“Il Vaso di Pandora”: “Ho letto che cercavi storie d’amore”. E io ho pianto

una storia d'amore

Da quando ho inaugurato questa rubrica ho ricevuto molte testimonianze. Alcune mi hanno scosso e turbata, altre mi hanno fatto sputare il caffè sul monitor dal ridere, altre ancora mi hanno commossa fino alle lacrime. È la vita: un’intersezione di esperienze e di molteplicità dell'”Io”.

La storia di oggi è diversa. Perché parla di me. Perché è la mia storia. La sua evoluzione più bella. La mia rinascita sentimentale.

Questa mail me l’ha inviata Manuela. L’ho aperta pensando che fosse uno dei suoi soliti scherzi. Poteva essere seria una mail dal titolo Ho letto che cercavi storie d’amore?. E invece.

E invece mi è preso un colpo quando l’ho letta.

La mia rinascita la devo a tante persone, ma soprattutto a Lei. Dopo la fine della mia storia precedente avevo pensato che non avrei più condiviso “tutta me” qui sopra, che avrei voluto riprendere la mia esistenza al riparo e offline.

Poi ho semplicemente realizzato che non sarei stata fedele alla filosofia che sottende ogni articolo di questo blog e che nasce dalla volontà di utilizzare l’autobiografia come narrazione condivisa e di supporto per chi legge, oltre che per chi scrive.

Quindi eccomi qui. Eccoci qui. Credo non sarei stata in grado di descrivere diversamente la trasformazione della nostra amicizia in un Amore potentissimo.

Ci sono storie che si riescono a raccontare seguendo un ordine cronologico,
altre che sfuggono ad ogni concetto e percezione di tempo.
Ci sono giorni in cui gli sguardi che ci si scambia, sembrano quelli di due coniugi che hanno consolidato il loro amore in decenni di pazienza, perseveranza e passione.
Attimi in cui la P ricorda il piacere della scoperta, l’emozione della prima volta e la passione, ché quella non deve mancare mai.
Storie in cui è bastato aprire uno spiraglio, tra una confidenza malinconica ed uno scambio di ironia e leggerezza, per far entrare nella propria vita il pezzo mancante.
E in una manciata di settimane, realizzare con sgomento che non ci può più essere una vita senza.
Fa paura avvertire tanta similitudine: tra se stessi e l’altra, tra l’altra e il proprio ideale di donna; e allo stesso tempo tanta differenza: tra il sè di cui si aveva esperienza fino ad una impercettibile frazione prima, e il sè potenziale che si intravede tra le righe e i sorrisi di questa nuova indispensabile presenza.
Niente di facile, niente di lineare, niente che sia esente da una quota di dolore, proprio e altrui.
Ma nudi davanti ad uno specchio, si può scegliere di abbassare lo sguardo per pudore nei confronti delle proprie imperfezioni, o guardarsi con attenzione per scegliere un abito che valorizzi i nostri tratti più riusciti.
Quell’abito non è fatto su misura, era stato già confezionato, ha qualche piega, qualche sgualcitura. Il colore è il nostro preferito, ma era già stato scelto da qualcun altro.
Tuttavia si può fare qualche aggiustamento, un ritocco che lo renda più comodo, un dettaglio che lo personalizzi.
Si può riuscire a renderlo solo e soltanto nostro.
E molti, moltissimi anni dopo, sorridere perché si ritrova in una sua tasca un biglietto d’Amore.
Dimenticato, ma mai scordato.
una storia d'amore

“Il Vaso di Pandora”: l’amore ai tempi di Istanbul

vaso di pandora

[Grazie Virginia per averci raccontato la tua storia. Per un attimo è stato come essere lì a sorseggiare il rakı.]

Arrivai a Istanbul a fine settembre di quattro anni fa, e Çide era ad aspettarmi alla fermata dell’autobus che giungeva dall’aeroporto.

