Nuda veritas
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Ma quanti siete in questa casa?!

Da piccola amavo il nascondino. L’idea di perdermi in mezzo a tanta gente ed essere poi ritrovata, mi dava la percezione di trovarmi sempre in compagnia, lasciandomi però la sensazione di godere del dono dell’invisibilità.

In questa nuova dimensione familiare sono riuscita a ricreare la stessa atmosfera. La casa dove abitiamo è molto vecchia. Le stanze si rinconcorrono e si intersecano su corridoi, falsi piani e scale. Pur vivendoci in cinque riusciamo a ricavarci delle nicchie di silenzio e d’intimità. Quasi sempre.

La nostra casa ci rappresenta. È un circo domestico. Sul palcoscenico del salotto si svolgono diverse situazioni che passano dal buffo, al comico, al semi tragico. I bambini amano trascorre lì i momenti condivisi. Spesso il tappeto all’ingresso diventa l’arena di lotte di solletico all’ultima risata o il ring di zuffe all’ultima lacrima. Stiamo valutando di inserire un distributore automatico di pop corn e uno di noccioline.

La nostra casa è un via vai di volti, sorrisi e caffè. A tutte le ore del giorno ci sono amici di passaggio, parenti, vicini di casa e amici dei bambini. A volte mi capita di affacciarmi dalla porta dello studio e dovermi presentare a qualche nuovo ragazzino, che passava di lì in bici e si è fermato a fare merenda. Perché si sa, “le mamme” (così ci chiamano in zona) sono delle merendere di eccellenza, ed ormai la voce si è diffusa in tutto il paese.

Anche Giuseppe spesso orbita nei paraggi della nostra cucina. Spesso mangia insieme a noi, aiuta i bambini a fare i compiti e rimane con loro se io e Nina non ci siamo.

Questa nostra realtà di famiglia espansa, però, non è nota a tutti i nuovi arrivati.

Ieri sera la scenetta serale è stata la seguente:

Ore 18,30. Sono in camera di Brita a fare un puzzle (attività in cui peraltro sono negata) e sento suonare alla porta. Non mi scompongo, sapendo che Nina è al pianterreno.

Dal basso sento provenire la voce di Giuseppe che è passato a portare la giacca che Ariele aveva abbandonato, triste e solitaria, nello spogliatoio della piscina. Dalla camera accanto la musica a palla con le canzoni dei cartoni animati degli anni ’80 e le risate folli di Ita ed una sua amica (qualcuno ha mai misurato i decibel emessi da un duo di decenni chiuse in camera a giocare? Secondo me superano la barriera del suono). Dal piano di sopra nessun rumore. Ariele e la sua amica stanno studiando per l’interrogazione di scienze del giorno dopo. Giuseppe dal salotto urla ad Ariele di scendere per prendere la giacca e gli chiede se ha bisogno di aiuto per studiare. Lui gli risponde (urlando) dalle scale.

In pochi secondi la scena si trasforma.

Mentre Ariele e la sua amica scendono (sempre urlando), Nina mi chiama (urlando pure lei) perché si è rotta una bottiglia di olio in cucina e mi chiede di portarle il secchio con il mocio. Esco dalla camera seguita da Brita.

Attirate dal casino infernale, escono dalla loro tana anche Ita e la sua amica, il tutto continuando a ridere a volumi degni di un concerto della Carrà negli anni di fulgore.

Ci ritroviamo tutti al piano di sotto, nell’istante in cui mi metto a sbraitare “che palle, in questa casa ce n’è sempre una, vorrei darvi tutti in pasto ai leoni“, suona la porta. Sono il papà e il fratello dell’amica di Ita venuti a salvarla. Il tempo di starnutire e il campanello trilla di nuovo. Contemporaneamente entrano la mamma dell’amica di Ariele e la nostra vicina di casa.

Bene. Avete tenuto il conto di quanta gente c’è in salotto? Nemmeno io. Quello che so è che non riesco neppure a raggiungere il divano per mettere al riparo la mia borsa dalle chiappe dei 24 bambini che ci stanno saltando sopra. Mentre afferro al balzo una ciabatta volante con i riflessi del miglior cane della terra, noto il padre dell’amica di Ita abbastanza smarrito.

Cerca di ricostruire le cerchie familiari, ma evidentemente il numero dei presenti adulti in rapporto a quello dei bambini lo spiazza. Il suo sguardo si muove nervoso su quella folla urlante che abita la zona giorno.

Io e Nina cerchiamo di sostenere una conversazione con il pover uomo, ma a mala pena le nostre voci riescono a superare il casino terrificante prodotto dalle pesti che approfittano del momento di caos per offrire agli astanti il meglio del loro peggio.

Il povero malcapitato alla fine non resiste e prima di battere in ritirata invocando il diritto all’udito si gira sulla soglia di casa e ci domanda:

Scusate, ma qui, in quanti ci vivete?

Non abbiamo fatto in tempo a rispondere. La macchina era già partita sgommando sul vialetto.

in quanti vivete in questa casa

26 Commenti

  1. Ahahaha, grande Veronica. A me quel casino imprevedibile piace, mi rassicura quasi, tant’è che qui la metà dei vicini non mi salutano manco più tanto è il bordello che esce dalle mie 4 mura ad ogni ora del giorno e della notte. Io credo che per i bimbi sia bellissimo.

  2. … e come spesso accade, è cinque minuti che rido 😀
    Non è che rido delle disgrazie, è che racconti in modo talmente comico…scusa 🙂

  3. ericagazzoldi dice

    Mi stupisco sempre meno del tuo abuso di caffè. 😉 Pensa che io sognerei una pacifica e spaziosa casa-biblioteca… xD Ma, con tre bambini, una compagna, un ex-marito e un vicinato vivace, immagino che questo ideale sia piuttosto off-limits. Vorrà dire che avremo S. Veronica Barsotti martire… 😉 Complimenti, come sempre. <3

  4. doroty86 dice

    Oddio sei anzi, siete dei miti!!! Io non so se ce la farei ma un po’ vi invidio 😀

  5. patrizia dice

    Che meraviglia!!!!! 😀 la voglio anche io una famiglia così♡ siete MITICHE!!!!!

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