Nuda veritas
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Adattarsi al cambiamento è imparare a camminare

Scrivo questo post mentre la tizia dell’agenzia immobiliare passa allo scandaglio la mia casa.

Quella che da tre anni è la mia casa, la mia tana, la mia cuccia. C’è un senso di nudità, in tutto questo. Un sentirsi spogliati sul lettino di un dottore in attesa di una visita.

Prima di un nuovo inizio c’è sempre una fine. E i finali, a volte, fanno piangere.

Mentre rispondo distrattamente alle domande tecniche – Si, c’è il metano – No, non abbiamo l’allarme – mi passano al rallentatore milioni d’immagini.

La prima volta che sono venuta a vedere questa casa, spoglia e disabitata.

In braccio Margherita di pochi mesi e Ariele che verifica la grandezza del giardino. Il viso perplesso di mia madre –se piace a voi -I miei ex suoceri che ci danno una mano per i lavori di ristrutturazione. La pausa pranzo a mangiare un panino seduti sulle pile di mattoni. La mia ex cognata che pulisce i vetri insieme a me, mentre facciamo lo slalom tra gli scatoloni. La mia ex che mi ha aiuta a risistemare i mobili di camera mia, quando Giuseppe se n’è andato, dopo la separazione. Giuseppe, seduto sul divano che ascolta in silenzio la mia voce dirgli “sono lesbica”.

Un mare di ricordi, un oceano di passato che oggi un po’ mi affoga, mentre svogliatamente contratto il prezzo di vendita della casa.

Non sono brava con le chiusure. Non sempre riesco ad essere ironica. Questa è una di quelle volte in cui preferisco sfogarla qui, la malinconia dei non detti e delle cose che pensavo sarebbero andate diversamente.

Penso ai genitori del mio ex marito che non mi parlano praticamente più, alle mie ex cognate che non vedo da un paio d’anni, ai bambini, che ho considerato nipoti per 10 anni, e dei quali adesso ho solo notizie riportate dai miei figli.

Rivedo i primi passi di Margherita che cerca di mantenere l’equilibrio per raggiungere trionfale la libreria. Ariele intento a raccogliere rami per costruire capanne di legno nel giardino.

Quanto ricordi ci rimangono incollati alle vene. E a volte le bruciano.

Quando il tuo cambiamento implica quello delle persone che ami, è doloroso. Non riuscirei a contarle tutte, le notti passate a piangere, schiacciata dalla consapevolezza di aver fatto soffrire Giuseppe. L’angoscia di sentirmi responsabile di tutto ciò che sarebbe dovuto cambiare.

A volte mi parlano di scelte. È vero. Ho scelto io. Non di essere lesbica, ma di essere sincera. E la sincerità alla lunga paga, ma è un fardello pesante da sopportare. Mi sono sentita dentro ad un cerchio di fuoco e per passare oltre ho deciso di accettare anche le bruciature.

Per me non sarebbe stato pensabile restare immobile, sentirmi protagonista di un torneo di mosca cieca.

A volte ho pensato che non ce l’avrei mai fatta. Guardavo le vite degli altri e tutte mi sembravano migliori della sorte che mi era capitata.

Al destino si può tentare di opporsi oppure di assecondarlo cercando di vivere positivamente ciò che succede.

Ho imparato ad ascoltarmi, a volermi bene. Come per magia tutto si è allineato. Sono diventata più forte, riuscendo a farmi carico del dolore altrui senza cambiare direzione.

Prendo fiato. Nel frattempo l’agente immobiliare ha concluso la sua visita e si è chiusa la porte alle spalle.

Non so cosa mi riserverà il futuro, ma se mi guardo indietro mi sento fiera ed orgogliosa di me. Si cade tante volte prima d’imparare a camminare, l’importante è sapere di poterci riuscire.

Illustrazione by Marianna Marigo

Andrò avanti nella mia vita, qualsiasi cosa succeda. Con il mio zainetto di ricordi e il sorriso sulle labbra. Perché ad essere felici s’impara un po’ alla volta.

12 Commenti

  1. Simona D. C. dice

    Stavolta mi hai davvero stropicciato il cuore. Anche se per un motivo diverso ( ma non poi cosi tanto) anche io ho attraversato lo stesso cerchio di fuoco, portandone il fardello. Notti a pingere e giornate interminabili di sorrisi non sentiti. E una parte di me, perduta per sempre. Ma anche se mutilata divento ogni giorno un po’ più forte. Un po’ più io.
    ti abbraccio stretta stretta.

  2. Leggendo non riuscivo a trattenere i singhiozzi; sono nella stessa situazione in cui tu stavi 3 anni fa, abbiamo delle amiche in comune, tu non puoi conoscermi ma io la tua storia la conoscevo già da prima del blog; hai tirato fuori il coraggio e la forza che io non riesco ad avere, e ti ammiro molto per questo. La tua testimonianza mette in discussione la non-scelta che sto facendo, e di questo ti ringrazio infinitamente. Ovviamente consigli non te ne posso dare, ma permettimi di augurare a te e a tutti voi ogni bene, ogni meraviglia della vita, col cuore.

  3. Mi ricordo la foro della scala, era di questa casa il corrimano che stavi dipingendo???
    Sei forte veronica, in tanti sensi… ti stimo lo sai, purtroppo c’è chi rimane ferito, c’è chi si riprenderà, ma di vita una ne hai… e hai scelto te…e hai fatto bene <3

  4. Panta Rei dice

    “Al destino si può tentare di opporsi oppure di assecondarlo cercando di vivere positivamente ciò che succede.
    Ho imparato ad ascoltarmi, a volermi bene. Come per magia tutto si è allineato. Sono diventata più forte, riuscendo a farmi carico del dolore altrui senza cambiare direzione.
    Andrò avanti nella mia vita, qualsiasi cosa succeda. Con il mio zainetto di ricordi e il sorriso sulle labbra. Perché ad essere felici s’impara un po’ alla volta”
    Non so che dire!
    Bel racconto, si intravede la sofferenza che hai dovuto affrontare.
    Sei un esempio da seguire, non scherzo.
    E i vostri figli sono molto fortunati: le loro mamme hanno insegnato loro cosa vuol dire amare, cosa vuol dire essere sinceri, cosa vuol dire essere sè stessi e cosa vuol dire essere forti.
    Non potevate far loro regalo più grande!

  5. Panta Rei dice

    ahahah ben ti sta! ;o) Benvenuta nel club delle lacrimucce di chi legge il tuo meraviglioso blog :o) Non ti conosco per niente, ma ti mando un abbraccio!

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