Era la prima volta che la vedevo, anche se ci eravamo scambiate diverse email sulla logistica del mio arrivo. Mentre aspettavo di scendere, guardando fuori dal finestrino, ricordo di aver pensato: deve essere proprio una tipa meticolosa con la testa sulle spalle. E avevo però anche visto quel suo lato rivoluzionario, che è rinchiuso in lei come un segreto, forse perché neanche lei è consapevole di quanto sia potente.

Quando mi trovavo in Germania, mesi prima, potevo scegliere una meta estera per fare un periodo di studio al di fuori della mia università a Francoforte, e avevo scelto Istanbul. Ci sono cose che decidi di fare con un impulso inverosimile senza una ragione precisa, e poi solo dopo, capisci perché. Ad agosto gli esami del semestre erano finiti, avevo già cercato la stanza da affittare per quando sarei atterrata in Turchia, e poi avevo passato giorni di completo riposo a Genova, a casa di mio papà: leggevo, andavo al mare e pensavo al mio futuro. Immaginavo anche come volevo sentirmi se avessi avuto accanto qualcuno, fantasticavo. Poi Istanbul. Una città bellissima, un grande caos, un caldo feroce anche a settembre.

Passavo le serate con Çide a chiacchierare sul balcone della casa, la sua ragazza era in vacanza a Cuba, e così trascorremmo molto tempo insieme in quei dieci giorni, prima che lei ritornasse dal viaggio. Dalle finestre della casa s’intravedeva un quadrato azzurro di Bosforo e sbucavano, sopra la distesa di tetti, i minareti di Aya Sofia, poi, proprio di fronte al balcone, un edificio dove una moltitudine di gabbiani si raggruppavano al crepuscolo, come per scambiarsi le chiacchiere della giornata.

Una sera, eravamo sedute sul terrazzo ed era già sceso il buio, mentre sorseggiavamo un bicchiere di rakı con ghiaccio e lei mi raccontava della sua prima ragazza. Rigiravo tra le mani il bicchiere colmo di liquido latteo e sentivo i cubetti tintinnare mentre si scontravano contro il vetro. Anche solo l’odore di anice m’inebriava. La cosa che più mi aveva stupito era stata una sciocchezza che aveva detto a un certo punto: mi aveva confidato, infatti, che durante una delle loro litigate, tra i fulmini e le saette di cui si circondavano quando discutevano, la luce in tutta piazza Taksim se ne era andata per qualche minuto, perché Çide sosteneva di avere dei rapporti con l’elettricità e in quel momento così solenne come lo è l’apice di un litigio, aveva come risucchiato la luce dei lampioni dell’intero quartiere. E io sono suscettibile a queste cose soprannaturali, anche se forse sono solo sciocchezze. Nonostante già sentissi qualcosa per lei, e non lo volessi certo ammettere, da quel momento avevo iniziato a guardarla in modo diverso.

Per questo avevo cominciato a cercare subito un’altra stanza dove trasferirmi in un battibaleno, infatti, tra tutto quello da cui volevo stare alla larga c’era di sicuro, e al primo posto, la bufera delle ripercussioni di un amore a tre. Lei dal canto suo non sembrava avere dubbi: mi lasciava piccoli doni davanti alla porta della camera ogni mattina prima di uscire, un giorno una conchiglia, un’altra mattina un mandarino, o un bigliettino ripiegato e microscopico. M’inviava messaggi sdolcinati, e quando rincasava dal lavoro mi invitava a bere un bicchiere di tè. Io sentivo questo sentimento profondo nascere dentro di me e ne avevo paura, ero combattuta e spaventata dalla complicazione della situazione.

Però ormai la valanga aveva cominciato a scendere dalla montagna, e nulla poteva più arrestare la consapevolezza che entrambe lo avessimo accettato. Il tango si balla in due, e dentro di noi sapevamo di essere pronte a assumerci le nostre responsabilità. In realtà tutto è stato molto più facile di quello che ci saremmo aspettate, o forse così lo ricordo io; eravamo state cacciate da casa e avevamo saltellato per diverse settimane da un divano di un’amica all’altra, sino a che non avevamo trovato una nuova stanza per me, e una per lei.

