioni fisiche dovute agli abusi subiti. L’armadio era psicologico e non ne ero al corrente. Era una dissociazione – abilità che ho imparato in quella roulotte bianca con le strisce arancioni. Dissociarmi mi ha permesso di continuare a vivere. Mi sono sposata e quel matrimonio eterosessuale mi ha tutelato socialmente ed economicamente fino ad arrivare negli anni in cui essere gay cominciò ad essere una cosa più accettata. Così mi accettata. Sono gay, e di genere neutro e mi piaccio così.

Scrivo questa testimonianza perché possa aiutare qualcun altro o altra a conoscere se stesso, e perché nel futuro altri bambini non abbiano bisogno di un armadio – perché cresceranno essendo loro stessi, in un mondo che non si vergogna della sessualità e perciò gli abusi sui minori avranno meno buio, ombra e complicità in cui esistere.

A.

P.S.

Una lettrice ha segnalato: “C’è un altro “Il vaso di Pandora” , curato da professioniste serissime, che si sta occupando di persone vittime di pedofilia.
All’interno del sito ( www.ilvasodipandora.org ) c’è anche un forum (assolutamente anonimo) per condividere, aiutare ed essere aiutate.
Se volete, passate anche solo a dare un’occhiata alla pagina Facebook (che ovviamente è solo una vetrina. Il lavoro ed il forum sono tramite il sito) : Il vaso di Pandora. La speranza dopo il trauma.”

vaso di pandora

[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

2 Commenti

  1. Ricordo che un tempo molte cose mi infastidivano, troppe. Intransigente verso di me e verso gli altri umani, ero severa e inacidita. Perché non mi volevo bene. Non potevo amare gli altri, mi spaventavano.
    Ma questa è un’altra storia. Ed è passata. Vuole soltanto essere la premessa a ciò che sento ora, che sono più comprensiva e attenta. In ascolto. Ora che mi riesce più facile lasciare i giudizi fuori dalla porta, a mangiarsi un bel gelato.

    Nonostante abbia intrapreso un tortuoso sentiero per trovarmi, per poter dire a fine giornata: “Oh, ma guarda che bella giornata ho trascorso! Sono proprio soddisfatta”, per poter amare le persone che, a loro rischio, mi amano, nonostante tutto questo, alcune cose dell’essere umano mi fanno drizzare tutti i peli. Provo a guardarle da diverse angolazioni, ma continuo a sentire un brivido che sale dal basso ventre, congelandomi la schiena. E il cuore. Una di queste cose è proprio la pedofilia.

    Ho provato a cercare di comprendere quali possano essere i motivi che spingono tanti (sì, ho la sensazione che siano tanti) esseri umani adulti e, spesso, considerati “normali”, “rispettabili” e non aggiungo altro perché ho già un accenno di conato, a distruggere deliberatamente il futuro, e con esso la vita intera, di una bimba o di un bimbo.
    Come ti viene in mente di abusare un bambino? Cosa ti spinge verso quell’abisso di orrore? E, ancora, come puoi continuare a vivere serenamente?

    Non ho trovato risposte, non le troverò, non le voglio nemmeno trovare, perché nessuno dovrebbe permettersi di aprire una simile ferita nell’anima ancora candida di un bimbo o di una bimba.

    Questa testimonianza, bruciante nella sua lucidità, mi dà tuttavia speranza. Mi fa pensare che a fronte di tali persone ne esistono altre, che, dalle loro cicatrici ancora pulsanti, ritornano alla vita con una nuova forza, una consapevolezza e una potenza che solo loro possono avere. E combattono.
    Grazie di cuore a chi ha il coraggio di aprire la porta su un tema così difficile.

  2. Paola dice

    Non vedo un elefante, ma un bellissimo Unicorno. Ecco il perché di tutti gli arcobaleni di cui parli.
    Shine on!
    🙂

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