Mese: febbraio 2016

La mia vita a livelli: mi sembra di essere finita in Inception

Non so se avete mai visto il film Inception.  In breve è la storia di gente che si addormenta a comando e fai dei sogni uno dentro l’altro, trovandosi a vivere in scenari completamente diversi creati dal subconscio. Una matriosca onirica. Una roba che io non sarei riuscita a immaginare nemmeno a vent’anni dopo una sbronza epica di quelle che ti svegli nel tuo letto il giorno dopo e non ricordi come ci sei finita (peggio è quando ti svegli nel letto di nonsaichi e non ricordi non solo come ci sei finita, ma nemmeno cosa sia successo). In breve. Dopo la separazione da Nina, mi è capitato questo lavoro a Milano e adesso vivo lì durante i giorni lavorativi e scendo a Mordor quasi tutti i fine settimana. Ovviamente non ho ancora traslocato per mancanza di tempo e quindi mi sto appoggiando in quella che era casa nostra. Il risultato è che vivo questi giorni a Mordor risucchiata nella vita che era mia fino a un mese fa: con Nina, i bambini, il cane e le pecore. …

“Ti giuro l’amore, ma non l’eterna fedeltà”. [Unioni Civili: che bella cagata]

Crescendo ho imparato che ogni evento negativo può essere trasformato in un’opportunità. Che quello che ti fa male ti fortifica, ti stronzifica. Insomma, dai, cresci e diventi la bellissima persona squilibrata che sei. Quella che si compra le bolle di sapone, perché il mondo è troppo grigio per essere guardato senza filtri. Tipo che pesti una cacca per la strada e non devi pensare che avevi i sandali e stavi andando ad un appuntamento, ma solo che la fortuna ha scelto te e sei stato baciato dalla sorte. Se poi ti olezzano i piedini di sterco di canide poco importa. Tipo che se prendi un brutto voto ad un esame, vieni licenziato o la tua azienda chiude dopo 3 mesi non devi sdraiarti sulle rotaie, no, devi essere grato per questo immenso insegnamento. Respira, il fallimento non esiste. È solo questione di prospettiva. Prova a spiegare al direttore della filiale che non puoi pagare il mutuo, ma non è il caso di farne un dramma: stai offrendo alla Banca la possibilità di comprendere che il …

E i bambini? (Riflessioni random su genitorialità e diritti calpestati)

Mi sto ambientando bene nella mia nuova vita, meno al fatto di non vedere i bambini tutti i giorni. Non mi basta sentirli su skype perché, come dice Brita, ci possiamo vedere e sentire ma non ci possiamo abbracciare. Gli abbracci mancano. La pelle, l’odore, il fruscio dei capelli sulle guance e le il naso contro naso sono assenze dense di rumore. Ovviamente non è tutto. Ariele è in settimana bianca e il primo giorno si è spalmato sulle piste fratturandosi il polso. Niente di che, per fortuna. Solo una seccatura, per lui, che si aggiunge al fatto che io non ci sono e non posso prendermi cura di lui. In questi giorni, però, non faccio che ripetermi che io sono fortunata. Che i miei figli sono fortunati. E che sì, siamo dei privilegiati. Perché qualsiasi cosa accada i miei figli hanno due genitori che hanno pari diritti e doveri nei loro confronti. Non riesco a credere che, nonostante la massiccia partecipazione popolare, nei giochi di Palazzo alla fine stia prevalendo la meschinità di una …

Quando mamma lavora “fuori” e si trasforma nello studente fuori sede imbruttito

La mia vita è stata travolta dal cambiamento in ogni sua forma. In questo momento sto scrivendo appollaiata sul divano della casa in affitto a Milano. Questo vuol dire che i miei figli li vedo nel fine settimana. Per me, che sono sempre stata una mamma ad alto contatto, non è cosa da poco. Io, che ho portato Brita nella fascia fino a 2 anni e ho scelto la libera professione per aver maggior tempo da dedicare ai miei figli, di fronte ad un’opportunità professionale importante ho scelto di cambiare città. Questa è la realtà nuda e cruda. Ora devo capire come pormi di fronte a una vita nuova sotto ogni punto di vista. Posso farmi prendere dal panico del vuoto sotto i piedi, del non avere più nessuna certezza o riferimento affettivo e ambientale, piangere sulle macerie di quel che è andato perso e di quello che mi lascio alle spalle, farmi mordere le viscere dai se e dalla nostalgia. L’assenza non è un vuoto, è densa e preme sulle pareti del cuore che ogni tanto saltano …

“Quando due lesbiche si lasciano”: un excursus sulla filosofia dell’Esticazzi

L’amore è eterno finché dura, diceva un tale con un nome da Bacio Perugina andato a male. E in effetti non si può che dargli ragione. Dopo la mia separazione ho affrontato diverse fasi, ognuna delle quali era contraddistinta da un mood diverso. Quando una storia finisce ci sono due strade: l’alcolismo o la rinascita. Sto provando la seconda, mi pare almeno più economica. Fase 1 Mi tasto se ci sono È la fase d’esordio, quella in cui ti arriva la mazzata nelle gengive e non capisci niente. Vivi in una realtà ovattata in cui ti sembra che tutti parlino il balenese (se non sapete cos’è, correte a guardarvi Nemo) e non realizzi che cosa ti stia capitando. Inciampi in foto che Facebook ti sbatte con sicumera sotto il naso, in ricordi, in frasi a mezza bocca e nelle facce basite della gente che non sa cosa dire e assume l’espressione di Doris (io ve l’avevo detto di guardare Nemo).  In questa fase hai bisogno di toccarti (non in senso pornografico, zozzoni) anche solo per capire che …

