Poetica della rottura e della rinascita.

crescita personale

Ho scoperto di essere fragile. E di essere soggetta a rottura.

Tutto si rompe.

La sommatoria dei danni dipende, va da sé, dal materiale. Penso al cristallo, nella sua purezza e lucentezza, basta una vibrazione sbagliata, una disattenzione anche minima e la deflagrazione in tanti piccoli pezzi è inevitabile. Non solo: il cristallo non si ripara.

La ceramica, che sia di pregio o dozzinale, che sia terracotta o fine porcellana, necessita di attenzione e cura quanto il cristallo. Penso ancora con tristezza a un piatto giallo ocra che, sbeccandosi, ha rovinato per sempre il mio amato servizio da sei. Che non era più da sei, ma da cinque se l’ospite era a dieta e non mangiava la pasta. Lacrime anche per la mia tazza, comprata in quinta liceo durante la gita a Parigi.

Tutto si rompe e quel che si rompe provoca lacrime.

In questi ultimi mesi ho scoperto di non essere trasparente e luminosa come il cristallo, ma di possedere la fragile solidità della ceramica. Sono un pezzo di vasellame abbastanza carino – dicono -, a tratti simpatico. Sono migliorata anche nel lasso di tempo che va dalla sveglia alla colazione. Non sono perfetta. Ciò che prima chiamavo difetto, adesso lo considero come una caratteristica, quasi un pregio; indice dell’essere un pezzo unico, un manufatto assolutamente artigianale.

Da che sono nata ho avuto una vita intensa. Mi sono sentita a volte piena, a volte vuota; a volte sola e dimenticata in un cassetto, altre schiacciata dai miei simili. Ci sono stati momenti in cui bramavo un contatto, altri in cui mani inesperte mi hanno trattata con malagrazia. Momenti di riposo ne ho avuti davvero pochi. Rispetto ad altri pezzi di vasellame, io sono stata sempre molto impegnata. E l’usura è arrivata. Sottile, silenziosa e serpeggiante.

Un’usura che si è insinuata nei punti più fragili, quelli invisibili, nascosti agli occhi di tutti. Persino ai miei. E non è bastato l’aver resistito a pressioni, bruciature e disattenzioni. Mesi fa mi sono rotta.

Sono andata in mille pezzi. Una mattina mi sono svegliata completamente esplosa. Ho visto gli sguardi preoccupati di chi mi stava attorno, e anche gli sguardi beffardi di chi non vedeva l’ora che io mi rompessi. Per la prima volta da che sono nata sono dovuta rimanere ferma. A nulla valevano le parole di conforto, perché mi vedevo rotta, inutile, inadeguata. Mi arrabbiavo, scalpitavo, ma i miei pezzi rimanevano sparpagliati in ogni dove.

Poi, una mano gentile con un cuore dolce, mi ha raccolto, proprio quando ero rassegnata a finire dimenticata in un angolo polveroso. Con voce di nuvole mi ha raccontato che non era quello il mio destino. E che c’era la possibilità di tornare ad essere integra, ma dovevo accettare di cambiare. Mi ha parlato del Kintsugi, l’arte giapponese di riparare il vasellame, cicatrizzando le rotture con la purezza dell’oro.

Ho smesso di cercare. L’oro che poteva curarmi ce lo avevo sotto gli occhi, tra le mani, da sempre. La scrittura mi ha salvata ancora una volta. Le parole sul foglio hanno purificato e lenito ferite antiche e recenti ammaccature. Le tracce sul foglio mi hanno permesso di guardare alla mia rottura con affetto e senso di protezione.

Questi mesi hanno cambiato profondamente il mio modo di guardare non solo alla scrittura, ma alla mia vita. Le parole mi hanno aiutato a vedere nitidamente il mio percorso e a sapere cosa voglio davvero.

Adesso sono di nuovo integra, con ferite cicatrizzate, pronte a ricordami che di quella fragilità devo prendermi cura.

crescita personale

 

 

 

Lesbiche con figli: un surrogato di guai?

lesbo mamma

Uno dei motivi che mi ha spinto ad aprire questo blog, ormai quasi tre anni fa, era quello di raccontare la mia storia soprattutto a beneficio di chi si trovava nella non facile posizione di scoprirsi/accettarsi omosessuale con coniuge e/o figli all’attivo.