In totale, quell’anno, io da sola, avevo cambiato cinque case, incluso un soggiorno di tre mesi in India per una ricerca che stavo facendo all’università. Mi viene in mente ora la sera in cui abbiamo fatto il primo trasloco. Era l’inizio di ottobre e attraversavamo piazza Taksim cariche di sacchi, zaini e valigie.

Però tutto era OK. Era come se con Çide tutto andasse comunque e sempre bene. Con lei mi sentivo proprio come avevo immaginato, come avevo desiderato, lei era la mia prima ragazza e la cosa non mi turbava affatto.

Era una donna, e allora? Con lei mi accorgevo si essere come volevo: bella da impazzire, amata e amabile, compresa, forte e gentile.

vaso di pandora

[Se anche tu vuoi raccontare la tua storia, puoi scrivermi a barsottiveronica@gmail.com. Ovviamente, se preferisci, proteggerò il tuo anonimato.]

Auguri alla donna che sarai

auguri

Oggi compi 7 anni.

Il sette è un numero magico per molte culture. Il sette rappresenta la perfezione assoluta, un cerchio che si chiude e un percorso che si compie. In alchimia è il ponte tra l’umano e il divino. Il sette è la saggezza che si eleva alla ricerca di talenti ancora da esprimere. Sette erano i Re di Roma, sette i nani, sette i vizi, sette i mari e sette le meraviglie del mondo.

Ti guardo dormire e vedo la stessa espressione che avevi quando ti cullavo tra le braccia. Mi fermo sorpresa a contemplare la curiosità con cui approcci il mondo che ti circonda, che sia la venatura di una foglia o l’espressione di un pensiero critico. Adoro la tua sagacia, il tuo essere sanguigna e la tua testardaggine nel voler cambiare quel che non ti piace. Mi compiaccio della tua tenacia e del tuo non arrenderti. Anche se come madre cerco di contenerti, dentro di me applaudo.

Mi sento fortunata a guardarti crescere, e a rispettare la distanza che aumenta tra i miei passi e i tuoi, sempre più sicuri e determinati a trovare un proprio passo e una propria direzione. A volte, credo proprio di aver più da imparare che da insegnarti. E siccome ho una memoria un po’ difettosa, ti regalo sette auguri. Li puoi usare a tuo piacimento. Non vanno a male e sono sempre validi. Come i sogni.

I Se cadi, fregatene. Ho scoperto delle angolazioni interessanti dal pavimento e sdraiata sull’erba. L’importante è che poi alzi gli occhi al cielo e ti tiri su. Non è un caso che ci siamo evoluti guadagnando la posizione eretta.

II Continua ad arrampicarti sugli alberi. Anche se a volte sembrano troppo alti o troppo difficili. Anche a testa in giù si visualizzano nuovi scenari e si capisce l’importanza di rimanere aggrappati a qualcosa di saldo, anche mentre la testa ciondola.

III Ridi. Ridi per ogni cosa che ti faccia ridere. Ridi, ignorando chi ti trova inopportuna. Il sorriso è un’arma potentissima. Disperde chi non sa gioire con te e per te. Distrugge gli invidiosi e le persone negative che vivono nell’ombra della loro pochezza e si nutrono dei tuoi insuccessi.

IV Continua ad essere curiosa. Non ti fermare alla superficie delle informazioni, all’apparenza delle persone o agli aneddoti raccontati. Cerca di confrontare i punti di vista, cerca fonti autorevoli e formati un’opinione che potrai adattare e mutare adeguandola a nuove informazioni.

V Disegna, scrivi, dipingi, fotografa, pasticcia con la creta, il fango, la farina. Non lasciare che il tuo cervello e le tue mani invecchino. Le rughe di cui devi preoccuparti sono quelle dell’anima. Se si sgualcisce, portala al mare e lasciala ballare con le onde e con il vento. Fai anche buon uso delle parole. Ricordati che le parole a volte s’incartono, s’incollano, trapassano la carne e la bruciano. Sii consapevole del loro potere e padroneggialo.

VI Abbraccia, bacia, coccola, annusa e accarezza le persone che ami. La pelle ha una memoria migliore di quella della mente. E il linguaggio del corpo scioglie anche i garbugli mentali più sofisticati. Un abbraccio chiarisce. Stringe e mette insieme i pezzi senza dover essere spiegato.

