Quel tempo che non torna

tempo

[Ho scritto questo post ieri mattina intorno alle quattro. Poi ho letto del terremoto e il mio cervello si è paralizzato. Di fronte ad una tragedia del genere ogni parola risuona superflua, inutile, stonata. Questo è un articolo che parla del tempo che scorre veloce, della mia incapacità di godere del presente. E ci penso ancora di più, da ieri, agli abbracci che non ho dato, ai momenti sprecati in presunte incombenze che in realtà erano solo una fuga. Penso alle persone che si sono addormentate e poi non si sono più svegliate perché la casa è crollata sopra di loro. Penso ai bambini che si sono addormentati abbracciando il loro peluche preferito e agli adulti che magari, invece, erano andati a dormire arrabbiati sperando ci sarebbe stato il giorno dopo, per fare pace.

Non possiamo prevenire le tragedie né sapere quando toccherà a noi. Ma decidere di non sprecarlo, il tempo, quello sì. Quello possiamo e dobbiamo farlo.]

È stata un’estate strana, questa. Due viaggi, molto tempo per pensare e per rimettere insieme qualche pezzo di coccio – o almeno provarci – un po’ di mare, qualche passeggiata, l’addio (spero) alle sigarette, e un occhio gettato a settembre.

Per me l’anno inizia sempre a settembre, mai a gennaio. E l’estate, a dire il vero, non mi è mai piaciuta. Quando ero adolescente pativo il dover essere trascinata su un altopiano in mezzo al niente mentre tutti i coetanei andavano al mare (e all’epoca abitavo a Lido di Camaiore), da universitaria lavoravo per integrare la borsa di studio; quando poi ho iniziato a lavorare come libera professionista le ferie estive si aggiravano intorno a una settimana o poco più. Quando sei unica signora e padrona della tua sorte è difficile godersi il riposo senza rimorso. Soprattutto a inizio carriera e se di secondo nome fai Ansia.

Ho scoperto con tristezza che fatico a concedermi. Fatico a concedermi il permesso di riposarmi, di fidarmi e di affidarmi. Fatico ad autorizzarmi ad essere felice. Nella vita ho sempre trovato il modo di distruggere e minare le situazioni di quiete e serenità. Come se fossi capace di camminare solo in mezzo alle difficoltà e a rimanere in equilibrio sul terreno franoso. La scrittura mi ha aiutata anche nel fissare qualche tassello a cui aggrapparmi, ma in generale sono e rimango funambola.

Settembre per me è la ripresa, è l’inizio della mia stagione preferita, quella dei rossi infuocati e dei gialli intensi, quelli della natura che rallenta come vorrei essere capace di fare io. È il momento di comprare nuovi quaderni su cui scrivere nuove storie e una scatola di colori per fissare i paesaggi che corrono sempre troppo veloci fuori dai finestrini. [Che mi sono sempre chiesta dove cazzarola corrono gli alberi mentre noi passiamo con la macchina.]

Riprendo con calma, per ora tendo la mano ai libri che mi sono rimasti sul comodino e alle risate con i miei figli, al fare la spesa perdendomi tra gli scaffali e al ritrovato gusto di cucinare, al piacere di un caffè con un’amica o a un pomeriggio trascorso a imparare l’uncinetto per creare dei fiori di rafia.

Per il lavoro adesso c’è tempo. Per gli impegni c’è tempo. Ho imparato che i treni che passano sono quelli su cui non dovevo salire. Che l’unica cosa che ha valore è il presente.

E, almeno oggi, trovate il tempo di abbracciare e far sapere alle persone che tenete a loro.

Buon tempo a voi.

tempo

Amsterdam in 6 giorni con 2 bambini e 1 Euro Pride senza dare i numeri

I Amsterdam

Sei giorni di Amsterdam con due ragazzini di 13 e 7 anni. Una bella sfida, visto che sono diversi non solo per età, ma anche per interessi. Il risultato? Eccolo qui.

Il problema era trovare una meta che tenesse conto del fatto che Ariele ama andare in bicicletta, che Margherita voleva prendere l’aereo e che io e Manu avevamo bisogno di un po’ di vita metropolitana senza spendere un capitale.