All’epoca sul web non c’era molto. Ricordo il panico e la paura che ho vissuto io nel momento in cui mi sono innamorata di una donna, nel sentirmi sbagliata e fuori contesto, tagliata fuori sia dalla comunità etero, di cui fino a quel momento avevo fatto parte, ma anche da quella LGBT che guardava con sospetto una donna che si affacciava nel magico mondo arcobaleno alla soglia dei trentanni, portando con sé un matrimonio da chiudere e due bambini.

La mia intuizione si è rivelata giusta, tant’è che tutt’oggi ricevo moltissime mail da chi si trova spaesato nell’affrontare una consapevolezza così sconvolgente con una vita adulta già ben strutturata. Non ho mai offerto consigli, ho solo raccontato la mia esperienza, la mia normalità nella diversità, il pacato ottimismo nei confronti della vita e i cambiamenti che siamo chiamati ad affrontare.

In questi anni il web si è arricchito di altre testimonianze e di altre voci. Speravo, quindi, che anche il tabù della lesbica non pura, anche detta lesbica tardiva – fosse stato smantellato.

Ma. De. Che.

Durante il mio girovagare su uno dei tanti gruppi LGBT mi sono imbattuta nel post di una donna che domandava alle iscritte se avrebbero mai accettato una relazione con una madre lesbica.

Alla lettura di alcuni commenti mi si è guastato il sangue. Leggevo e pensavo: – ok, la gente dà il peggio di sé, soprattutto quando è coperta da nomi fake e dalla distanza imposta dal mezzo; – ok, guarda c’è anche chi commenta in modo carino, anche se parla di questa donna come se una madre fosse un cucciolo da salvare; – ok, guarda questa che scrive che sì, ci uscirebbe solo a patto che la compagna mettesse per iscritto che non ha più alcuna interazione con l’ex marito; OK. OK.

Ok. Anche sticazzi.

Facciamo ordine. Premesso che ognuno ha diritto di pensare quel che crede ed esternarlo come riesce, vorrei portare sul banco del mercato anche queste mie riflessioni.

Non sono mai riuscita a capire per quale motivo una madre che, con figli e marito, decide di chiudere il proprio matrimonio, fare coming out e cercarsi una compagna venga spesso percepita o come una disgraziata confusa o una pruriginosa viveuse che, una volta soddisfatta la perversione del momento, tornerà dall’amato coniuge. Sappiate che costa molto meno fatica – ed è anche socialmente più accettato – mettere le corna in silenzio o in tacito assenso.

Vi vengo incontro: poniamo che un genitore – maschio o femmina non importa, importa quanto una persona sia coinvolta nella genitorialità – sia più impegnativo rispetto a un’anima errante senza figli. Ovviamente per il partner di un genitore c’è meno improvvisazione, la possibilità che qualche fine settimana salti o qualche vacanza vada in fumo perché i bambini si ammalano, la certezza della recita di fine anno e altre robe che caratterizzano la vita di chi ha figli.

Ma chi invece è assorbito dalla carriera? Chi fa volontariato? Chi ha un genitore da accudire? Chi ha un allevamento di procioni? Siamo davvero così sicuri che le vite di chi non ha figli siano così easy e costellate solo di aperitivi e serate sul divano? Soprattutto, mi spiegate cosa spaventa tanto del rapporto con l’ex marito? E di quale esclusività avete bisogno, da temere che l’amore per un figlio oscuri l’amore per voi?

Mi spiace, perché so quanto quelle risposte possano ferire e aumentare quel senso di inadeguatezza e confusione di chi si sente sbagliato e preda dei sensi di colpa.

E poi, beh, poi non sapete che vi perdete. Perché le mamme lesbiche in genere cucinano benissimo e sanno guidare il trattore mentre aspettano di stendere la lavatrice.

[[Mo’ fate un po’ come vi pare.]]

lesbo mamma

Il femminicidio spiegato (?) ai miei figli

femminicidio

Ho scritto il titolo e ho avvertito una morsa alla bocca dello stomaco. Un dolore sordo che mi assale ogni volta che mi accingo a compiere un qualcosa che cozza con quel che sento e penso realmente.

Perché di fatto non è necessario scomodare teorie psicologiche, antropologiche e sociologiche per spiegare cosa spinge un uomo a togliere la vita ad una donna che considera una sua proprietà. E di contro è sbagliato anche definire questi uomini bestie. Non sono bestie. Sono uomini e sono il risultato di una cultura basata sul maschilismo e sul patriarcato. Questa è la radice della misoginia, del femminicidio e anche dell’omofobia.