VII L’amore esiste. Non credere mai a chi ti dice il contrario. Non accontentarti di amorucci mediocri, non permettere a qualcuno di prosciugarti il cuore, di giudicarti, né di farti sentire sbagliata. Impara a dire ti amo, ti voglio bene, ci sono. E poi dimostralo. L’amore dato per scontato, finisce alle svendite fallimentari.

Buon compleanno, Margherita

Mamma

auguri

 

Quella volta che ero piccola

Quella volta che ero piccola ero come adesso. Solo più piccola, di un bel po’. E senza le rughe. In realtà le rughe ce le avevo, ma poche. E solo quando ridevo. Mi venivano dei piccoli raggi intorno alle estremità degli occhi e agli angoli della bocca. E anche quando piangevo o mi arrabbiavo, mi venivano le rughe. In quel caso mi si formavano delle onde sulla fronte e gli angoli della bocca finivano in giù. Come i tetti delle case di montagna.

Quella volta che ero piccola mi fissavo a guardare la forma delle nuvole e a cercare delle somiglianze. Mi perdevo a fissarle per ore. Soprattutto quando ero in macchina con i miei genitori. Guardavo fuori dal finestrino le chiome degli alberi che si rincorrevano e le nuvole schiumose. E quando pioveva facevo una gara tra le gocce e scommettevo su quale avrebbe vinto. Ma mica lo dicevo ad alta voce. No no. Era una gara in cui vincitori e vinti se la vedevano tra di loro, ben al riparo tra i miei pensieri. Ieri, tornando a casa, ho visto una nuvola a forma di carciofo. E gioco con le gocce sul finestrino, anche se vince sempre quella meno simpatica, ma grossa e gonfia.

Quella volta che ero piccola m’innamoravo delle persone, mi sembravano tutte buone e tutte simpatiche. Mi divertivo a parlarci e ad ascoltarle. Poi all’asilo le suore ci tenevano sempre seduti e ci consegnavano dei giocattoli presi da uno scatolone. E noi non potevamo mai scegliere con cosa giocare e chi si ribellava veniva picchiato con il tacco della scarpa. E infatti io non ci volevo andare, anche se non mi lamentavo mai per i miei giochi, perché avevo paura. Ma una volta ho difeso un bambino e le ho prese io al suo posto. Mi capita sempre di non pensare alle conseguenze e difendere idee e persone dalle ingiustizie. O almeno ci provo.

Quella volta che ero piccola credevo nell’amore. Che per me era tra uomo e donna, ma mica perché ci vedevo qualcosa di strano nell’amore tra due uomini o tra due donne, solo che nessuno me ne aveva mai parlato. Non c’erano favole, cartoni animati dove si parlasse di due principesse che si amavano, dopo che una aveva sconfitto un drago per salvare l’altra. E nemmeno di due principi che si liberavano dall’influenza del perfido patrigno invidioso e si sposavano. E quindi, che a me piacevano le donne, l’ho capito un bel po’ dopo. E non è stato per niente divertente, perché mi sono sentita strana e diversa e fuori contesto. Non potevo considerarmi una lesbica doc: avevo marito e due figli. Ma non ero neppure etero, visto che mi ero innamorata di una donna. E poi, però, sono andata avanti, ho avute alcune fidanzate, sono stata felice, poi triste, poi felice e così via.

Perché alla fine funziona così, la vita è come l’altalena. Se non ti viene la nausea a fare su e giù, magari ti diverti pure.

Quella volta che ero piccola, ero come ora. Solo più piccola.

E nell’amore ci credo ancora.

piccola

 

“Il Vaso di Pandora” – È una roba potente, l’adozione. E maledettamente complicata.

[Ho riletto questa storia così tante volte da saperla a memoria. Dedico questo estratto di memoria a tutti coloro che credono che la famiglia sia quella formata solamente dai legami di sangue.]

A casa mia, l’adozione l’abbiamo presa per i denti. Nel senso letterale del termine.