I Amsterdam

GIORNO 1

Margherita era decisamente la più euforica mentre passava dalla modalità fifa a quella figata per il volo che l’aspettava. Al momento del decollo mi ha guardata e mi ha regalato una delle sue perle di saggezza: “mi sento la pancia nelle orecchie ma è proprio ganzo, chissà perchè avevo paura, forse proprio perché non lo avevo mai fatto”. Poi la piccola filosofa ha tirato fuori il quaderno dei ricordi della vacanza e ha iniziato a personalizzarlo. Ce lo siamo trascinato sempre dietro e a fine giornata attaccavamo biglietti dei mezzi, dei musei, pezzi di depliants e mappe delle zone che avevamo visitato. Ha partecipato pure Ariele per la fase di taglia e incolla. Un successo.

quaderno dei ricordi

Il primo giorno abbiamo gironzolato per il quartiere, fatto amicizia col supermercato e pulito il bagno della casa che abbiamo affittato perché l’appartamento era piuttosto sporco. Abbiamo anche imparato che ad Amsterdam è più pericolosa la pista ciclabile del circuito automobilistico. Per essere il primo giorno, direi che è stato già abbastanza significativo. Siamo gente scialla, noi.

GIORNO 2

Visita al Museo Van Gogh, iniziata saltando la fila grazie all’acquisto dei biglietti online (consigliato). Questo ci ha provocato una certa soddisfazione, anche perché pioveva e stare impalati in coda non era proprio il massimo della vita. Brita ha potuto partecipare ad una caccia al tesoro che l’ha aiutata a vivere la visita in modo più interessante per lei. Peccato che a metà le sia partito un cristone perché aveva sbagliato una prova e non ne ha più voluto sapere di continuare.

Il pomeriggio tranquillo con una sosta in birreria – eh, pioveva! – e l’acquisto di una paperella unicorno per arricchire la nostra collezione.

paperella unicorno

GIORNO 3

Gita fuori porta per visitare Volendam, Marken e Zaanse Schans. I primi due sono ex villaggi di pescatori, l’altro un sito di mulini riconvertiti al turismo. Ottimi i panini con l’aringa, per il resto non mi sono piaciuti granché: l’effetto era un po’ quello di trovarsi dentro la scenografia di un musical un po’ scadente. In più pioveva (come gli altri giorni) e – causa maltempo che mi sollecita la vescica – ho lasciato un capitale per fare pipì nei servizi a pagamento.

Volendam

GIORNO 4

Visita al National Park Zuid-KennemerlandIl per far scorrazzare Ariele in bici. Io e Brita abbiamo noleggiato un tandem comodissimo per me, che non andavo in bici dal mio 16esimo anno di vita, e c’ho messo un po’ a impostare la giusta traiettoria. Considerando che abbiamo percorso 35 km di saliscendi sulle dune (ma non era un paese piatto, ziocandela?!) sono sopravvissuta e Brita è stata bravissima. Il Parco è meraviglioso: scenari naturalistici spettacolari, con tanto di bisonti che pascolano (e copulano) felici tra i turisti e cavalli selvaggi con criniere al vento. Dietro ad una curva abbiamo persino beccato una sposa che si faceva le foto ai bordi di un laghetto. L’abbiamo fissata per un po’ per vedere se era una fata, ma alla fine ci siamo convinti che era umana e abbiamo proseguito.

tandem

GIORNO 5

Sveglia alle 8 e colazione con yogurt e cereali. Poi ci siamo persi a contemplare la polvere, giocherellare, farci le coccole e, visto che alle 11 eravamo ancora in pigiama, ci siamo concessi una seconda colazione a base di eggs&bacon e panini con aringa marinata e cetrioli in agrodolce. Perché amiamo la cucina leggera. Alla fine siamo usciti, ‘che iniziava l’Euro Pride. Indescrivibile il clima di vera partecipazione di tutti, dalle forze dell’ordine ai dipendenti della società di trasporti – che per tutta la settimana hanno indossato una cravatta arcobaleno sulla divisa – al cartello esposto fuori dalla chiesa evangelica che invitava i fedeli a partecipare al Pride. C’era il mondo, ed era un bel mondo.

euro pride

GIORNO 6

Giorno della partenza. Ma non eravamo affatto tristi perché è bello pure tornare a casa. E trovare Iole ad aspettarti in macchina.

Iole topocane

Bello tornare anche perché le vacanze coi bambini necessitano di una seconda vacanza.

Ecco, a questo proposito volevo dirvi che non ci sentiremo fino a dopo il 20 agosto perché per riprenderci ce ne andiamo in Thailandia.

I miei libri sul comodino avevano bisogno di una trasferta esotica.

 

 

 

Aria di vacanza

vacanze

Oggi la rubrica non esce. E già un po’ mi manca, ma la mia testa è altrove.

Ed è un altrove allegro di bambini che preparano la valigia, si affrettano a finire i compiti previsti per oggi, canticchiano e chiedono informazioni per il viaggio di domani.

