Il vaso di Pandora
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“Il Vaso di Pandora” – L’educazione sentimentale di una lesbica cattolica.

 

[Più di un articolo. Oggi ho la fortuna di ospitare una storia di vita che è il racconto delicato e profondo di un percorso di scoperta. Prendetevi il tempo di assaporarne ogni parola. Perché è poesia.]

Quante volte nevica a Rimini?
Non saprei dirlo con certezza e, a dire il vero, la mia risposta farebbe sorridere i romagnoli veri, quelli che d’estate mostrano l’orgoglio di un turismo d’eccellenza e d’inverno aspettano solo che l’estate arrivi. Io, sarda, con qualcosa in più dei miei vent’anni da raccontare, cosa potrei dire di questo luogo?

So per certo, però, che l’8 dicembre del 2012 la neve a Rimini cadeva copiosa e che si trattava di un evento eccezionale, di quelli che fanno uscire fuori i bimbi dalle case non per andare a scuola, ma per giocare.

Cosa c’è di più assurdo della neve sul mare?
Cadeva e nel momento in cui i fiocchi si infrangevano sulla battigia, si squagliava. Si affossava sulla sabbia mista a polvere in un litorale deserto e trascurato da mesi, mischiandosi con essa.

Quel pomeriggio di quattro anni fa avevo l’impressione di essere l’unica a sentirsi perfettamente in sintonia con quanto veniva dipinto fuori dal finestrino. Non mi capita spesso. L’arrivo della stagione calda, ad esempio, mi ha sempre colto con un malcelato velo d’imbarazzo. Non mi sono mai sentita pronta per essere inondata dal sole, per essere spogliata dal suo calore: ero sempre troppo bianca, decisamente mai abbastanza magra, non avevo mai le canottiere giuste da indossare per la prima uscita con le amiche. Loro reagivano all’alba posticipata e al ritrovato calore serale con
entusiasmo vero. Io, puntualmente, avrei voluto solo un po’ di tempo in più. Per prepararmi, ecco.
Per essere capace di rispondere al sole con la sua stessa carica esplosiva.

Ma l’8 dicembre del 2012, per una volta, il cielo aveva capito esattamente come mi sentissi ed era riuscito a dipingere con i suoi mille colori l’eccezionalità confusa che si agitava dentro di me.
Mi sentivo così strana. Così unica. Protagonista di un avvenimento irripetibile, proprio come la neve a Rimini.

Le nuvole, il mare, le case e poi le colline emiliane, toscane, e di nuovo case e campi carichi solo di aspettative, durante un lungo viaggio fino al confine nord orientale della nazione.
Io di certo osservavo tutto questo, ma solo come sfondo di un quadro che, per soggetto, aveva ciò che di più incredibile mi fosse capitato in tutta la mia vita. Stavamo dividendo tutto, l’incredibile ed io: l’esiguo spazio dei sedili leggermente ribassati, il calore della corriera piena di passeggeri, gli auricolari dai quali fuoriusciva la nostra musica preferita, l’aria che divideva i nostri volti e che ci disturbava così tanto, così tanto.

Delle decine di persone che ci circondavano noi non percepivamo nulla
“Tutti gli altri erano niente, solo facce, solo gente…”.

Se c’è una cosa che ricordo di quel lunghissimo viaggio questa è la netta convinzione che
esistessimo solo noi, fra milioni di persone
“Spettatori di una scena, ci facevano un po’ pena”
E del resto come avrebbero potuto capire?
Come glielo spieghiamo amore mio, a tutta questa gente?

Che ci siamo innamorate senza chiederlo e che proprio adesso non sappiamo come fare?
Ripensavo al primo ricordo “mio” che avevo di lei.

Chi si ama non si riconosce mai al primo colpo. Così possono passare settimane o addirittura mesi di incontri collettivi, di risposte distratte, di messaggi spontanei poiché privi di qualsiasi ansia da prestazione relazionale. Monica ed io ci conoscevamo da tanto, se mi chiedeste quando l’ho conosciuta potrei dirvi il contesto, il tramite, ma di sicuro non il giorno né il luogo. Senz’altro, nella mia testa ci sono un sacco di ricordi risalenti ad un periodo in cui lei ed io eravamo vicendevolmente coscienti di esistere. Ma il primo ricordo che sia “mio”, che riguardi lei per me, è un pomeriggio caldo in una piazza verde di fronte ad un santuario. Lei sulla bici ed io a piedi, come sarebbe successo per molti mesi a venire. La mia prima laurea era alle porte e lei mi diceva che non sapeva se sarebbe riuscita a venire. Io le raccomandavo di fare di tutto. Che ci tenevo.
L’ingenua banalità dell’amore.

Passò l’estate nella totale indifferenza: la mia isola come amante fedele ed esclusiva, di null’altro necessitavo se non della spuma delle sue onde generose. Al sopraggiungere dell’autunno, l’ennesimo decollo, ma non sapevo che con le foglie sarebbero cadute anche le più basilari mie certezze. Lei era lì ad aspettarmi ed io neanche l’avevo capito! Non capivo nemmeno perché stessi così bene con lei, come succedeva che lo spendere le mie giornate fuori dall’università in sua compagnia, a fare niente di speciale, mi veniva da dentro.