Spero che, dopo il suicidio di Tiziana Cantone e il caso della ragazzina di Melito Porto Salvo, questo sia più chiaro. Definire bestie questi uomini contribuisce a deresponsabilizzarli.

A casa nostra non si guardano i telegiornali, preferiamo essere noi adulti a fare da filtro, evitanto così immagini brutali, notizie terrorizzanti ed allarmismi sensazionalistici volti solo ad istigare odio e paura.

Sono fiera di aver sempre parlato molto, sia con Margherita che con suo fratello, del fatto che la libertà e la possibilità di scegliere ci elevano al di sopra dello stato ferino e che tutte le relazioni umane debbano basarsi sul rispetto. Di aver raccontato che esistono uomini che considerano le donne come una proprietà e non come una compagna di vita che può decidere di prendere altre strade.

Insisto con lei, perché un domani potrebbe essere una potenziale vittima, ma insisto anche con lui, affinché non diventi mai un carnefice.

La cultura del rispetto s’insegna da piccoli. E riguarda tutti, maschi e femmine.

Sono fiera di leggere schifo e indignazione sui loro volti ogni qualvolta avvertono un sopruso; amo la loro capacità d’intervenire direttamente quando a scuola accadono episodi di bullismo e adoro la loro tenacia nel non essere complici nel silenzio.

Anche Brita, con i suoi 7 anni, sembra aver molto chiaro il concetto di proprietà, quando ieri ha detto:

Mamma, noi non apparteniamo a nessuno. Nemmeno i bambini appartengono ai genitori. Voi ci siete per crescerci ed insegnarci le cose importanti, ma non siamo vostri, siamo persone. Persone piccole, ancora. Ma pur sempre persone.

Spero che i miei ragazzi non dimentichino mai questo concetto.

Se stanotte arriva l’asteroide, sappiate che muoio serena.

femminicidio

 

 

La mia famiglia bizzarra e la Sindrome di Cenerantola

sindrome di CeneRantola

Quando Giuseppe, Manu ed io abbiamo deciso di coabitare eravamo un po’ preoccupati. A nessuno di noi piaceva l’idea di dover condividere l’intimità di una casa in comune, sebbene ognuno coi propri spazi e con momenti di fruizione diversa. Con il passare dei mesi questa scelta obbligata si è rivelata vincente non solo dal punto di vista dei bambini – non si spostano da una casa all’altra e godono di 3 adulti che li amano e si prendono cura di loro – ma anche della logistica di noi adulti.

Giuseppe e io ci avvicendiamo durante la settimana e Manu ci raggiunge nel weekend. A volte stiamo tutti insieme, altre no. Cerchiamo di gestire gli impegni e i desideri di tutti, ci accordiamo sulla gestione delle menate di casa e delle necessità dei bambini. Abbiamo un calendario condiviso su Google Calendar che fa paura. Siamo i maghi della pianificazione e gli strateghi del Project Management familiare.

Tutto molto bellino.

Poi succede che la scorsa settimana Giuseppe va in vacanza e Manu rientra a lavoro dopo la pausa estiva (noi abitiamo a Lucca, ma lei lavora tra Milano e Stoccolma).

Le scuole ancora chiuse. Io a casa con Ariele, Margherita e Iole Topocane.

Panico. E conclamata Sindrome di Cenerantola.

No, non è un refuso. Avete letto bene. La Sindrome di Cenerantola colpisce molte donne che, abituate alla cogestione di casa e figli, si trovano improvvisamente obbligate ad accollarsi tutto l’onere della genitorialità e della conduzione domestica. Si manifesta con ansia, senso d’inadeguatezza di fronte alle incombenze, paresi delle attività lavorative e professionali. A volte si accompagna a necessità d’infilarsi in un angolo a ciondolare e bisogno di comfort food.

Beh, ma almeno i bambini sono bravi e collaborativi. Beh, più o meno.

Da sempre abituati all’autogestione e all’indipendenza sanno di dover tenere in ordine e pulita la loro camera e contribuire alla manutenzione degli spazi comuni. Apparecchiano, sparecchiano, portano fuori la spazzatura, sistema…no, aspettate. In realtà non è proprio così. Ariele, il maschio, è sempre presente. Certo, è un tredicenne brontolone e polemico, ma alla fine porta a termine i lavoretti richiesti. Margherita, invece, è dotata di poteri evaporativi. Una roba che il gatto di Alice in Wonderland è un dilettante cazzone.

