Nuda veritas
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La Lesbica di Secondo Pelo

Il lupo cambia il pelo ma non il vizio. Dicono. Sarà che di lupi non ne ho mai incontrati, ma di carogne sì.

Dopo il mio coming out con i bambini mi sono sentita così tranquilla e in pace con il mondo – data la loro reazione serena – che, da quel momento in poi, non mi sono interessata a cosa potessero pensare gli altri della mia nuova vita. Non che andassi in giro a presentarmi a destra e a manca Piacere, sono Veronica la Lesbica ma, se capitava, non avevo difficoltà ad entrare in argomento e a dichiarare la mia omosessualità.

E questo l’ho fatto un po’ ovunque: sul lavoro, nelle scuole frequentate dai miei figli, nelle amicizie e pure nelle conoscenze. Proprio non mi riusciva parlare della mia fidanzata al maschile. E nemmeno mi sarebbe parso logico e coerente con la mia natura e il mio percorso.

Forse sono una persona fortunata. Fin’ora nessuno dei miei coming out con etero ha suscitato reazioni strane o di rifiuto. Qualche domanda, com’è ovvio soprattutto per chi conosceva il mio prima, ma niente di più.

Le forme di rifiuto più cattive le ho ricevute proprio da quelle che io definisco Lesbiche DOC. Da qui il distinguo:

Le Lesbiche DOC sono quelle donne che si sono riconosciute/accettate in una fase più precoce della vita e che si distinguono dalle Lesbiche di Secondo Pelo che, come me, hanno sul curriculum vitae un ex marito e dei figli.

Ovviamente non sto dicendo che tutte le Lesbiche Doc siano delle stronze, ma che le stronze che mi sono capitate nella vita lo erano.

Parlando seriamente. Una donna con figli (che hanno un padre) ha una vita diversa da una donna che non ne ha e le problematiche quotidiane sono diverse, così come gli stili di vita.

Ecco, io arrivo fin qui: persone con figli hanno vite diverse da chi figli non ne ha. Quello su cui mi arrovello il cervello – cavolo, pure la rima – è il giudizio generalizzato, farcito di luoghi comunità e privo della minima volontà di comprendere e conoscere.

Spesso mi sono sentita come se la mia esistenza fosse un sottoprodotto della lesbicità. E io che credevo bastasse il termine lesbica per indicare tutte le donne che amano altre donne. Ingenuità.

A tal proposito, vorrei elencare alcune squisitezze che mi sono state rivolte. Il tutto basato su pregiudizi, luoghi comuni ed apparenza.

Forse NON SEI lesbica. Forse è una fase.

Se sei andata con uomo DI SICURO ci ritornerai.

Il tuo ex marito è TROPPO GENTILE. Ci sta provando.

Non SEMBRI lesbica.

Se ti trucchi e ti metti i tacchi SEMBRI etero.

Se sei gentile con i maschi SEMBRI etero.

Se sei gentile con le femmine SEMBRI quella che ci prova.

La tua è una condizione OGGETTIVAMENTE difficile.

Non sarebbe MEGLIO se i tuoi figli non ci fossero? Potresti goderti di più la vita di coppia.

Ma COME hai fatto ad andare con un uomo?!

Forse sei rimasta DELUSA dagli uomini?

Illustrazione by Marianna Marigo

Non importa ciò che sembro. A me importa ciò che sono.

30 Commenti

  1. Monica dice

    Carissima,
    mi spiace per il tuo difficile contatto con le Lesbiche DOC. Io da “lesbica DOC” come cita l’articolo e compagna di una “lesbica di SECONDO PELO” non posso che trarre ispirazioni ed idee.. perchè è vero che per me è più difficle capire… ma la volontà di farlo e la curiosità mi spingono tutti i giorni a cercare di comprendere fino in fondo ciò che la mia compagna prova giornalmente, per poterle stare accanto….

    • Monica, per fortuna l’umanità non si può incasellare in stereotipi. Io ho l’abitudine di scherzare su cose che mi hanno fatto male. Un po’ perché l’ironia mi aiuta ad esorcizzarle. Parlo di me e delle mie ex – lesbiche doc. Mi sono trovata di fronte ad un muro d’incomprensione e senza la reale spinta a comprendere e a superare le difficoltà. Sentirsi dire che “la tua situazione è oggettivamente difficile” è doloroso perché è giudicante. Ho molte amiche doc e per fortuna molte come te. La tua testimonianza è preziosa. Davvero. Dimostra quello che ho sempre pensato: con la volontà si può tutto. Grazie per il tuo commento. Di cuore.