Soprattutto Margheritina è euforica, domani prenderà l’aereo per la prima volta in vita sua e sta assillando Manu di domande (essendo sempre sugli aerei per lavoro, ormai è deputata a fornire spiegazioni su bagagli e altro e i bambini ascoltano solo lei).

Non ho la concentrazione sufficiente per editare una storia al meglio, senza stravolgere lo stile e la personalità di chi me la invia e credo che con la rubrica ripartiremo a settembre.

A dire il vero mi ero ripromessa di non scrivere affatto, questo mese, e staccare completamente, in vista del superfantaprogetto che vi svelerò a settembre, ma stare lontana da qui proprio non mi riesce. Se non scrivo mi viene l’orticaria e il moleskine non basta.

Vi va di raccontarmi come trascorrerete questo mese?

vacanze

 

#VolevoEssereBionda. E invece.

#VolevoEssereBionda

Come qualcuno avrà notato – che ‘tacci vostri mica vi sfugge nulla di nulla, eh – la mia fase blondie è durata un mese scarso ed è giunta alla sua conclusione.

A volte inseguiamo un sogno nella vita, alleviamo aspettative, desideri e poi, quando siamo lì, proprio sulla cima della vetta più alta del nostro Obiettivo (per enfatizzare leggetelo con due B – anche 3 – tipo obbbiettivo) ci sgonfiamo come dei palloncini bucati. Se state in silenzio, in questi casi, è anche possibile sentire un flebile fschhhhh, tipico, appunto, del palloncino bucato che vi dicevo sopra.

Comunque, in breve, la storia di #VolevoEssereBionda è questa.

Fin da piccola ho avuto i capelli di un colore orribile. Né castano, né biondo, un beigiolino con qualche riflesso rossastro. Io lo chiamo coloro nutria, se fossi una fashion blogger potrei chiamarlo castorino, che è più chic e decisamente più cool e glamour e quelle parole lì che indicano figaggine. Però, ecco, comunque lo vogliamo chiamare rimane invariato il fatto che fa schifo.

E così, da quando ho avuto il permesso di tingerli, intorno ai 18 anni, li ho avuti rossi. Credo di aver consumato più henné io delle tatuatrici sulla costa delle Versilia in estate. Ma ho sempre sognato di essere bionda. Il biondo è raffinato, aristocratico, signorile, chic senza essere eccessivo, leggero. Soprattutto leggero. La bionda è percepita come frivola e poco intelligente e io ho sempre sperato di essere vista così, invece che la rompicoglioni polemica e irrequieta che i più mi dicono essere (chissà perché, poi…). La bionda è phyga, ha successo. La bionda piace. Del resto pure Barbie è bionda e l’amica castana non la comprava nessuno.

Quindi, dopo un primo tentativo che mi ha visto con un capello decisamente improbabile – con le stesse nuances di una birra artigianale al doppio malto, per capirci – sono riuscita, al secondo colpo, ad arrivare a un color platino lucente.

I miei figli non mi riconoscevano, io mi guardavo smarrita e mi spaventato quando mi vedevo riflessa; persino Manuela, detta anche La Fidanzata Perifrastica, mi ha fatto capire, seppur sempre con i suoi modi sabaudi e indiretti, che le facevo cahare, come invece si dice nella rustica Toscana.

Quindi, più per me che per gli altri, ma pure perché gli altri facevano pressing, sono tornata dalla mia parrucchiera (l’unica che mi faccia uscire da sotto le forbici senza aver l’istinto di correre a comprare una parrucca) e mi sono fatta spalmare un castano cioccolato con cui mi sento decisamente più a mio agio.

Nella vita s’impara sempre qualcosa. Io, da questa storia ho tratto due insegnamenti fondamentali.

Il primo è che non sempre ciò che si desidera è ciò che ci rende felici (eh, saggia io, vero? Anni e anni di studi filosofici buttati al maiale, visto che ‘sta frase sembra uscita da una citazione di Osho).

La seconda, forse la più importante, è che bionda faccio cahare.

Pensateci prima di desiderare qualcosa. E pure prima di decolorarvi lo scalpo.

E se vi va, raccontatemi qual è stato il vostro desiderio che, una volta realizzato, vi ha lasciato con l’amaro in bocca.

Il vostro #VolevoEssereBionda, insomma.

#VolevoEssereBionda

 

Brita e una storia breve sull’ateismo

ateismo

Sono sul divano con il pc sulle gambe, quando Brita si avvicina e mi domanda: Mamma, ma secondo te Dio esiste?