C’è da preparare la tavola? Lei scappa in bagno colta da un’improvvisa impellenza urinaria. C’è da riempire la lavastoviglie? Lei deve correre un attimo in camera perché ha dimenticato di versare il tè alle bambole. I bidoni della raccolta differenziata da portare fuori? Non può essere più urgente della raccolta delle lacrime di fatina che richiedono la sua presenza in giardino ADESSO. Lei è un’evanescente e sorridente fancazzista. Lui un tuttofare bofonchiante che pulisce il bagno meglio di me.

Il prossimo che parla di Gender lo invito qui a trascorrere una settimana nella Comune.

E adesso, scusate. Che mi si attaccano le verdure nella wok, devo ancora spazzolare il cane che inizia ad assomigliare a Chewbacca e sono due giorni che non telefono a mia madre.

sindrome di CeneRantola

 

 

 

L’Italia non è una Paese per mamme. E io sono una “mamma giovane”.

Foto: Colorz by Spinoza.it 

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[A seguito di quell’obbrobrio di campagna sul #FertilityDay (campagna figlia di quel piano nazionale in cui c’è scritto anche Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità? La collettività, le istituzioni, il competitivo mondo del lavoro, apprezzano infatti le competenze femminili, ma pretendono comportamenti maschili) mi sono scappate una serie di riflessioni un po’ ovunque sui social, sebbene mi fossi imposta il silenzio.

E voi che mi leggete sapete che l’attitudine al silenzio mi è propria come l’astinenza a pizza e caffè.

Non solo mi occupo di comunicazione, ma sono anche un’antropologa e vi posso assicurare che la campagna è orrenda, com’è orrendo il piano che l’ha ispirata. Un piano che sarebbe stato obsoleto negli anni ’50, figuriamoci adesso. La bassa natalità è un problema? Ma dai! Solo che non si risolve con due slogan demenziali, ma creando una strategia di aiuti concreti alle famiglie.

Va bene, va bene. Mi prendo una camomilla e mi rilasso. Non è questo il luogo in cui scrivere un saggio sociologico in materia. Quello che mi preme raccontare è la mia storia riguardo alla maternità da giovane.]

Cara Ministra Lorenzin,

Non sapendo che le avrei fatto cosa gradita ho messo al mondo due splendidi figli. Il primo all’età di 22 anni e la seconda a 28.

Ariele, il primogenito, è nato quando a me mancavano 10 esami (Vecchio Ordinamento, tanto per capirci) e la tesi (sperimentale, per capirci meglio) e non potevo permettermi di perdere la borsa di studio. Al suo papà, invece, di esami ne mancavano 2. E la tesi. Ci amavamo molto e avevamo deciso di portare avanti quella gravidanza inattesa e di diventare una famiglia. Abbiamo fatto tanti sacrifici: studiavamo, trovavamo lavoretti precari e case in affitto che avrebbero spaventato i coloni del Far West, ma noi no. Noi avevamo un sogno, l’incoscienza dei vent’anni e la voglia di stare bene.

Di aiuto dai nonni ne abbiamo avuto poco, economicamente nessuno disponeva di grandi capacità e mia madre all’epoca stava combattendo contro un cancro ai polmoni.

Ci siamo laureati entrambi col massimo dei voti e nei tempi prestabiliti. Abbiamo iniziato a cercare lavoro. O meglio, il papà ha iniziato a cercare lavoro. Io mi sono limitata ad abbandonare per sempre l’idea di una carriera universitaria – che non era lontanamente pensabile con un bambino piccolo da seguire – e ho provato quella dell’insegnamento. Ma anche qui non ha funzionato, perché era necessario abilitarsi e con una famiglia da mantenere, nessun aiuto né economico, né di babysitting, non potevo permettermi la scuola di specializzazione. Così mi accontentavo di impartire ripetizioni e di svolgere lavoretti sottopagati e temporanei che variavano dalla barista, alla cameriera, all’operaia in un magazzino di bricolage. Sempre quando era possibile, perché Ariele era cagionevole ed era spesso malato. Inutile che mi dilunghi sull’argomento “nidi”.

Il padre ha accettato la prima offerta di lavoro che fosse retribuita in modo appena più decoroso, sebbene non gli piacesse, ma poi l’azienda ha chiuso e lui ha dovuto reinventarsi. Si è rimesso a studiare, ha sostenuto corsi e adesso è nientepopodi meno che…un insegnante precario.