Non fatevi illudere dai discorsi dei genitori adottivi: quando siamo in pubblico tendiamo a

minimizzare, a sminuire le difficoltà di tutti i giorni. Ma ci sono, e sono tante.

A partire dai 5 sensi.

Quando prendi in braccio un bambino piccolo, ha un odore tutto suo particolare. Un odore di debolezza, di latte, di esserino indifeso. E’ per questo che Mowgli viene allevato dai lupi. Perché è un cucciolo, profuma di cucciolo. Quando una madre ha un figlio dal suo grembo, ne condivide gli odori, quelli del suo sangue, del parto, della venuta al mondo.

Ecco, per noi genitori adottivi quella roba lì non c’è.

I ricordi olfattivi sono potentissimi, a volte un odore è in grado di riportarti indietro di anni in una frazione di secondo.

Quando accogli nella tua famiglia un cucciolo d’uomo, la prima cosa da fare è annusarsi e abituarsi all’odore dell’altro. Mio figlio ha annusato un’altra mamma. Lei lo ha allattato, tenuto al seno, lo ha accudito e cambiato fino ai suoi otto anni. Poi non ce l’ha fatta più, e se n’è andata, lei e il suo odore.

Ed io, come faccio io a combattere con una roba così?

La prima volta che ho visto mio figlio aveva 12 anni e mezzo e profumava come un mazzo di rose.

Gli uomini brasiliani si profumano molto, e lui si era tirato a lucido in istituto prima di venire a incontrarci. Ma sotto, percepivi l’odore della paura. Che si mischiava al mio sudore, con la mia paura.

Annusarsi.

Ancora adesso lui prima di mangiare una cosa la annusa. I primi tempi in Italia eravamo un po’ imbarazzati da questo suo modo di fare quando gli amici ci invitavano a cena. Eppure, se hai nel piatto una cosa che non conosci, la prima cosa che fai è sentirne l’odore, per capire se ti può piacere oppure o no.

Mio figlio lecca mio marito nel collo. Quando non lo vede da un po’, che magari è stato fuori per lavoro. Prende la pelle del collo tra i denti, simulando un morso. “Babbo, posso darti un morsettino?” dice. Per capire se siamo noi. Per capire chi siamo noi.

I primi tempi mordeva forte, lasciava il segno, come un cucciolo di cane. Specialmente tra uomini,

una prova di forza: lottavano per avere la mia attenzione, e quando l’aveva, la rifiutava, perché delle donne non ci si può fidare, ti lasciano in istituto. E se ne vanno. Poi magari tornano dopo un anno, si fanno vedere, e vanno via di nuovo.

Una volta, eravamo sul divano della casa in Brasile, prima della sentenza di adozione. Era un caldo terribile, il divano di velluto, umidità terrificante. Alla Tv cartoni animati in brasiliano, tutto pur di farlo stare tranquillo e farlo abituare al nostro odore.

A un certo punto, ha preso un lenzuolo e ci si è avvolto tutto, come una crisalide. Non spuntava fuori nemmeno un pezzettino di pelle. Poi una manina è uscita da sotto, una mano piena di calli per il lavoro che faceva tutti i giorni nei campi, ed ha preso la mia. L’ha trascinata sotto il lenzuolo.

Ed ha cominciato a succhiarne il dorso, come fosse un capezzolo.

È una roba potente, l’adozione. E maledettamente complicata.

[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

vaso di pandora

La verità è che sono bionda. E felice di essere felice.

Sì, lo so. Avrei dovuto dirvelo prima.

E invece.

E invece non sono riuscita. Il fatto è che dopo tanti anni passati da rossa, ormai mi sono convinta di esserlo. Ma era un bluff, amici cari.

La verità è che sono bionda. Dentro e fuori. Biondo cenere, tra l’altro. Manco un bel biondo dorato che ricorda le spighe del grano. Il mio biondo ricorda le sfighe del mondo gramo.

Incarno tutto ciò che si dice sulle bionde: sono egocentrica, lunatica, umorale, volitiva, instabile, caotica, impulsiva e svampita.