Io avrei preferito di gran lunga che mi chiedesse come nascono i bambini, perché i discorsi sulla trascendenza mi mettono sempre un po’ a disagio. Ho cercato di crescere i miei figli trasmettendo loro il valore del rispetto per gli altri, per la natura, con una spiritualità laica e di buon senso unita ad una magicità che ci porta a credere a unicorni, fatine dei boschi, spiriti del bosco, topino dei denti e Babbo Natale.

Scusate, mi sono nuovamente dilungata e invece vi avevo promesso una storia breve.

Siamo rimasti al punto in cui Margherita mi lancia questa domanda a brucia pelo e io, dopo qualche secondo di esitazione, ribatto con un prenditempo eccezionale che non passa mai di moda: Tu cosa pensi?.

Lei mi fissa con i suoi occhioni azzurri bordati di grigio scuro e mi fa:

Mamma, secondo me Dio non esiste. Oppure esiste e se ne frega di tutto. O forse esiste e odia tutti, soprattutto i bambini. Altrimenti non si spiegherebbe perché i bambini muoiono sotto le bombe in Siria o affogati in mare per scappare dalla guerra o di malattie brutte che non guariscono.

Se ci fosse Dio e fosse buono, come dice nonna, queste cose non succederebbero, non credi?

Lei rimane pensierosa per un po’, io le rispondo che effettivamente il suo ragionamento è molto corretto da un punto di vista logico e mentre argomento mi interrompe:

Mamma, ma secondo te come faccio a spiegarlo alla nonna? Ormai è un po’ anzianotta, nemmeno vuol sapere che sei lesbica. Come faccio a dirle che Dio non esiste? No, dai, non posso farle venire un infarto. Eh.

[Tratto da “Brita, l’atesimo e la tutela delle credenze degli avi]

ateismo

 

 

“Il Vaso di Pandora”: innamorarsi della propria insegnante di danza.

vaso di pandora

“La mia storia è una “non” storia.

Lei è la mia insegnante di danza, ormai da diversi anni. Ricordo ancora la prima volta, non che l’ho vista, ma la prima volta che l’ho guardata: una domenica pomeriggio, la scuola di ballo silenziosa; stavo facendo una lezione con altri insegnanti, è arrivata, si è affacciata un attimo alla porta e ha chiesto chi fossi. Da quel momento il mio obiettivo è stato quello di conquistarla, non la conoscevo nemmeno e la volevo conquistare!

Ecco, quelli sono stati gli anni fra i più belli e ricchi della mia vita; avevo il ballo, avevo la mia famiglia intorno, ero innamorata, e avevo questo stimolo che mi dava un’energia e una “luminosità” incredibili! Piano piano, frequentando lo stesso ambiente ho avuto modo di conoscerla, e mi sono resa conto che avevamo tantissime cose in comune, compreso il nome!

Lei è una donna tutta di un pezzo, ha avuto una vita difficile e forse questo l’ha un po’ indurita, però vedevo che le piacevo, ci facevamo dei regalini, avevamo piccole attenzioni reciproche di infinita dolcezza: io le cucinavo la sua torta preferita, lei mi comprava un bigliettino tenero, o mi regalava una maglietta uguale alla sua, mi chiedeva di svegliarla alla mattina, io le regalavo un oggetto che è il simbolo del nostro nome.

Era così lieve il nostro legame, così delicato, prezioso; sotto quel guscio c’era un interno morbido, riuscivo a intravederlo.

Poi, finalmente, è diventata la mia insegnante. Passavamo insieme tanto tempo e il nostro rapporto si è fatto più profondo. Io ero appassionata, piena di energia, e attraverso il ballo ho potuto amarla: potevo guardare il suo corpo stupendo muoversi, e i suoi occhi, che hanno tutti i colori del bosco, erano carezze su di me. Mi aiutava a vestirmi, a spogliarmi , a truccarmi a pettinarmi. Mi ha visto ridere e piangere, contenta e triste, confusa, insicura. Mi ha vista vincere e mi ha vista perdere.

Poi ho dovuto allontanarmi dal ballo prima per motivi di salute, poi per motivi economici, ed infine perché le vicissitudini della vita mi hanno messo a dura prova e non è stato facile affrontarle.

Sono passati alcuni anni e ho avuto di nuovo l’opportunità di ballare. Lei era ancora là, un po’ invecchiata, (come me del resto) ma sempre con quel carisma e con quel fascino che nel tempo sono rimasto immutati.