In tutto questo, l’ottimismo che lei, Ministra, vorrebbe infondere con quello schifo di campagna, noi ce lo siamo tenuto stretto e abbiamo pensato: perché non facciamo un altro figlio? E ci abbiamo provato. Per due anni. Con due aborti spontanei di cui ancora non ho smaltito il lutto. Poi – la tenacia è una mia virtù – è arrivata Margherita. Eh sì, che secondo il suo piano fertilità, non ero poi così anziana a 28 anni.

Dimenticavo di raccontare che io, nel frattempo, per non rimanere inerte e choosy, mi ero presa giusto due specializzazioni e avevo iniziato ad entrare nel magico mondo della comunicazione e del digitale. Non è stato semplice, ma posso fieramente dichiarare di essere uno dei casi citati dai manuali motivazionali alla voce “la qualità paga”; da che ho iniziato a lavorare non sono stata ferma neppure un giorno.

Ho affrontato una separazione, un coming out e una serie abbastanza lunga di cambiamenti che mi hanno sfiancata, ma non uccisa.

Adesso ho quasi 36 anni. Una lunga lista di successi che compensa (in parte?) una lunga lista di rinunce dovute al fatto che i figli da giovane sono una splendida opportunità solo se vivi nei Paesi Scandinavi. Qui no.

Qui solo l’amore cerca di compensare i deficit di una Stato miope e totalmente scollato dalla realtà. I figli non dovrebbero essere il peso che tu, cara Ministra, contribuisci a rendere tale.

Tornassi indietro infatti rifarei tutto. Ma non qui. Non in Italia.

Amo i miei figli, ma amo anche me stessa, il mio bagaglio culturale e professionale e trovo ignobile che il mio Paese mi obblighi a scegliere tra maternità e realizzazione personale (che non c’entra niente con la maternità, come avevo già espresso QUI).

E uno Stato che promuove una campagna vacua e insensata, senza oltretutto migliorare il Welfare, è una vergogna.

Foto: Colorz by Spinoza.it https://www.facebook.com/spinozacolorz/photos/a.209558995818047.46719.197038940403386/1073157966124808/?type=3&theater

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Quel tempo che non torna

tempo

[Ho scritto questo post ieri mattina intorno alle quattro. Poi ho letto del terremoto e il mio cervello si è paralizzato. Di fronte ad una tragedia del genere ogni parola risuona superflua, inutile, stonata. Questo è un articolo che parla del tempo che scorre veloce, della mia incapacità di godere del presente. E ci penso ancora di più, da ieri, agli abbracci che non ho dato, ai momenti sprecati in presunte incombenze che in realtà erano solo una fuga. Penso alle persone che si sono addormentate e poi non si sono più svegliate perché la casa è crollata sopra di loro. Penso ai bambini che si sono addormentati abbracciando il loro peluche preferito e agli adulti che magari, invece, erano andati a dormire arrabbiati sperando ci sarebbe stato il giorno dopo, per fare pace.

Non possiamo prevenire le tragedie né sapere quando toccherà a noi. Ma decidere di non sprecarlo, il tempo, quello sì. Quello possiamo e dobbiamo farlo.]

È stata un’estate strana, questa. Due viaggi, molto tempo per pensare e per rimettere insieme qualche pezzo di coccio – o almeno provarci – un po’ di mare, qualche passeggiata, l’addio (spero) alle sigarette, e un occhio gettato a settembre.

Per me l’anno inizia sempre a settembre, mai a gennaio. E l’estate, a dire il vero, non mi è mai piaciuta. Quando ero adolescente pativo il dover essere trascinata su un altopiano in mezzo al niente mentre tutti i coetanei andavano al mare (e all’epoca abitavo a Lido di Camaiore), da universitaria lavoravo per integrare la borsa di studio; quando poi ho iniziato a lavorare come libera professionista le ferie estive si aggiravano intorno a una settimana o poco più. Quando sei unica signora e padrona della tua sorte è difficile godersi il riposo senza rimorso. Soprattutto a inizio carriera e se di secondo nome fai Ansia.

Ho scoperto con tristezza che fatico a concedermi. Fatico a concedermi il permesso di riposarmi, di fidarmi e di affidarmi. Fatico ad autorizzarmi ad essere felice. Nella vita ho sempre trovato il modo di distruggere e minare le situazioni di quiete e serenità. Come se fossi capace di camminare solo in mezzo alle difficoltà e a rimanere in equilibrio sul terreno franoso. La scrittura mi ha aiutata anche nel fissare qualche tassello a cui aggrapparmi, ma in generale sono e rimango funambola.