Perdo tutto, tranne la speranza. Che non solo è l’ultima a morire, ma pure la prima a tenermi la testa attaccata al collo.

Non riesco ad indugiare nella tristezza, mi ruba troppa energia. Mi lascio risucchiare dai tormenti, mi adagio sul fondo del barile a piangere, mangio tanta pizza, mi autocommisero un pochino – ma senza esagerare, perché sono molto brava ad autoconvincermi che sono un disastro – divento narcolettica. Poi mi rompo le gonadi, per il motivo di cui sopra e cioè che mi annoio a perseverare nel medesimo stato uggioso per troppo tempo.

Ogni tanto mi lascio cullare dalla malinconia dei non più e dall’ansia dei non ancora, ma ho imparato a godermi il presente e soprattutto ho scelto di essere felice.

D’imparare a gioire delle cose piccole, di quelle grandi e pure di quelle medie. Un po’ come il fottio di animaletti inventati da me che popolano il boschetto della mia fantasia (cit.).

Credo di aver espiato il mio debito d’infelicità e malessere. Ho voglia di aprire le finestre e lasciar entrare il sole, consapevole che entreranno pure pollini e polvere, ma che il trucco sta nel concentrarsi su ciò che ci fa stare bene.

I momenti di crisi sono sempre catartici e se ne esce fortificati e non ci si bagna due volte nello stesso fiume e si risorge a nuova vita e capisci chi sono gli amici veri e tutte queste fantastiche massime. Ma soprattutto. Soprattutto ho imparato che la felicità si sceglie. Ogni giorno, ogni momento.

Perché sono bionda. Anche se mi tingo di rosso.

Perché sono pigra. Anche se non sto un attimo ferma.

Perché sono felice quando sono felice.

felice di essere felice

Quando a far violenza su una donna è un’altra donna

Appena un trafiletto sulla stampa (che potete leggere qui). Due righe o poco di più per un episodio che finirà presto nel dimenticatoio sociale. Quando una donna subisce violenza da un’altra donna, c’è ancora più silenzio.

Un fenomeno complesso e ancora più affossato dallo stigma sociale. Leggendo questo studio (che trovate qui) si scopre che le donne abusate, violentate o seviziate da altre donne spesso sono doppiamente emarginate.

Uno dei grandi ostacoli che rende la violenza tra donne un fenomeno sommerso, è l’implicito coming out cui la denuncia darebbe luogo.
Chi è quindi imprigionato nella negazione di sé, diviene ancora più vulnerabile in caso di qualunque forma di violenza: quella di matrice omofobica o quella che ha come sfondo una relazione di abuso.

Il problema, poi, è culturale: una donna viene percepita innocua. Nell’immaginario collettivo è l’angelo del focolare, al massimo preda di vezzosi e imprevedibili guizzi umorali che al più si traducono in urla e schiamazzi.

E questo è palese non solo nell’omertà che circonda l’argomento, ma anche nei toni da sfottò che si leggono in giro sui social a commento della notizia. Forse, ancora peggiori della notizia in sé.

Chiediamo uguaglianza, magari ci dichiariamo emancipate femministe o liberi pensatori che lottano per la parità dei sessi. E poi ci fa ridere che una donna venga pestata da un’altra donna.

Forse è tempo di riflettere.

donne che subiscono violenza da donne

 

“Il Vaso di Pandora” – L’educazione sentimentale di una lesbica cattolica.

 

[Più di un articolo. Oggi ho la fortuna di ospitare una storia di vita che è il racconto delicato e profondo di un percorso di scoperta. Prendetevi il tempo di assaporarne ogni parola. Perché è poesia.]

Quante volte nevica a Rimini?
Non saprei dirlo con certezza e, a dire il vero, la mia risposta farebbe sorridere i romagnoli veri, quelli che d’estate mostrano l’orgoglio di un turismo d’eccellenza e d’inverno aspettano solo che l’estate arrivi. Io, sarda, con qualcosa in più dei miei vent’anni da raccontare, cosa potrei dire di questo luogo?