  2. Marta dice

    La curiosità verso l’esperienza umana altrui è (di base) una buona cosa. Anzi: è spesso un antidoto al pregiudizio!

    Detto questo: io sono bisessuale (preferisco il termine “queer” che dà l’idea di quanto sono “sghemba”, ma anche “bisessuale” può andare, se devo spiegare le cose a chi non ne sa nulla).

    Trovo le donne molto più attraenti degli uomini.

    Sono piuttosto attivista, non sono nell’armadio (o quasi).

    Sono “tradizionalmente femminile” di aspetto, mancanza di trucco a parte, ma dopo dieci minuti che parli con me dovresti intuire che non sono esattamente “tradizionalmente femminile” di carattere.

    Ma avessi due euro per ogni volta che mi sono sentita dare della “serva del patriarcato” e affini…

    (La cosa divertente: sono molto più mascolina e più “out and proud” da quando sto con l’uomo che ho sposato. Come se la mia parte a cui piacciono i maschi sia gay e la mia parte a cui piacciono le donne sia lesbica. “Queer”, appunto.)

    • Ognuno dovrebbe essere libero di esprimere ciò che è senza doversi in dovere di farlo con gli altri. L’importante è che ognuno si senta bene nella propria pelle.

  3. Fardulli le Magicien dice

    Beh, c’è un gran bisogno di incasellare per capire. Lo fai tu per prima e la cosa diventa divertente, gli stereotipi lo sono quasi sempre e sono alla base della caratterizzazione di gran parte dei tipi teatrali -ma qua si divaga sul un altro campo su cui mi trovo magari più a mio agio.
    Sicuramente chi ti dice sei in una fase ha ragione, poi una fase può durare il resto della tua vita.

  4. Grazie per il tuo blog. Ci sono cascata per caso…ma il caso non esiste.
    Ho un marito e due figlie e in questo momento sono follemente innamorata di una donna con cui ho una relazione abbastanza complicata. Non mi piacciono le etichette e dunque non mi sono mai definita né lesbica, né bissessuale (non so la differenza con queer). Io quando mi innamoro non m’importa se la persona sia uomo o donna. Ho sempre pensato che il fatto di avere figli complicava la situazione ma il tuo esempio mi aiuta. Grazie

    • Grazie. Mi fa davvero piacere che la mia esperienza possa essere d aiuto. Nemmeno a me piacciono le etichette. Spero di leggere nuovamente i tuoi commenti.

  5. Pingback: La funziona catartica dei coming out [altrui] | Fuori Logo

  6. Le etichette ci sono anche quando facciamo finta di fregarcene, Veronica.
    Se dovessi stamparne una per te, stamattina, sceglierei FIGHISSIMA.
    Grazie

  7. zenzero dice

    Fossi in te proverei tenerezza per la “violenza verbale” delle “lesbiche doc”, perché paradossalmente talvolta c’è chi si porta dietro la fatica ed il dolore del proprio acerbo coming out. Quando si è davvero molto giovani capita che non si abbia la serenità o abbastanza forza per affrontare il proprio sentire, che è inevitabilmente diverso dai più. L’esperienza è decisamente diversa quando la maturità plasma. Certo l’essere adulte dovrebbe regalare uno sguardo amorevole in ogni direzione, ma spesso non è così, le ferite sono sempre li e per superarle non sempre bastano bravi terapeuti. L’amore invece può fare moltissimo

    • Condivido ogni singola parola e so riconoscere il dolore dietro le parole. D’altro canto, per esperienza personale, alle parole sono seguiti i fatti. E relazioni gestite in modo disfunzionale. Come sottolinei anche tu, l’amore può fare la differenza, quando spinge ad andare al di là del proprio vissuto per comprendere quello dell’altr*. Altrimenti diventa solo una sterile competizione tra feriti.

  8. francesca filippelli dice

    Dilige et quod vis fac – (Ama e fa’ ciò che vuoi )

    “Si ma tu prima sei stata… non sei stata…forse succederà che”

    Smettiamola con le seghe mentali! Pensiamo alle persone che hanno una spada di Damocle sulla testa ogni secondo della propria vita!!

    Diamo l’esempio della genuinità e del rispetto ai nostri figli e alle genarzioni che crescono! …presto che è tardi!