Scene di quotidiana follia: più che una mamma, una scheggia impazzita

Questo non è un post. O almeno non lo è nella sacra teoria del web writing, potete leggerlo sulla tazza del cesso, in coda al supermercato, nel letto. Potete anche leggerlo a pezzi, o leggerlo al contrario, ma il rischio è che poi sentiate la voce di Formigoni che vi dà delle checce isteriche. Potete fare di questo post quello che il raffreddore fa coi fazzoletti di carta e soffiarvici il naso. Tanto è solo la materializzazione online di una – delle tante – giornate deliranti. Due giorni fa avevo un appuntamento a Milano. Presto, ma non abbastanza da evitare la gente che puzza di brodino già alle 11 e riempe la metropolitana di un odore acre e asfittico che ricorda la mensa universitaria. Quel misto di soffritto rancido e muffa che si arrampica su per il naso e ti fa desiderare un rapido soffocamento all’interno della sciarpa. Finisco l’appuntamento e mi precipito a riprendere la metro. Inserisco il bancomat per acquistare i biglietti e digito più volte il codice dell’allarme di casa. Dopo un numero di …

Monologo di una matita

Scrivo per far scappare le frustrazioni. Per stendere del balsamo sui graffi che il tempo mi lascia addosso passando, come fossi un disco abraso da un giradischi poco cortese. Scrivo per non sentire che la melodia è diventata un gracidio incessante di pensieri smangiucchiati e sputati alla rinfusa. Scrivo perché l’angoscia dell’ignoto mi crea un vuoto allo stomaco, una vertigine che mi risucchia all’interno di me stessa, impedendomi di vedere la luce. Scrivo perché le matasse aggrovigliate si dipanino tutte insieme e mi permettano di riprendere fiato. Scrivo perché è una mano tesa alla me stessa che arranca, inciampa e a volte non ha la forza di rialzarsi. Scrivo perché non ho certezze, ma solo una lunga lista di domande che mi arpionano la gola con i punti interrogativi. Scrivo perché la memoria è un’amica bugiarda che cambia sembianza per compiacermi e le mie verità sono solo riflessi di specchi incrinati. Scrivo perché anche il sorriso ha un prezzo. E la macchinetta non dà il resto.

La StepChild Adoption serve a proteggere i bambini. La storia di Elena e Sofia.

Elena ha 14 mesi. E ha due mamme. Ma solo quella biologica viene riconosciuta dalla legge italiana. Un giorno le sue mamme si lasciano. E la sua mamma non biologica da quel giorno non vuole più saperne di lei. Sparisce nel nulla. Mai una visita, mai una telefonata, mai un aiuto economico. Elena perde un genitore. Lo Stato  non interviene. Sofia ha 8 anni. E ha due mamme. Ma solo quella biologica viene riconosciuta dalla legge italiana. Un giorno le sue mamme si lasciano. E la sua mamma biologica decide di non farle più vedere l’altra mamma. Nega le visite, le telefonate e qualsiasi tipo di contatto. Sofia perde un genitore. La Stato non interviene. Di questi casi ce ne sono tantissimi. Perché negando i diritti a un genitore si negano automaticamente anche i doveri. E a farne le spese sono, come sempre, proprio i bambini. La genitorialità omosessuale non è né migliore né peggiore di quella eterosessuale, anche detta “tradizionale” (e da antropologa ogni volta che sento questa definizione mi assale l’orticaria). Ci sono genitori …

La mia è ipersensibilità, non un’altra figura di merda (forse)

L’altro giorno sono andata a prendere Brita a scuola. Puntale, per giunta,  grazie alle 25 sveglie sul cellulare. Mi viene incontro trascinando i piedi e l’aria contrita di chi percorre il miglio verde. La bocca piegata all’ingiù di chi trattiene a stento le lacrime. Brita, è successo qualcosa? Hai avuto qualche problema? Sì, insomma, di solito mi corri incontro tutta festante…(modalità mamma paronoica) No, mamma, cioè sì…Però non ti offendi se te lo racconto? Ma no, amore puccettoso della mamma, ti pare che mi offendo? Puoi dire tutto alla mamma! (modalità mamma assertiva che cerca di coprire la modalità mamma paranoica) Va beeneeeee. Allora, promesso che non ti offendi? Ma certo, tesorino amoroso della mamma (modalità mamma che si agita e…vedi sopra) Allora, oggi S. mi ha preso in giro per causa tua…cioè, per come sei tu. Ecco, insomma… Amore, non devi permettere a nessuno di prenderti in giro. Ognuno è come è. E soprattutto nessuno deve prenderti in giro perché la tua mamma è lesbica. Non c’è niente di male, sai? C’è chi nasce …