Nuda veritas
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La zona comfort e la storia del divano di mia nonna

Mia nonna è morta 4 anni fa, a un’età di tutto rispetto e con un numero sufficiente di rughe a testimoniare il passaggio di gioie e dolori.

Mia nonna era una tipa energica, che da brava toscana cresciuta nel sole dei vigneti, comunicava il suo volere insindacabile a volumi folli, come se le persone fossero distanti acri di terra da lei mentre, al contrario, i poveri malcapitati erano seduti al suo stesso tavolo. Dirigeva la sua casa e la sua famiglia con un cipiglio marziale che le avevano fatto acquisire il titolo di Duce, sebbene per mia nonna la politica fosse solo la distrazione di chi aveva tempo da perdere. Che alle zucchine, nel campo, fottesega di chi ha vinto le elezioni.

Mia nonna era attaccata alle sue cose, come tutte le persone anziane. Credeva con ferma e inossidabile certezza che nulla fosse sostituibile, che niente fosse migliorabile e che la vita si perpetuasse immutabile nei secoli. Gli oggetti da cucina, così come i vestiti o i mobili, venivano riparati, aggiustati, pitturati ogni primavera e portavano le tracce del tempo con un certo orgoglio battagliero e più strati di vernice sbollata.

Mia nonna aveva un salotto. Che però veniva aperto, come la sala di un museo privato, solo durante le festività o le visite importanti. A noi bambini era severamente vietato entrarci, e per impedircelo lei teneva la chiave nascosta nella tasca di un grembiule. Ma quando lei era impegnata nei campi e potevo contare su una quantità di tempo ragionevole per agire indisturbata, frugavo nella tasca e infrangevo il divieto introducendomi furtivamente nel luogo proibito.

Passavo un tempo infinito ad osservare i ninnoli assurdi, i tappeti consunti, gli animali impagliati, i quadri di nature morte e ad annusare l’odore di vita sospesa e polvere che s’infilava di prepotenza nelle narici. Spesso mi mettevo a leggere sul sacro divano che non si usava mai. Aveva dei cuscini tondi ricamati all’uncinetto e la comodità di una panchina di cemento. Era impossibile starci seduti per più di 10 minuti senza perdere la sensibilità alle gambe. Sono quasi certa che nelle notti di luna piena uccidesse chi osava avvicinarsi. Ma per me era una tentazione irresistibile.

Un giorno il divano si ruppe. Fu un dramma senza clamore. Fu trovato piegato in due. Colpito e affondato al cuore dal tempo. Fu buttato, solo perché aggiustarlo significava pagare un prezzo ingiusto per l’uso che se ne faceva. Venne sostituito con il nostro divano che giaceva silente in soffitta, dopo essere stato escluso dalla vita familiare in seguito all’ultimo trasloco.

Prima con un certo riserbo, poi sempre più spesso, mia nonna aveva iniziato ad aprire il salotto e a sdraiarsi sul divano dopo pranzo per dormicchiare e prima di cena a ricamare e a lavorare a maglia. Il punto di non ritorno è stato quando si è fatta portare lì anche la televisione.

Il salotto aveva iniziato ad essere vissuto, i ninnoli spostati sulla credenza e il tavolo reso agibile per fare merenda e bere il caffè. Ricordo che pochi anni fa, mentre guardavamo Jessica Fletcher, mia nonna ha abbassato l’audio e mi ha detto (urlando come sempre, però)

– Ma lo sai che questo divano è davvero comodo? L’avessi saputo prima l’avrei buttato via quel troiaio! [ndr.Dicesi troiaio oggetto malmesso, brutto, o mal funzionante]

Perché ho raccontato questa storia? Mi è venuta in mente stanotte a proposito della difficoltà che abbiamo nell’abbandonare il noto per l’ignoto. Ci affezioniamo alla zona comfort, anche se di confortevole c’è solo il nome.  Spesso ci accontentiamo di farci anestetizzare le gambe – e il cuore – solo per la paura di voltare pagina. O di cambiare divano, che alla fine è la stessa menata. Stiamo scomodi, ma siamo abituati a starci e questo ci basta per procrastinare la decisione della svolta. Abbiamo bisogno di certezza, quando l’unica cosa davvero in grado di renderci vivi è assumerci il rischio di provare ad essere felici.

Anche se a volte c’è da buttare via il divano vecchio.

zona comfort

41 Commenti

  1. facciamo fatica a ricordarci che esiste un mondo, oltre le colonne d’Ercole. Non ci ricordiamo che è meglio l’avventura, l’Odissea, che marcire di noia.

  2. Dio… leggere il tuo post, e aver ancora un segno, che sto son sul sentiero dell’abbandono della (mia) zona confort…

    PS: miica ci avevavo avvisato che sarebbe stato così complicato (a volte) vivere

  3. ericagazzoldi dice

    Io ho sempre esecrato la fissazione opposta: quella di cambiare e ribaltare tutto (dal divano alla politica internazionale) ogni cinque minuti, in base alla convinzione assoluta che NON VADA PIU’ BENE PER NESSUNO. Un grandissimo spreco di energie e – soprattutto – disprezzo di ciò che la vita ci ha donato. 😉
    Tornando al divano: il fatto che tua nonna non sentisse bisogno di cambiarlo (se ho capito bene) era segno della sua salute e del suo dinamismo. Non lo usava quasi mai… ergo, perché spendere tempo e denaro a sostituirlo? Il divano comodo è diventato necessario… nel momento in cui lei ha avuto più bisogno di riposo. Il che non è mai buon segno. Così va anche il resto del mondo: quando le persone “non vogliono cambiare”, è perché non ne vale la pena e stanno già bene. E direi che quei periodi di “immobilità” vanno goduti fino in fondo… perché la vita ne regala pochi.

  4. Io e la mia compagna abbiamo deciso dilasciare la nostra zona comfort e lanciarci nell’ignoto! (ah, ti avevo promesso aggiornamenti: sono incinta! 🙂 )

  5. Federica dice

    Grazie, ne avevo bisogno.
    È davvero la descrizione del mio stato attuale. Che bel regalo leggerti.

  6. Giada dice

    Spesso ci accontentiamo di farci anestetizzare le gambe – e il cuore – solo per la paura di voltare pagina….

    Grazie Vero…di cuore…la paura dell’ignoto è deleteria…

  7. Valentina dice

    ho sempre sospettato che la notte fosse il momento più denso di riflessioni. Hai ragione su tutta la linea. Ma è difficile alzarsi da quel divano, C’è sempre il timore che farlo possa non essere la mossa giusta, il timore di non essere certi di quel che si sente e, dunque, non mettersi in gioco.

  8. Sembra la descrizione di mia nonna ahahah 😀

    Io posso dire che il mio divano è racchiuso nella valigia, anche se ci vuole un valigione per contenerlo 🙂

    La zona comfort va bene nel momento del bisogno, quando non serve allora bisogna fare un respirone e buttarsi nella mischia, ovviamente cercando di godere il più possibile di quante più cose che i “due mondi” offrono 😉

    Perché “l’unica cosa davvero in grado di renderci vivi, è assumerci il rischio di provare ad essere felici”, e io questo rischio me lo assumo tutto 🙂

    Buona giornata :*

  9. Martina dice

    Grazie, che meraviglioso messaggio di vita! Era quello che oggi avevo bisogno di sentirmi dire!

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