    Vero… ‘tu si na cosa grande’! <3

    • ” […]faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura. […]”

  9. dice

    Il problema della cosiddetta comunità LGBT è che o sei con lei o sei contro di lei. Sembra che non possano esistere sfumature, esperienze, percorsi e prese di coscienza differenti. E, onestamente, la cosa più curiosa è che un “mondo” che si rivolge all’esterno lottando contro pregiudizi e stereotipi di vario tipo, sia il primo ad essere – al suo interno – fortemente stereotipante. Le cose di cui hai parlato, insieme a molte altre, evidenziano, secondo me, quanto lavoro ci sia da fare in questo Paese dentro i circoli gay, ancor prima che fuori. Mi fermo qui con questa argomentazione, perché sarebbe abbastanza ampia e complessa e non voglio intasare uno spazio non mio :).

    Ad ogni modo, io faccio parte di quella che definisci categoria DOC. Ho preso consapevolezza di me stessa tra i 15 e i 16 anni, senza alcuna sorpresa perché c’erano state diverse avvisaglie, e a 16 anni ho fatto coming out in famiglia e con gli amici.
    Evidentemente sono stata fortunata, perché – per fortuna – non conosco cosa significhi non accettarsi, non riuscire a viversi e qualsiasi altro dissidio interiore di stampo petrarchesco xD.
    Nonostante ciò, però, non mi permetterei mai di sminuire la presa di coscienza di nessuno, anche se dovesse essere lontana anni di luce dal mio modus operandi, perché ho profondo rispetto per chiunque riesca a mettersi carponi dentro di sé, scrutare e comprendere.
    È sempre un atto coraggioso, soprattutto poi quando si riesce ad essere sinceri anche con chi ci circonda.

    • Stima infinita per ogni tua parola. Condivido appieno. Hai argomentato brillantemente ciò che penso ed che rappresenta uno dei motivi per i quali mi sono allontanata dall’associazionismo. In questo post ho affrontato una mia esperienza con la solita ironia amarognola. La verità è che ci vuole molta umiltà e volontà per comprendere in profondità i trascorsi altrui. La stessa volontà che è necessaria ad accogliere qualcuno per renderlo parte di un percorso di crescita comune.

      • dice

        Sì, l’associazionismo LGBT spesso e volentieri è sconcertante. Per non parlare dei locali a tema (bar, disco, lidi marini ecc): veri e propri ghetti. Devo avere profondi limiti intellettivi, perché proprio non riesco a trovare un senso a questo isolamento, a questo allontanamento volontario dalla società. Ogni volta che mi finisce una storia temo che resterò zitella, perché non mi riconosco nel pensiero e nel comportamento dominanti! (e c’ho solo 23 anni, pensa te! xD)

    • Anche io come te sono una DOC anche se non amo essere chiamata così io sono ciò che sono e basta. Dal canto mio neanche io so bene direttamente cosa si provi nell’accorgersi dopo…. ma posso dire che lo stare vicino alla mia compagna un pochino me ne da l’idea.. vaga ovviamente perchè per quanto ci sia empatia le emozioni che proviamo dentro non sono sempre completamente comprensibili dall’esterno. Devo però spezzare una lancia a favore delle associazioni LGBT perchè ad oggi c’è fermento anche in quelle. Noi facciamo parte di una associazione che si chiama Rete Genitori Rainbow, una associazione per le persone che si sono scoperte omosessuali/transessuali dopo un passato e spesso dei figli avuti da relazioni eterosessuali. Piano piano le associazioni LGBT si stanno aprendo… a volte ci chiudiamo perchè siamo stati per troppo tempo accusati e feriti.. e quindi si finisce per diventare rigidi verso il prossimo solo per difendersi. L’importante è che ad oggi ci sia voglia di aprirsi, di accogliere e di comprendere chiunque.

    • dice

      Scambio di esperienze. Cosa c’è di meglio per masticare vita!? 🙂 A presto.

  10. Purtroppo è così. Non frequento troppo gli ambienti LGBT, un tempo un pó di più, ma poi il senso di delusione ha avuto il sopravvento e progressivamente la cosa è scemata. A volte penso che il vero problema è che, di fronte alla chiusura mostrata dalla maggioranza etero, la realtà omosessuale abbia fatto altrettanto, facendo propri i loro stessi modi di pensare e alla fine concludo che l’apertura mentale dipende di più dalla propria formazione e cultura che dal proprio orientamento.

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