Settembre per me è la ripresa, è l’inizio della mia stagione preferita, quella dei rossi infuocati e dei gialli intensi, quelli della natura che rallenta come vorrei essere capace di fare io. È il momento di comprare nuovi quaderni su cui scrivere nuove storie e una scatola di colori per fissare i paesaggi che corrono sempre troppo veloci fuori dai finestrini. [Che mi sono sempre chiesta dove cazzarola corrono gli alberi mentre noi passiamo con la macchina.]

Riprendo con calma, per ora tendo la mano ai libri che mi sono rimasti sul comodino e alle risate con i miei figli, al fare la spesa perdendomi tra gli scaffali e al ritrovato gusto di cucinare, al piacere di un caffè con un’amica o a un pomeriggio trascorso a imparare l’uncinetto per creare dei fiori di rafia.

Per il lavoro adesso c’è tempo. Per gli impegni c’è tempo. Ho imparato che i treni che passano sono quelli su cui non dovevo salire. Che l’unica cosa che ha valore è il presente.

E, almeno oggi, trovate il tempo di abbracciare e far sapere alle persone che tenete a loro.

Buon tempo a voi.

tempo

Amsterdam in 6 giorni con 2 bambini e 1 Euro Pride senza dare i numeri

I Amsterdam

Sei giorni di Amsterdam con due ragazzini di 13 e 7 anni. Una bella sfida, visto che sono diversi non solo per età, ma anche per interessi. Il risultato? Eccolo qui.

Il problema era trovare una meta che tenesse conto del fatto che Ariele ama andare in bicicletta, che Margherita voleva prendere l’aereo e che io e Manu avevamo bisogno di un po’ di vita metropolitana senza spendere un capitale.

I Amsterdam

GIORNO 1

Margherita era decisamente la più euforica mentre passava dalla modalità fifa a quella figata per il volo che l’aspettava. Al momento del decollo mi ha guardata e mi ha regalato una delle sue perle di saggezza: “mi sento la pancia nelle orecchie ma è proprio ganzo, chissà perchè avevo paura, forse proprio perché non lo avevo mai fatto”. Poi la piccola filosofa ha tirato fuori il quaderno dei ricordi della vacanza e ha iniziato a personalizzarlo. Ce lo siamo trascinato sempre dietro e a fine giornata attaccavamo biglietti dei mezzi, dei musei, pezzi di depliants e mappe delle zone che avevamo visitato. Ha partecipato pure Ariele per la fase di taglia e incolla. Un successo.

quaderno dei ricordi

Il primo giorno abbiamo gironzolato per il quartiere, fatto amicizia col supermercato e pulito il bagno della casa che abbiamo affittato perché l’appartamento era piuttosto sporco. Abbiamo anche imparato che ad Amsterdam è più pericolosa la pista ciclabile del circuito automobilistico. Per essere il primo giorno, direi che è stato già abbastanza significativo. Siamo gente scialla, noi.

GIORNO 2

Visita al Museo Van Gogh, iniziata saltando la fila grazie all’acquisto dei biglietti online (consigliato). Questo ci ha provocato una certa soddisfazione, anche perché pioveva e stare impalati in coda non era proprio il massimo della vita. Brita ha potuto partecipare ad una caccia al tesoro che l’ha aiutata a vivere la visita in modo più interessante per lei. Peccato che a metà le sia partito un cristone perché aveva sbagliato una prova e non ne ha più voluto sapere di continuare.

Il pomeriggio tranquillo con una sosta in birreria – eh, pioveva! – e l’acquisto di una paperella unicorno per arricchire la nostra collezione.

paperella unicorno

GIORNO 3

Gita fuori porta per visitare Volendam, Marken e Zaanse Schans. I primi due sono ex villaggi di pescatori, l’altro un sito di mulini riconvertiti al turismo. Ottimi i panini con l’aringa, per il resto non mi sono piaciuti granché: l’effetto era un po’ quello di trovarsi dentro la scenografia di un musical un po’ scadente. In più pioveva (come gli altri giorni) e – causa maltempo che mi sollecita la vescica – ho lasciato un capitale per fare pipì nei servizi a pagamento.