Ancora non sapevo che solo chi si ama sta insieme per delle ore a fare niente.
Fu l’autunno più intenso e meno cosciente che ricordi.
Mentre la corriera procedeva lenta, mentre cercavo di capire di che colore sono i suoi occhi, ecco sopravvenire un altro ricordo: quel pomeriggio di una domenica fredda e chiarissima, fra ottobre e novembre. Le promesse di studio avevano lasciato volentieri il posto ad una passeggiata per le vie del centro, accoccolate dentro i giubbotti ormai indispensabili. Dalla collina del castello mi indicavi le montagne e le chiamavi per nome. Ma subito tornare ci sembrò un’esigenza. Passare il resto del tempo ad annusarci sul divano – non osando mai sfiorarci, ci pareva sacrilegio – era stata semplice
naturalezza.

Se penso a tutte le domande, al senso di colpa radicato ed al dolore lacerante che ho provato da quel momento in poi, quasi mi stupisco dell’assenza in me di qualsiasi introspezione indagatrice, durante quelle ore verso nord.

La mia era pura contemplazione del suo volto.
Ancora oggi non riesco a dare all’amore una definizione diversa:
tu ed io su una corriera che ci spartiamo le canzoni
tu ed io che ripensiamo alla notte precedente e non ne parliamo.

Stavamo tornando da un fine settimana di esercizi spirituali organizzato da un movimento cattolico integralista. Non eravamo sole, la notte precedente, in quella camera, e così tu mi baciasti pianissimo, chiedendomi il permesso. Nonostante io da mesi non aspettassi altro, tu mi chiedesti il permesso. Era l’Immacolata Concezione di Maria, ci penso ancora, sai? L’Immacolata Concezione della Vergine Maria.

All’uscita da quella corriera ci aspettavano anni di bugie, nascondimenti, clandestinità. In una parola: dolore.

La mia vita, cambiata per sempre in una manciata di minuti, era giunta al principio
del percorso didattico più arduo fra quelli passati, ma anche fra quelli che sarebbero venuti: la lunga strada dell’educazione sentimentale.

Ma a tutte queste cose su quella corriera noi, fra il chiasso dei giovani festanti, con la neve che cadeva, e la musica, e i tuoi occhi, e le nostre mani, a tutte queste cose, noi, non ci pensavamo.

[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

vaso di pandora

11 Commenti

  1. emanuela dice

    la bellezza e la grandezza di queste parole mi stanno sconquassando dentro.
    grazie.
    Emanuela

    • Lucia dice

      Sconquassare è, effettivamente, il termine che rende meglio questa condizione. Grazie!

  2. Anna dice

    Bellissima storia, raccontata con grazia e poesia. Conosco bene il dolore e i sensi di colpa che si provano quando sei cattolica e scopri di essere lesbica…. Spero che tu e la tua compagna possiate uscire da questa gabbia, se non l’avete già fatto. Perché è possibile! Un abbraccio

    • Lucia dice

      Mi piacerebbe sapere “come avete fatto” se ti va di condividere qualcosa della vostra storia. Grazie, in ogni caso, e buona giornata!

      • Anna dice

        Non ho capito se ti rivolgi a me! Comunque… è da poco che ho accettato di essere quello che sono, e già la cosa in sé mi ha dato una grande serenità. È stata una liberazione e mi ha aperto un mondo ignoto! Insomma, il primo passo credo sia aprire la gabbia nella quale ci rinchiudiamo da soli. Poi, sto facendo grandi passi avanti (per i miei standard!), rivelandolo quando mi pare ci siano le condizioni, oppure semplicemente lasciandolo capire. Infine sto corteggiando con una certa tenacia una donna, cosa inaudita! E anche questa è una cosa liberatoria, indipendentemente da come andrà a finire. Insomma, step by step le cose cambiano 😀

        • Lucia dice

          Sì, il commento era per te. Grazie per la tua risposta. Hai ragione quando parli di gabbia autocostruita. La mia vita è cambiata quando ho iniziato a domandarmi se più in là, il giorno dopo, non ci fosse davvero qualcosa di meglio per me. Ovviamente la risposta era affermativa, e con tanto coraggio e sincerità, imparo giorno dopo giorno a vivere la vita che ho, i doni che ho, e non qualcos’altro. In bocca al lupo con la tipa comunque 😆

  3. Anna dice

    Io credo che il cambiamento debba sempre essere a partire da noi stessi e in primo luogo per noi stessi. Finché non ci sono chiarezza e consapevolezza, è inutile rivolgerci agli altri. Per questo procedo piano…. non sento l’esigenza di gridare al mondo che sono lesbica. Seguo i miei tempi, e vedo che funziona. Anche io ti faccio un grande in bocca al lupo per la tua vita!

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