Nuda veritas
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Di quando faccio coming out in aula

Una precisazione doverosa: non è che io abbia l’abitudine di presentarmi in classe esordendo con un Buongiorno a tutti, sono Veronica Barsotti – e sono lesbica; preferisco puntare su altre informazioni, tipo il contenuto delle lezioni e le competenze che si possono acquisire seguendo un corso di comunicazione digitale. Al massimo faccio un commento sul meteo o sul traffico.

Proprio come succede – guarda caso – nel mondo etero. Non mi è mai capitato di chiamare il caldaista e ricevere la sua stretta di mano accompagnata da un Piacere, sono Gianni e sono etero. Non credo ci sia qualcuno che gironzola per il mondo e si presenta declinando le proprie preferenze affettive e sessuali. Sappiatelo.

Quando sono in aula – trovandomi ad insegnare blogging, social media e quelle robe lì digitali – è quasi inevitabile che gli allievi trovino i miei account, mi chiedano l’amicizia su facebook, mi seguano su twitter, instagram, pinterest, tumblr e la qualunque con scappellamento a destra. Fortunatamente vivo nella vita virtuale con la stessa trasparenza che ho nella vita reale. L’unica differenza è che nella vita offline non riesco a nascondere i famosi 10 chili che ho preso da quando vivo con Nina. Se qualcuno sa come si applicano i filtri di instagram nella vita reale mi telefoni ore pasti.

Dopo avermi “scovata”, inevitabilmente gli allievi iniziano a scorrere gli articoli del blog, le foto e iniziano le prime domande. Generalmente tutti la prendono larga:

– Ma quindi lei ha dei figli?…

– Sì, due miei e un’altra acquisita

– Ah, quindi è divorziata e ha un nuovo compagno?…

– No, per ora sono solo separata e ho una compagna che ha una figlia

E da qui in poi seguono 5 minuti di riassunto del blog: perché ho deciso di scrivere un blog sulla mia storia e la mia famiglia, quando come perché mi sono accorta che mi piacevano le donne, come l’hanno presa i miei figli, il mio ex marito, i miei genitori, il topo, l’elefante per poi finire a commentare la mia collezione di unicorni kitsch e la mia ossessione per il colore viola.

Nessun allievo è mai svenuto, nessuno è scappato dall’aula urlando e nessuno ha chiamato il Telefono Omofobo, perché alle persone di buon senso, in definitiva, cosa dovrebbe importare dell’orientamento affettivo e sessuale di un docente? Al massimo i più audaci mi hanno chiesto di scriverci un libro.

Non è necessario girare con un manifesto appeso alla schiena o aggiungere la dicitura omosessuale nel biglietto da visita, ma sono sempre più convinta che vivendo allo scoperto, senza nascondersi – semplicemente essendo se stessi – anche le persone più riluttanti e convinte che l’omosessualità sia un handicap, alla fine riescano a superare le proprie convinzioni.

Poi, qualche bischero rimarrà sempre, quelli mica si estinguono (purtroppo). Ma vivere la propria vita senza preoccuparsi dell’opinione altrui non è solo propedeutico all’abbattimento dei pregiudizi, ma anche un viatico per la propria serenità personale.

Io ogni volta che mi capita di fare coming out mi sento come quando mi levo gli scarponi da sci dopo una giornata sulle piste o come quando faccio la pipì dopo averla trattenuta per 4 ore. Un senso di felicità che (forse) neppure il caffè più buon del mondo può eguagliare.

giphy

 

14 Commenti

  1. Concordo in pieno: fare coming out fa bene a noi stessi prima ancora che agli altri. Ti fa sentire più leggero e ti fa capire che alla fine, nonostante i millanta problemi che ancora restano in materia di diritti civili, la società non è sempre così chiusa come potrebbe sembrare. Tutto sta nel far capire agli altri che gli omosessuali non hanno 3 teste. Ci piacerebbe tanto, ma non è così! 😉
    Grazie come sempre della condivisione! Buona giornata! =)

  2. Questo vuol dire che anche noi followers facciamo parte delle tue lezioni? Mi è già venuta un’ansia da prestazione…….

  3. emanuela dice

    io sono convinta che ” gli altri” che ci circondano siano sempre meglio di come vengono dipinti, per generalizzazioni, su qualsiasi giornale, qualsiasi programma tv ecc.: non gli altri, tutti noi siamo molto meglio.Certo che i bischeri ci saranno sempre, ma sono gli stessi che potrebbero chiedermi, ad esempio, perchè non porto i tacchi o perchè non ho mai pensato di rifarmi le tette…..Emanuela

  4. Leggendo questo articolo ho ricordato il mio primo coming out serio che io abbia mai fatto: tra i miei amici era già risaputa la mia tendenza a non fare differenze tra i generi, ma la cosa era nata e morta lì, senza che nessun altro ne sapesse qualcosa.
    Poi, un giorno qualsiasi di scuola del terzo anno, entrò in classe la professoressa di Religione e iniziò a discutere sul mondo LGBT, facendo ben pochi commenti positivi al riguardo.
    Come immaginabile ho cercato di rispondere in modo civile e qualche mia compagna di classe sembrava appoggiare la mia tesi, ma la professoressa insisteva così tanto che quando ha detto “I gay non dovrebbero adottare” mi sono alzata dalla sedia e, in lacrime, le ho urlato che ne avevo abbastanza delle sue parole e le ho detto della mia bisessualità.
    In quell’istante ero davvero terrorizzata, perché vedevo i miei compagni di classe voltati nella mia direzione muti come sconvolti dalla notizia… E credevo da allora mi avrebbero emarginato, invece a distanza di due anni (adesso sono finalmente al quinto, ho diciotto anni) nessuno di loro sembra infastidito dalla cosa, anche chi inizialmente tentava di starmi alla larga; anzi, molti scherzano sulla mia bisessualità trattandomi proprio come se non faccia alcuna differenza il mio orientamento.
    Lo so, ho scritto un sacco, ma questo è per dire che sono d’accordo con te: il coming out è liberatorio sul serio, e adesso mancano all’appello solo i miei familiari.

  5. Sandra dice

    Non so, dire cose personali a sconosciuti sinceramente non mi esalta; alla fine si rischia di fare di questo lato della personalità una bandiera, quasi un marchio. Vivere nascosti no, ma io personalmente preferisco un certo riserbo.

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