E il mio sentimento, che col tempo credevo sfumato, è ancora vivo, un po’ stropicciato, un po’ sbiadito ma vivo.

E ora che farò? Questo sentimento è solo mio, non sono mai riuscita a capire se allora lei aveva intuito qualcosa.

Posso riprendere ad alimentarlo nella mia fantasia, o cercare di farle capire, che da quella domenica pomeriggio è entrata nel mio cuore e là è rimasta, per tutti questi anni.

Solegiallo”

vaso di pandora

[Se anche tu vuoi raccontare la tua storia, puoi scrivermi a barsottiveronica@gmail.com. Ovviamente, se preferisci, proteggerò il tuo anonimato.]

Smalto ai piedi e fottesega della fine del mondo

fine del mondo

Oggi è il 22 luglio. Oggi è anche il mio complemese. Oggi, secondo accreditate fonti gomblottistiche, manca una settimana alla fine del mondo. E sarà tipo l’ottava fine del mondo che minacciano da che ho memoria.

Come ogni fine del mondo che si rispetti, è il momento di fare bilanci.

Cose che ho imparato in questi 35 anni e 7 mesi di vita:

Che la mia abilità di pianificare l’esistenza è inversamente proporzionale alla possibilità di mantenere fede ai suddetti piani.

Che i miei figli sono ganzi abbestia e non posso rinunciare alla colazione con loro, quando evitiamo il dialogo e ci parliamo a grugniti indicandoci il cibo sulla tavola.

Che io evolvo e così anche la mia professionalità e quando non mi diverto più devo cambiare. Quello che mi stava bene prima, non è detto mi stia bene adesso. Un po’ come coi vestiti. Per lo stesso principio, quindi, io non ingrasso. Io evolvo forte.

Che un lavoro lontano dai miei figli non è sostenibile se non per brevi e circoscritti periodi. Rivendico il mio diritto all’essere mammifero, al solletico sul lettone e ai grugniti della mattina.

Che mentre invecchi ti vengono le rughe, ma non è detto che ti scompaiano i brufoli. Ma si riesce a non pensarci introducendo una massiccia giusta dose di carboidrati nella propria dieta.

Che se ti sfondi di carboidrati poi i vestiti nell’armadio si restringono. Piero Angela sta studiando il fenomeno.

Che se tuo figlio è più alto di te di 10 centimetri sei comunque autorizzata a chiamarlo “il mio bimbo”. Fottesega. Del resto mia nonna ha chiamato mio padre “il mi’ bimbino” finché non è morta guadagnandosi la simpatia imperitura di mia madre. Tratto da “Wannabe la suocera perfetta”.

Che ai saldi il tuo numero è stato venduto appena 10 minuti prima a una vecchia strega che non vorrà mai bene a quelle scarpe quanto gliene avresti voluto tu.

Che amo le mezze stagioni, le mezze taglie, le mezze teglie, le vie di mezzo e le sfumature. Peccato non esistano più e al loro posto siano rimaste solo le mezze porzioni e le mezze calzette.

Che la felicità è più intensa quando è condivisa, ma pure leggere un libro in giardino in silenzio che t’ha fatto?

Che ogni lesbica ha all’attivo una ex psicopatica bipolare, ma poi parli con la tua amica Sara e ti rendi conto che pure gli etero non stanno messi tanto meglio.

Che le lesbiche al mare giocano sempre a pallaqualcosa e rimorchiano duro. O almeno ci provano.

Che io al mare preferisco andare alle spiagge delle famiglie così posso non giocare a pallaqualcosa senza il timore di venire perculata o tacciata di apologia dell’eterosessualità.

Che se prenoti la settimana di ferie in una località marittima puoi stare certa che quella settimana pioverà o avrai le mestruazioni. O entrambe.

fine del mondo

Per non farmi trovare impreparata, comunque, ho messo uno smalto rosso corallo alle unghie dei piedi. Che morire sciatta proprio no.

 

 

 

“Saffo abita di fronte a me” di B. Audisio – Un libro da rileggere fino allo sfinimento

Barbara Audisio

Ho un rapporto speciale con i libri. Fin dall’infanzia sono stati i miei migliori amici, il mio scoglio solitario da cui ammirare panorami sconfinati, la mia soffitta colma di tesori da esplorare e il mio cuscino su cui far riposare i pensieri e lasciar correre i sogni. Con i libri ho lo stesso rapporto che ho con le persone, se non mi piacciono a pelle non c’è storia, magari dobbiamo frequentarci per qualche ragione, magari sei un collega pedante o un manuale noioso, quindi siamo costretti a trascorrere del tempo insieme, ma questo non significa niente. Se non batte forte il cuore, quinto piano in ascensore batte forte il cuore, io spingo STOP. Del resto sono cresciuta guardando Non è la Rai e Ambra Angiolini. Ok, sto divagando.

