Il vaso di Pandora
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“Il Vaso di Pandora”: l’amore ai tempi di Istanbul

[Grazie Virginia per averci raccontato la tua storia. Per un attimo è stato come essere lì a sorseggiare il rakı.]

Arrivai a Istanbul a fine settembre di quattro anni fa, e Çide era ad aspettarmi alla fermata dell’autobus che giungeva dall’aeroporto.

Era la prima volta che la vedevo, anche se ci eravamo scambiate diverse email sulla logistica del mio arrivo. Mentre aspettavo di scendere, guardando fuori dal finestrino, ricordo di aver pensato: deve essere proprio una tipa meticolosa con la testa sulle spalle. E avevo però anche visto quel suo lato rivoluzionario, che è rinchiuso in lei come un segreto, forse perché neanche lei è consapevole di quanto sia potente.

Quando mi trovavo in Germania, mesi prima, potevo scegliere una meta estera per fare un periodo di studio al di fuori della mia università a Francoforte, e avevo scelto Istanbul. Ci sono cose che decidi di fare con un impulso inverosimile senza una ragione precisa, e poi solo dopo, capisci perché. Ad agosto gli esami del semestre erano finiti, avevo già cercato la stanza da affittare per quando sarei atterrata in Turchia, e poi avevo passato giorni di completo riposo a Genova, a casa di mio papà: leggevo, andavo al mare e pensavo al mio futuro. Immaginavo anche come volevo sentirmi se avessi avuto accanto qualcuno, fantasticavo. Poi Istanbul. Una città bellissima, un grande caos, un caldo feroce anche a settembre.

Passavo le serate con Çide a chiacchierare sul balcone della casa, la sua ragazza era in vacanza a Cuba, e così trascorremmo molto tempo insieme in quei dieci giorni, prima che lei ritornasse dal viaggio. Dalle finestre della casa s’intravedeva un quadrato azzurro di Bosforo e sbucavano, sopra la distesa di tetti, i minareti di Aya Sofia, poi, proprio di fronte al balcone, un edificio dove una moltitudine di gabbiani si raggruppavano al crepuscolo, come per scambiarsi le chiacchiere della giornata.

Una sera, eravamo sedute sul terrazzo ed era già sceso il buio, mentre sorseggiavamo un bicchiere di rakı con ghiaccio e lei mi raccontava della sua prima ragazza. Rigiravo tra le mani il bicchiere colmo di liquido latteo e sentivo i cubetti tintinnare mentre si scontravano contro il vetro. Anche solo l’odore di anice m’inebriava. La cosa che più mi aveva stupito era stata una sciocchezza che aveva detto a un certo punto: mi aveva confidato, infatti, che durante una delle loro litigate, tra i fulmini e le saette di cui si circondavano quando discutevano, la luce in tutta piazza Taksim se ne era andata per qualche minuto, perché Çide sosteneva di avere dei rapporti con l’elettricità e in quel momento così solenne come lo è l’apice di un litigio, aveva come risucchiato la luce dei lampioni dell’intero quartiere. E io sono suscettibile a queste cose soprannaturali, anche se forse sono solo sciocchezze. Nonostante già sentissi qualcosa per lei, e non lo volessi certo ammettere, da quel momento avevo iniziato a guardarla in modo diverso.

Per questo avevo cominciato a cercare subito un’altra stanza dove trasferirmi in un battibaleno, infatti, tra tutto quello da cui volevo stare alla larga c’era di sicuro, e al primo posto, la bufera delle ripercussioni di un amore a tre. Lei dal canto suo non sembrava avere dubbi: mi lasciava piccoli doni davanti alla porta della camera ogni mattina prima di uscire, un giorno una conchiglia, un’altra mattina un mandarino, o un bigliettino ripiegato e microscopico. M’inviava messaggi sdolcinati, e quando rincasava dal lavoro mi invitava a bere un bicchiere di tè. Io sentivo questo sentimento profondo nascere dentro di me e ne avevo paura, ero combattuta e spaventata dalla complicazione della situazione.

Però ormai la valanga aveva cominciato a scendere dalla montagna, e nulla poteva più arrestare la consapevolezza che entrambe lo avessimo accettato. Il tango si balla in due, e dentro di noi sapevamo di essere pronte a assumerci le nostre responsabilità. In realtà tutto è stato molto più facile di quello che ci saremmo aspettate, o forse così lo ricordo io; eravamo state cacciate da casa e avevamo saltellato per diverse settimane da un divano di un’amica all’altra, sino a che non avevamo trovato una nuova stanza per me, e una per lei.

In totale, quell’anno, io da sola, avevo cambiato cinque case, incluso un soggiorno di tre mesi in India per una ricerca che stavo facendo all’università. Mi viene in mente ora la sera in cui abbiamo fatto il primo trasloco. Era l’inizio di ottobre e attraversavamo piazza Taksim cariche di sacchi, zaini e valigie.

Però tutto era OK. Era come se con Çide tutto andasse comunque e sempre bene. Con lei mi sentivo proprio come avevo immaginato, come avevo desiderato, lei era la mia prima ragazza e la cosa non mi turbava affatto.

Era una donna, e allora? Con lei mi accorgevo si essere come volevo: bella da impazzire, amata e amabile, compresa, forte e gentile.

vaso di pandora

[Se anche tu vuoi raccontare la tua storia, puoi scrivermi a barsottiveronica@gmail.com. Ovviamente, se preferisci, proteggerò il tuo anonimato.]

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