Volendam

GIORNO 4

Visita al National Park Zuid-KennemerlandIl per far scorrazzare Ariele in bici. Io e Brita abbiamo noleggiato un tandem comodissimo per me, che non andavo in bici dal mio 16esimo anno di vita, e c’ho messo un po’ a impostare la giusta traiettoria. Considerando che abbiamo percorso 35 km di saliscendi sulle dune (ma non era un paese piatto, ziocandela?!) sono sopravvissuta e Brita è stata bravissima. Il Parco è meraviglioso: scenari naturalistici spettacolari, con tanto di bisonti che pascolano (e copulano) felici tra i turisti e cavalli selvaggi con criniere al vento. Dietro ad una curva abbiamo persino beccato una sposa che si faceva le foto ai bordi di un laghetto. L’abbiamo fissata per un po’ per vedere se era una fata, ma alla fine ci siamo convinti che era umana e abbiamo proseguito.

tandem

GIORNO 5

Sveglia alle 8 e colazione con yogurt e cereali. Poi ci siamo persi a contemplare la polvere, giocherellare, farci le coccole e, visto che alle 11 eravamo ancora in pigiama, ci siamo concessi una seconda colazione a base di eggs&bacon e panini con aringa marinata e cetrioli in agrodolce. Perché amiamo la cucina leggera. Alla fine siamo usciti, ‘che iniziava l’Euro Pride. Indescrivibile il clima di vera partecipazione di tutti, dalle forze dell’ordine ai dipendenti della società di trasporti – che per tutta la settimana hanno indossato una cravatta arcobaleno sulla divisa – al cartello esposto fuori dalla chiesa evangelica che invitava i fedeli a partecipare al Pride. C’era il mondo, ed era un bel mondo.

euro pride

GIORNO 6

Giorno della partenza. Ma non eravamo affatto tristi perché è bello pure tornare a casa. E trovare Iole ad aspettarti in macchina.

Iole topocane

Bello tornare anche perché le vacanze coi bambini necessitano di una seconda vacanza.

Ecco, a questo proposito volevo dirvi che non ci sentiremo fino a dopo il 20 agosto perché per riprenderci ce ne andiamo in Thailandia.

I miei libri sul comodino avevano bisogno di una trasferta esotica.

 

 

 

Aria di vacanza

vacanze

Oggi la rubrica non esce. E già un po’ mi manca, ma la mia testa è altrove.

Ed è un altrove allegro di bambini che preparano la valigia, si affrettano a finire i compiti previsti per oggi, canticchiano e chiedono informazioni per il viaggio di domani.

Soprattutto Margheritina è euforica, domani prenderà l’aereo per la prima volta in vita sua e sta assillando Manu di domande (essendo sempre sugli aerei per lavoro, ormai è deputata a fornire spiegazioni su bagagli e altro e i bambini ascoltano solo lei).

Non ho la concentrazione sufficiente per editare una storia al meglio, senza stravolgere lo stile e la personalità di chi me la invia e credo che con la rubrica ripartiremo a settembre.

A dire il vero mi ero ripromessa di non scrivere affatto, questo mese, e staccare completamente, in vista del superfantaprogetto che vi svelerò a settembre, ma stare lontana da qui proprio non mi riesce. Se non scrivo mi viene l’orticaria e il moleskine non basta.

Vi va di raccontarmi come trascorrerete questo mese?

vacanze

 

#VolevoEssereBionda. E invece.

#VolevoEssereBionda

Come qualcuno avrà notato – che ‘tacci vostri mica vi sfugge nulla di nulla, eh – la mia fase blondie è durata un mese scarso ed è giunta alla sua conclusione.

A volte inseguiamo un sogno nella vita, alleviamo aspettative, desideri e poi, quando siamo lì, proprio sulla cima della vetta più alta del nostro Obiettivo (per enfatizzare leggetelo con due B – anche 3 – tipo obbbiettivo) ci sgonfiamo come dei palloncini bucati. Se state in silenzio, in questi casi, è anche possibile sentire un flebile fschhhhh, tipico, appunto, del palloncino bucato che vi dicevo sopra.

Comunque, in breve, la storia di #VolevoEssereBionda è questa.

Fin da piccola ho avuto i capelli di un colore orribile. Né castano, né biondo, un beigiolino con qualche riflesso rossastro. Io lo chiamo coloro nutria, se fossi una fashion blogger potrei chiamarlo castorino, che è più chic e decisamente più cool e glamour e quelle parole lì che indicano figaggine. Però, ecco, comunque lo vogliamo chiamare rimane invariato il fatto che fa schifo.