Da circa un anno (credo, io e il tempo siamo pessimi amici) ho in giro per casa questo libro: Saffo abita di fronte a me. L’autrice è Barbara Audisio –  abbiamo in comune l’amore per la decolorazione e per il teatro –  edito da  Edizioni Smasher. In questo ultimo anno la mia vita è esplosa, portandosi dietro un doppio trasloco Lucca=>Milano e Milano=>Lucca con cocci di cuore e brandelli di storie intrecciate, amori finiti e amori nuovi, amicizie scoppiate dall’ipocrisia e nuovi sorrisi da scoprire, collaborazioni chiuse e nuovi progetti. Insomma, nel mio essere gatta dentro, ho condensato in quest’anno almeno 3 vite normali. Sono sopravvissuta e “Saffo” mi ha seguito silente in tutte le trasferte. Da un anno volevo leggerlo e non l’ho fatto.

Non l’ho fatto fino alla scorsa settimana, quando mi sono concessa un lungo viaggio in treno e il libro è letteralmente scappato fuori dalla borsa, mentre cercavo la moleskine. Me lo sono trovato sulle gambe, ci siamo guardati e ho capito che era IL momento. Credo che i libri lo sappiano, quando è il momento. Lo sanno i libri importanti, quelli che contano, quelli che ti rimangono incollati alle dita e agli occhi, quelli che frughi, che divori, che assapori e che troppo tardi ti accorgi che avresti voluto centellinarli per non farli finire mai, quelli che appena hai letto l’ultima sillaba ti viene da scrivere all’autrice (ehm, scusa Barbara…). Ecco, quei libri lì ti trovano. Sanno aspettare il momento giusto e poi s’infilano al loro posto, al riparo tra un battito e l’altro e iniziano a respirare con te.

Questo libro è una storia d’amore, questo libro è Amore, in tutte le sue forme, visto attraverso il caledeiscopio delle protagoniste. Mi sono innamorata di tutte loro, mi sono lasciata cullare dalla cura di Daphne, ho sofferto con Fabiana per il suo senso d’inadeguatezza e patito le rigidità di Asia. Non farò spoiler, lo giuro. Ma la tentazione di raccontare tutto è forte.

Questo libro ha un unico difetto: a un certo punto finisce.

