Mese: agosto 2015

Un attimo di respiro

È arrivato il momento. No, non espatrio, non mi sposo e non devo partorire. Stacco la spina, stacco dai pensieri ossessivi, stacco dal lavoro e dal mio ambiente. Semplicemente, stacco. Dopo un anno intenso, difficile, sicuramente di crescita ma anche di scossoni emotivi, mi prendo 15 giorni di ferie. Esticazzi, mi direte. Eccerto, vi rispondo. Ma per chi lavora online staccare del tutto dal lavoro è veramente impossibile. Il blog non andrà in vacanza, perché è la mia coperta di Linus e ho deciso che mi seguirà lungo le tappe di questo viaggio. Porto con me il pc, diversi libri che aspettano placidi sparsi per casa, il moleskine e la voglia di tornare migliore di quando sono partita. Ho bisogno di rimettere insieme un po’ di pezzi, far prender aria ai mostri del vaso e sentire il vento che mi pettina i pensieri. A presto.

Storia di un amore di schiuma e schegge di sole

Sedette sulla sabbia. Come sempre, per ancorare i pensieri, conficcò le mani tra i granelli e strinse i pugni fino a sentirli scivolare silenziosi e veloci tra le dita. Fissava il mare. Ne ascoltava il respiro lento. Le onde s’increspavano e poi si stendevano placide ai suoi piedi. Il suo cuore seguiva quel ritmo. Meno un battito. Quello era rimasto tra le mani di lei, quella notte in cui si erano frugate l’anima e i respiri si erano intrecciati. La sua vita, dopo quella notte, era tornata quella di sempre. Ma c’era questo battito in meno, quest’assenza conficcata nel petto che impediva il respiro. A volte doveva fermarsi e solo il ricordo di quella notte ancorava il suo presente. Si alzò in piedi. Col suo cuore senza un battito. Fissò l’orizzonte. Cercando nella vastità di ricordare i suoi occhi. Lasciò che l’aria di mare si mescolasse al fiato che si spaccava in gola. Inseguendo le tracce del  suo profumo. Iniziò a camminare lentamente. Fissando le squame di sole che si rincorrevano sulla superficie marina. Sentiva l’acqua salire e …

Ma dove si trovano le lesbiche? Prontuario di sopravvivenza online

Spesso mi capita di ricevere email e messaggi privati di donne –  lesbiche tardive – che non sanno come fare per conoscere altre lesbiche. E che magari, come me, vivono ai confini delle terre di Mordor. Per dire, asciughiamo i panni sotto l’occhio di Sauron e non serve nemmeno stirarli. Vivere in un posto dimenticato dal genere umano non è esattamente una figata. Soprattutto se sei omosessuale e vuoi conoscere “qualcuna come te”. In campagna e in periferia, il massimo dell’evento cui tu possa ambire è la sagra della porchetta lardellata. Di feste LGBT neanche l’ombra. E non se ne parla nemmeno di serate a tema, proiezioni cinematografiche, vernissage, discussioni letterarie. Nulla. Il vuoto. E così internet diventa il miglior alleato per uscire dall’isolamento. Da un denso scambio di commenti su facebook* è emersa una vera e propria guida per lesbiche online. [Non ho usato il termine “digitali” perché poi lo so io, come va a finire. Maligne]. #1 Facebook e i suoi settordicimila gruppi vanno bene, ma devi usarli con cautela e circospezione perché si tende a strafare …

Innamorarsi è come prendere una stella. In piena fronte.

Hai la tua famiglia. Né buona. Né cattiva. Hai la tua casa. Né brutta. Né bella. Hai le tue abitudini. Né noiose, né entusiasmanti. Hai le tue certezze. Né granitiche. Né effimere. Tutto ha un suo senso. Tutto ha una sua logica. E tu ti adagi. Respiri quell’odore che sa di caffè e di sogni condivisi. Ti rilassi sulle corde di un’amaca avvolgente che ti abbraccia e ti ripara dal caos dell’universo. Come quando eri piccola e le coperte ti proteggevano dal temporale fuori e dai mostri sotto il letto. Ti senti al sicuro. In quell’armatura quotidiana. In quel sorriso di chi al mattino ti prepara il caffè e ti ricorda il tuo posto nel mondo, trovi le radici della tua sicurezza. Poi qualcosa si rompe. Il caffè sa di stantio. L’amaca è scomoda e ti buca le ossa dei fianchi. La coperta ti punge come il maglione che tua nonna t’insaccava a forza nei pomeriggi d’inverno. Un sorriso, un profumo, una parola, una melodia. Non lo sai com’è capitato. Non lo sai come ti …

La maternità è sopravvalutata. Parola di mamma.