So per certo, però, che l’8 dicembre del 2012 la neve a Rimini cadeva copiosa e che si trattava di un evento eccezionale, di quelli che fanno uscire fuori i bimbi dalle case non per andare a scuola, ma per giocare.

Cosa c’è di più assurdo della neve sul mare?
Cadeva e nel momento in cui i fiocchi si infrangevano sulla battigia, si squagliava. Si affossava sulla sabbia mista a polvere in un litorale deserto e trascurato da mesi, mischiandosi con essa.

Quel pomeriggio di quattro anni fa avevo l’impressione di essere l’unica a sentirsi perfettamente in sintonia con quanto veniva dipinto fuori dal finestrino. Non mi capita spesso. L’arrivo della stagione calda, ad esempio, mi ha sempre colto con un malcelato velo d’imbarazzo. Non mi sono mai sentita pronta per essere inondata dal sole, per essere spogliata dal suo calore: ero sempre troppo bianca, decisamente mai abbastanza magra, non avevo mai le canottiere giuste da indossare per la prima uscita con le amiche. Loro reagivano all’alba posticipata e al ritrovato calore serale con
entusiasmo vero. Io, puntualmente, avrei voluto solo un po’ di tempo in più. Per prepararmi, ecco.
Per essere capace di rispondere al sole con la sua stessa carica esplosiva.

Ma l’8 dicembre del 2012, per una volta, il cielo aveva capito esattamente come mi sentissi ed era riuscito a dipingere con i suoi mille colori l’eccezionalità confusa che si agitava dentro di me.
Mi sentivo così strana. Così unica. Protagonista di un avvenimento irripetibile, proprio come la neve a Rimini.

Le nuvole, il mare, le case e poi le colline emiliane, toscane, e di nuovo case e campi carichi solo di aspettative, durante un lungo viaggio fino al confine nord orientale della nazione.
Io di certo osservavo tutto questo, ma solo come sfondo di un quadro che, per soggetto, aveva ciò che di più incredibile mi fosse capitato in tutta la mia vita. Stavamo dividendo tutto, l’incredibile ed io: l’esiguo spazio dei sedili leggermente ribassati, il calore della corriera piena di passeggeri, gli auricolari dai quali fuoriusciva la nostra musica preferita, l’aria che divideva i nostri volti e che ci disturbava così tanto, così tanto.

Delle decine di persone che ci circondavano noi non percepivamo nulla
“Tutti gli altri erano niente, solo facce, solo gente…”.

Se c’è una cosa che ricordo di quel lunghissimo viaggio questa è la netta convinzione che
esistessimo solo noi, fra milioni di persone
“Spettatori di una scena, ci facevano un po’ pena”
E del resto come avrebbero potuto capire?
Come glielo spieghiamo amore mio, a tutta questa gente?

Che ci siamo innamorate senza chiederlo e che proprio adesso non sappiamo come fare?
Ripensavo al primo ricordo “mio” che avevo di lei.

Chi si ama non si riconosce mai al primo colpo. Così possono passare settimane o addirittura mesi di incontri collettivi, di risposte distratte, di messaggi spontanei poiché privi di qualsiasi ansia da prestazione relazionale. Monica ed io ci conoscevamo da tanto, se mi chiedeste quando l’ho conosciuta potrei dirvi il contesto, il tramite, ma di sicuro non il giorno né il luogo. Senz’altro, nella mia testa ci sono un sacco di ricordi risalenti ad un periodo in cui lei ed io eravamo vicendevolmente coscienti di esistere. Ma il primo ricordo che sia “mio”, che riguardi lei per me, è un pomeriggio caldo in una piazza verde di fronte ad un santuario. Lei sulla bici ed io a piedi, come sarebbe successo per molti mesi a venire. La mia prima laurea era alle porte e lei mi diceva che non sapeva se sarebbe riuscita a venire. Io le raccomandavo di fare di tutto. Che ci tenevo.
L’ingenua banalità dell’amore.