saffo abita di fronte a me

“Il Vaso di Pandora” – Essere disabile e omosessuale: troppe etichette

vaso di pandora
“Mi chiamo P., ho da poco compiuto ventinove anni e sono disabile dalla nascita. La mia disabilità, nella vita, non mi ha mai impedito di fare ciò che volevo. A differenza di tante altre persone che hanno la mia stessa patologia io cammino, mi muovo liberamente e riesco ad avere una vita “normale”. Ovviamente tutto ciò non è stato facile: ci sono volute alcune operazioni chirurgiche, tanti anni di riabilitazione e una grande dose di autostima, corredata da una buona accettazione di sé.
Essere disabile e omosessuale è tosta: troppe etichette, troppe diversità. Io non ho problemi con la diversità, ma ho paura. Paura di deludere la mia famiglia e di restare sola.
Un’ipotetica compagna dovrebbe fare i conti con la mia duplice etichetta sociale, accettare la mia patologia, che per fortuna non può peggiorare più di tanto, e vivere l’incertezza futura che dalla malattia deriva; condividere dei momenti, degli attimi dell’esistenza, con una persona che, nonostante i lati positivi, ha una cronica lentezza e una serie di piccole limitazioni.
A tutto ciò aggiungi la mia famiglia. Quando avevo vent’anni ho perso mia madre che soffriva di depressione. Fino a quando c’è stata, è stata una buona madre: mi ha dato un’educazione, mi ha amata, insomma… nonostante la sua malattia, ha fatto tutto quello che dovrebbe fare un buon genitore. Mio padre è stato – ed è tutt’oggi – un padre presente-assente: attualmente passa le sue giornate davanti alla tv e non parla mai. Quand’era più giovane lavorava, ma una volta tornato a casa le cose non erano molto differenti da ora. Mio fratello, fortemente omofobo, per fortuna vive in un’altra città. Il nostro rapporto non si può dire idilliaco.
Io avevo dieci anni quando mia madre si è ammalata. Immaginati come sia stato crescere nella famiglia che ti ho precedentemente descritto e affrontare i miei problemi di salute. Quando ho capito di essere omosessuale, mi sono detta: “anche questo”, ma in parte l’ho accettato.
Prima di acquisire consapevolezza e rendermi conto di quello che ero, ho fatto soffrire e  ho sofferto: non riuscivo a spiegarmi quell’attaccamento morboso alle mie amiche. Ho distrutto un rapporto, poi due, alla terza volta ho deciso di cominciare a fare analisi, pensavo che il problema fosse dovuto alle mie carenze familiari. La dottoressa in due o tre mesi mi ha rivoltato come un calzino; quando le ho detto che provavo attrazione per le donne e pensavo di essere omosessuale ha liquidato la cosa con semplicità, mi ha chiesto: “tu vuoi dei figli?”, io le ho risposto: “Si” e lei mi ha detto: “allora non può essere”. Io sono andata avanti, ho continuato a vivere, ma trovavo strano il fatto che stessi con il mio ragazzo dell’epoca e continuassi a pensare alla mia migliore amica, che ancora oggi mi capita di vedere all’università. Se appendi lui per uscire con lei, se passi le notti a telefono a parlarle, se corri come una pazza in macchina, alle due di notte, perché sai che è da sola in casa e che sta male, se passi le notti in cui dormi da lei ad osservarla, di chi sei innamorata? L’unico problema è che lei è etero e io non sapevo – e  non so ancora – gestire bene le mie dipendenze affettive. Tra di noi non è mai successo niente di fisico, ma abbiamo comunque distrutto il nostro rapporto; oggi quando ci incrociamo non riusciamo nemmeno a guardarci in faccia. Quando l’ho persa ho sofferto come una bestia, ma in silenzio, finché un giorno non c’è l’ho fatta più: sono andata dalla mia amica d’infanzia, quella che ho sempre visto come una sorella e le ho detto: “sono gay”, lei mi ha risposto: “finalmente te ne sei accorta, lo so da quando avevi tredici anni”. Lei lo sapeva e lo aveva accettato prima di me. Da allora per me non ci sono stati più dubbi o domande: l’ho accettato e basta. Dopo tanto cercare ero finalmente me, con le mie nuove consapevolezze e con tanti problemi da risolvere.
Mia zia, la sorella di mia madre, la persona che mi è stata più di tutti vicino in questi anni, soffrirebbe molto se sapesse come stanno le cose. Non so se lei e la mia famiglia lo accetterebbero, sono molto credenti e io per loro sono un punto fermo, quasi invulnerabile. Ho vinto la mia malattia e mi sono presa una vita normale, ho combattuto strenuamente contro la depressione di mia madre, quando è morta ho retto tutti i suoi carichi senza fare una piega. Ho sostenuto l’intera famiglia e mi sono comportata sempre in maniera irreprensibile. Ho studiato, mi sono laureata, sono attiva nel sociale, ho molti amici, so affrontare i problemi quotidiani. L’unica cosa che non va, per i miei zii, è che sembro distante da loro, spesso insensibile e ho un singolare amore per la montagna e il silenzio; chi glielo va a dire ai miei parenti che il loro esempio di rispettabilità è omosessuale e infelice. Infelice perché non riesco ancora a vivere pienamente quello che sono; infelice perché ho sempre paura che il mio modo d’amare non sia giusto, infelice perché anche quando sto male in casa devo tenere tutto dentro.
Attualmente i miei amici più cari sanno tutto quello che c’è da sapere. Alcuni hanno accettato la mia omosessualità senza troppi problemi, altri pensano che sia una fase momentanea. In questo frangente sono innamorata e non ricambiata, ma non è un problema, passerà.
A causa dei miei trascorsi familiari, i miei sentimenti, il mio modo d’amare continua a farmi paura. Quando da bambina non ti vengono date delle linee rette e sane su cui basarti è facile perdere l’equilibrio e cadere. Ho paura di fare male a questa persona, che spero di riuscire a vedere prima o poi come un’amica; paure delle mie dipendenze affettive che cerco di tenere a freno. Non so se il mio modo d’amare sia normale, vorrei tanto un termometro per la misurazione del termine “normale”.
Intanto cerco soluzioni e continuo la mia vita.
P.”
vaso di pandora
[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

Se una mamma al mare è pesante, figurati due

coppia lesbica al mare coi bambini

Il mare mi stressa.

Non ho un ricordo che sappia di salsedine e che si possa associare, anche vagamente, all’idea di relax. Ho iniziato ad andare in spiaggia con un neonato poco dopo aver smesso di essere trascinata al mare da mia madre. Niente falò con gli amici, né domeniche sdraiata sulla sabbia con le amiche.