Adesso basta. Ve lo buco questo elogio sperticato della maternità. E ve lo buco proprio perché sono una mamma. Sono una mamma. Ma anche un’incredibile polemica, una curiosa appassionata, una lettrice instancabile, una collezionista di sogni, una caffeinomane, una cinica necessitata, una piangiona improvvisa, una cuoca versatile, un’amante delle passeggiate sul fiume. Sì, potrei annoiarvi ore ed ore spiegandovi che io non sono solo una mamma. La mia vita è piena di molte altre sfumature e modi di essere. Mi ha sempre dato fastidio essere identificata solo come “la mamma di X”. Come se il parto ti rendesse un corpo unico con l’essere che hai messo al mondo. Mi fanno paura le simbiosi e detesto le fusioni. Solo nella somma dell’individualità si apprezza la complessità dell’essere. Non è l’appiattimento, la chiave della felicità. E se questo vale in ogni relazione, vale ancor di più in quella genitoriale. E poi c’è quest’idea serpeggiante che solo la maternità possa completare una donna. Conosco schiere di mamme infelici che combattono quotidianamente col senso di colpa, divise tra l’amore che …

Nessuno è al sicuro. L’aggressione di Genova e la manifestazione.

Ieri sono stata a Genova alla manifestazione organizzata dalle associazioni LGBT dopo il terribile episodio di omofobia ai danni di un eterosessuale. No, non ho un picco glicemico a causa dell’ottima focaccia locale. Avete letto bene. Ad essere stato aggredito è stato un ragazzo etero, scambiato per omosessuale e pestato fino ad essere ridotto in fin di vita, perché il suo abbigliamento risultava “da gay”. Ad aggravare la situazione, la vigliacca omissione di soccorso da parte dell’autista dell’autobus che non è intervenuto a fermare l’aggressione ed ha dichiarato:”Mio nonno mi ha insegnato a farmi gli affari miei”. Personalmente non ho ancora deciso se mi schifa di più il fatto che una persona sia stata quasi uccisa perché il suo abbigliamento lo “faceva sembrare gay” o il conducente che ha assistito al pestaggio senza muovere un dito. In Italia non esiste l’aggravante di reato di omofobia. E questo è ciò che ne deriva. Per fortuna, almeno, esiste l’omissione di soccorso. Una magra consolazione per un ragazzo che è ancora in coma farmacologico. E per la società. …

“Donna al volante”: un bignami di stereotipi

Mio padre è un pilota. Sono cresciuta praticamente a bordo di qualsivoglia aggeggio volante e la mia passione per i motori risale all’epoca del primo dentino. Una delle mie foto preferite è quella in cui indosso il casco da volo di mio padre e il suo fazzoletto giallo. A 16 anni mi vestivo con i pantaloni da volo e i rayban aviator di papà. [Sì, anche io da brava lesbica – seppur inconsapevole, all’epoca – ho avuto la fase “voglio essere Tom Cruise”]. A 17 mi sono scoperta miope e addio sogno di fare il pilota e rimorchiare bionde stratosferiche. Ma la passione non è passata. Da bambina andavo con papà a vedere i rally in montagna e, appena avevo l’occasione, salivo sulle moto di tutti. Ero la gioia dei miei amici. A guidare la macchina ho imparato subito ed è tutt’oggi una delle azioni che mi rilassa maggiormente. Non come farmi massaggiare in una SPA, però. E nemmeno come mangiare la pizza, a dire il vero. Comunque. Sono quella che si offre volontaria per guidare in …

Un’altra orfana. E la colpa è vostra, omofobi e bigotti.

Miriam ha otto anni. E come tutte le bambine di otto anni dovrebbe pensare a giocare, a fare i compiti, a fare i capricci e a farsi coccolare quando torna da scuola o si sente male. Miriam ha una mamma che l’ha voluta fortemente e si è presa cura di lei da quando è stata concepita. E ne aveva anche un’altra, di mamma. La sua madre biologica si è ammalata di cancro quando Miriam aveva solo 3 anni. E ha lottato, tanto, la sua mamma. Con la forza e la disperazione di chi vorrebbe vedere sua figlia crescere, metterle le candeline sulla torta, aspettarla quando rientra la sera e vederla spiccare il volo. E invece è morta. Lasciando sua figlia in un vuoto di dolore senza nome e senza nessuna tutela, perché l’altra mamma, per questo paese assurdo, non esiste. Sua madre è meno di qualsiasi altro estraneo che vaghi su questa terra. Miriam ha otto anni. E in un solo momento è rimasta orfana di entrambi i genitori. Perché solo il buon senso di un giudice, che …