Nuda veritas
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A volte mi sento la mamma sbagliata al momento sbagliato

– Sai Ariele, a volte sei troppo perfettino. Voglio dire,  fai spesso l’omo de casa. Sei molto bravo, certo, a svolgere i lavoretti e tutto il resto. Vai bene a scuola, sei tenero con tua sorella e sei simpatico. Però a volte un po’ troppo. Secondo me dovresti fare di più il bambino di 10 anni. Non importa essere sempre impeccabile. Insomma fai due capricci, ogni tanto, delle richieste. Sennò io mi sento inutile. E sopratutto, le cavolate che non fai ora, le farai dopo. Con tutti gli interessi. E io lo so bene. Posso garantirtelo. Insomma sii bravo, ma anche meno. Ecco.

– Cavolate, tipo? Fare un figlio a 20 anni?

Io ne sono certa. Il mio cuore, in quel momento si è perso almeno un paio di battiti. Il PANICO.

Aver messo al mondo un figlio a 22 anni non è esattamente il passaggio di una brezzolina leggera nell’esistenza. Soprattutto se ti mancano 10 esami e la tesi, vivi ancora in casa dei tuoi e il futuro padre non è certo messo meglio.

È stata dura. Durissima, a volte. Come quella volta che dalla stanchezza mi sono lavata i capelli con l’olio Johnson e sono uscita dalla doccia coi capelli di Clark Kent. O quando, durante un esame all’università, le coppette assorbi-latte si erano intrise così tanto da farmi sembrare la sorella nerd di Venus, con due dischi rotanti all’altezza delle tette.

Eppure sono ancora viva. E mi sono anche divertita. Ero più spensierata, il futuro mi sembrava lontano e sapevo che saremmo diventati grandi insieme. Il mio nanetto biondo ed io. Mi ricordo ancora quella minuscola manina che sbucava da una tutina gialla troppo grande.

E me la ricordo anche adesso, che la sua mano è molto più grande della mia.

Non potrei mai immaginare la mia vita senza di lui o senza Brita.

Crescere dei figli è impegnativo, ovvio. Ma è l’impegno più visceralmente entusiasmante che potessi assumermi.

Ecco, l’ultima cosa che vorrei è che mio figlio pensasse che non era voluto. O peggio. Che creda di essere stato un ostacolo o un problema. Il problema, semmai, era solo nella testa di qualche mia ex che mi avrebbe preferito senza figli. Come se si potessero scindere il mio essere donna e il mio essere mamma.

Ammetto che c’è stato un periodo, intorno al suo primo anno di vita e ai miei 23, che avrei desiderato averlo chiamato Erasmus. Solo per dire:

– Ciao Vero, come va? Io ho fatto l’Erasmus, una figata!

– Ciao Elisa, anche io ho fatto l’Erasmus e mi somiglia pure!

Ma di fronte alla battuta di Ariele sono rimasta muta ed immobile. A voce non sono brava. Così gli ho mandato un paio di messaggi sul telefono.

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Ho aspettato un bel po’, in attesa di ricevere una risposta. Ho ammazzato il tempo fustigando me stessa [e la mia compagna] con sensi di colpa da mamma coccodrillo. Ho immaginato che non mi avrebbe mai più risposto. Che avevo fallito come madre e che non mi avrebbe mai perdonato.

Così mi sono fatta coraggio e gli ho telefonato.

– Ari, ma ti sono arrivati i miei messaggi?

– Si, mamma.

– Ah, e perché non mi hai risposto?

– Perché stavo giocando e stavo pensando a cosa risponderti.

– E cosa stavi pensando?

– Che continuerò a fare come ho sempre fatto. Mica posso cambiare per farti piacere, no?

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Illustrazione by Marianna Marigo

Io non lo so in che quota parte mi sono sentita: cretina – fiera – sollevata.

Di sicuro mi ha dato una lezione che non dimenticherò.

E da grande vorrei proprio diventare come mio figlio.

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