E così, da quando ho avuto il permesso di tingerli, intorno ai 18 anni, li ho avuti rossi. Credo di aver consumato più henné io delle tatuatrici sulla costa delle Versilia in estate. Ma ho sempre sognato di essere bionda. Il biondo è raffinato, aristocratico, signorile, chic senza essere eccessivo, leggero. Soprattutto leggero. La bionda è percepita come frivola e poco intelligente e io ho sempre sperato di essere vista così, invece che la rompicoglioni polemica e irrequieta che i più mi dicono essere (chissà perché, poi…). La bionda è phyga, ha successo. La bionda piace. Del resto pure Barbie è bionda e l’amica castana non la comprava nessuno.

Quindi, dopo un primo tentativo che mi ha visto con un capello decisamente improbabile – con le stesse nuances di una birra artigianale al doppio malto, per capirci – sono riuscita, al secondo colpo, ad arrivare a un color platino lucente.

I miei figli non mi riconoscevano, io mi guardavo smarrita e mi spaventato quando mi vedevo riflessa; persino Manuela, detta anche La Fidanzata Perifrastica, mi ha fatto capire, seppur sempre con i suoi modi sabaudi e indiretti, che le facevo cahare, come invece si dice nella rustica Toscana.

Quindi, più per me che per gli altri, ma pure perché gli altri facevano pressing, sono tornata dalla mia parrucchiera (l’unica che mi faccia uscire da sotto le forbici senza aver l’istinto di correre a comprare una parrucca) e mi sono fatta spalmare un castano cioccolato con cui mi sento decisamente più a mio agio.

Nella vita s’impara sempre qualcosa. Io, da questa storia ho tratto due insegnamenti fondamentali.

Il primo è che non sempre ciò che si desidera è ciò che ci rende felici (eh, saggia io, vero? Anni e anni di studi filosofici buttati al maiale, visto che ‘sta frase sembra uscita da una citazione di Osho).

La seconda, forse la più importante, è che bionda faccio cahare.

Pensateci prima di desiderare qualcosa. E pure prima di decolorarvi lo scalpo.

E se vi va, raccontatemi qual è stato il vostro desiderio che, una volta realizzato, vi ha lasciato con l’amaro in bocca.

Il vostro #VolevoEssereBionda, insomma.

#VolevoEssereBionda

 

Brita e una storia breve sull’ateismo

ateismo

Sono sul divano con il pc sulle gambe, quando Brita si avvicina e mi domanda: Mamma, ma secondo te Dio esiste?

Io avrei preferito di gran lunga che mi chiedesse come nascono i bambini, perché i discorsi sulla trascendenza mi mettono sempre un po’ a disagio. Ho cercato di crescere i miei figli trasmettendo loro il valore del rispetto per gli altri, per la natura, con una spiritualità laica e di buon senso unita ad una magicità che ci porta a credere a unicorni, fatine dei boschi, spiriti del bosco, topino dei denti e Babbo Natale.

Scusate, mi sono nuovamente dilungata e invece vi avevo promesso una storia breve.

Siamo rimasti al punto in cui Margherita mi lancia questa domanda a brucia pelo e io, dopo qualche secondo di esitazione, ribatto con un prenditempo eccezionale che non passa mai di moda: Tu cosa pensi?.

Lei mi fissa con i suoi occhioni azzurri bordati di grigio scuro e mi fa:

Mamma, secondo me Dio non esiste. Oppure esiste e se ne frega di tutto. O forse esiste e odia tutti, soprattutto i bambini. Altrimenti non si spiegherebbe perché i bambini muoiono sotto le bombe in Siria o affogati in mare per scappare dalla guerra o di malattie brutte che non guariscono.

Se ci fosse Dio e fosse buono, come dice nonna, queste cose non succederebbero, non credi?

Lei rimane pensierosa per un po’, io le rispondo che effettivamente il suo ragionamento è molto corretto da un punto di vista logico e mentre argomento mi interrompe:

Mamma, ma secondo te come faccio a spiegarlo alla nonna? Ormai è un po’ anzianotta, nemmeno vuol sapere che sei lesbica. Come faccio a dirle che Dio non esiste? No, dai, non posso farle venire un infarto. Eh.

[Tratto da “Brita, l’atesimo e la tutela delle credenze degli avi]

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