Quando ero piccola mia mamma ci svegliava all’alba. Dopo la colazione, con le nostre borse contenenti giochi prima e libri + walkman poi, arrivavamo sulla battigia quando ancora era deserta. All’orizzonte solo noi, i pescatori di vongole e le signore anziane che passeggiavano con l’acqua alle caviglie per favorire la circolazione alle gambe. Le antesignane di uno sport che negli anni successivi sarebbe diventato di gran voga: l’acquagym.

Prima di fare il bagno dovevano passare almeno tre ore. Che avessimo leccato un ghiacciolo o ci fossimo scofanati una teglia di melanzane alla parmigiana, il principio non cambiava. E prima d’immergersi completamente era necessario seguire una procedura. Per prima cosa un’ulteriore passata di crema dalla consistenza del calcestruzzo: spalmandola portava via il primo stato d’epidermide ed era talmente idrorepellente che neppure dopo la doccia serale se ne andava via. L’immersione andava effettuata ad abluzione crescente: 10 minuti solo le dita dei piedi, 10 minuti fino alle caviglie e così via a salire. Praticamente potevamo tuffarci quando gli altri bambini erano già usciti per fare merenda. Anche i tempi di permanenza in acqua seguivano delle tabelle rigide che mia madre applicava con la stessa meticolosità di un sub che teme la camera iperbarica. Era tassativo il monitoraggio dei polpastrelli, la grinza rappresentava l’impellente e inderogabile necessità di uscire immediatamente dall’acqua. La grinza era meno grave solo dell’essere inseguiti da uno squalo.

I giochi in spiaggia dovevano essere poco chiassosi e bisognava prestare attenzione a non sollevare sabbia al fine di non impanare le altre persone stese a prendere il sole.

Il due pezzi era bandito fino a 12 anni perché il doppio segno del costume era una maledizione da cui rifuggire il più a lungo possibile. Così ho trascorso l’estate spiaggiata – letteralmente – a pancia in giù e con la faccia nei libri per non dover andare in giro a tette al vento. E all’epoca avevo anche meno tette di adesso. Solo un maggior senso del pudore e necessità d’inclusione sociale.

Anche sull’orario non si sgarrava. Alle 11,30 si tornava a casa. A volte tornavamo nel pomeriggio, ma solo dopo le 16. Ovviamente con le stesse regole della mattina.

A me piace pensarmi come una madre moderna, che supera gli insegnamenti ricevuti adattandoli a contesti decisamente più SMART. In altre parole voglio dire che sono di quelle donne Io non sarò mai come mia madre. 

E invece.

Ho realizzato che questa rappresentazione apocalittica del mare l’ho rielaborata poco quando sono diventata madre a mia volta, limitandomi a qualche piccolo aggiustamento. Praticamente sembro anche io l’assistente alle colonie estive del ventennio.

Speravo che la presenza di Manuela mi avrebbe aiutata a stemperare questo mio essere mamma cozza apprensiva. Ma mi sbagliavo. Lei ha un senso di protezione materno che io in confronto sembro Gargamella. L’ultima volta ha unto più e più volte Margherita come fosse un abbacchio pronto per il forno, ha controllato che non si arrossasse, che avessimo preso l’acqua e i viveri di sopravvivenza, gli spiccioli per il parcheggio, abbiamo comprato una palla, un telo nuovo, un bunker anti atomico e uno spay al peperoncino subacqueo per gli squali che popolano le acque del Mar Tirreno all’altezza delle coste della Versilia.

Manco a dirlo, i miei figli al mare non mi sopportano, ad ogni mia raccomandazione sbuffano. Con Manuela no. La stessa richiesta – detta da lei – la eseguono sorridenti ed entusiasti. Brita, per dire, le va incontro con la crema per farsela mettere sulla schiena, mentre io devo minacciare ogni volta di darla in pasto ai suddetti squali che popolano le acque del Mar Tirreno all’altezza delle coste della Versilia.

Forse, stavolta, riuscirò anche io ad associare l’idea di andare al mare alla sensazione che non sia una tortura immeritata. E magari imparerò a rilassarmi e a godermi quella poesia meravigliosa di bambini schiamazzanti, caldo appiccicoso e sabbia che s’incolla alla pelle sudata e incremata, le urla dei venditori di cocco e quelli delle mamme isteriche.

Mi sto sforzando. Davvero.

coppia lesbica al mare coi bambini

 

 

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