Passò l’estate nella totale indifferenza: la mia isola come amante fedele ed esclusiva, di null’altro necessitavo se non della spuma delle sue onde generose. Al sopraggiungere dell’autunno, l’ennesimo decollo, ma non sapevo che con le foglie sarebbero cadute anche le più basilari mie certezze. Lei era lì ad aspettarmi ed io neanche l’avevo capito! Non capivo nemmeno perché stessi così bene con lei, come succedeva che lo spendere le mie giornate fuori dall’università in sua compagnia, a fare niente di speciale, mi veniva da dentro.

Ancora non sapevo che solo chi si ama sta insieme per delle ore a fare niente.
Fu l’autunno più intenso e meno cosciente che ricordi.
Mentre la corriera procedeva lenta, mentre cercavo di capire di che colore sono i suoi occhi, ecco sopravvenire un altro ricordo: quel pomeriggio di una domenica fredda e chiarissima, fra ottobre e novembre. Le promesse di studio avevano lasciato volentieri il posto ad una passeggiata per le vie del centro, accoccolate dentro i giubbotti ormai indispensabili. Dalla collina del castello mi indicavi le montagne e le chiamavi per nome. Ma subito tornare ci sembrò un’esigenza. Passare il resto del tempo ad annusarci sul divano – non osando mai sfiorarci, ci pareva sacrilegio – era stata semplice
naturalezza.

Se penso a tutte le domande, al senso di colpa radicato ed al dolore lacerante che ho provato da quel momento in poi, quasi mi stupisco dell’assenza in me di qualsiasi introspezione indagatrice, durante quelle ore verso nord.

La mia era pura contemplazione del suo volto.
Ancora oggi non riesco a dare all’amore una definizione diversa:
tu ed io su una corriera che ci spartiamo le canzoni
tu ed io che ripensiamo alla notte precedente e non ne parliamo.

Stavamo tornando da un fine settimana di esercizi spirituali organizzato da un movimento cattolico integralista. Non eravamo sole, la notte precedente, in quella camera, e così tu mi baciasti pianissimo, chiedendomi il permesso. Nonostante io da mesi non aspettassi altro, tu mi chiedesti il permesso. Era l’Immacolata Concezione di Maria, ci penso ancora, sai? L’Immacolata Concezione della Vergine Maria.

All’uscita da quella corriera ci aspettavano anni di bugie, nascondimenti, clandestinità. In una parola: dolore.

La mia vita, cambiata per sempre in una manciata di minuti, era giunta al principio
del percorso didattico più arduo fra quelli passati, ma anche fra quelli che sarebbero venuti: la lunga strada dell’educazione sentimentale.

Ma a tutte queste cose su quella corriera noi, fra il chiasso dei giovani festanti, con la neve che cadeva, e la musica, e i tuoi occhi, e le nostre mani, a tutte queste cose, noi, non ci pensavamo.

[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

vaso di pandora

Se mi lasci ti cancello: quando le lesbiche si dicono addio, anche su facebook

Mia nonna aveva ragione: una volta era tutto diverso quando due persone si lasciavano. Foss’altro per il fatto che, essendo per la maggior parte matrimoni combinati, non era possibile lasciarsi.

Al massimo ti succedeva com’era successo a lei, che a 16 anni era innamorata del belloccio del paese, ma una sera si è trovata mio nonno in casa, che era venuto a chiedere la sua mano, e se l’è sposato. Ma del belloccio ha continuato a parlarne anche quando aveva l’alzheimer.

Poi c’è stato il ’68, l’emancipazione femminile (ah, sì?) e almeno il partner te lo potevi scegliere.

Con l’arrivo dei social network le relazioni si sono espanse. Non solo oltre i confini geografici – che è stato un discreto miglioramento, dal momento che prima, da lesbica, per cuccare ti toccava andare nei locali e scegliere la fidanzata tra un campione piuttosto esiguo – ma anche temporale, perché facebook tutti i giorni ti ricorda il tuo passato.

Lasciarsi è doloroso e spesso vorresti perderle, quelle tracce del tuo passato, soprattutto nel momento dello smadonnamento, quel periodo in cui stai demmerda e l’ultima cosa che vuoi vedere sono le foto puccettose con la tua ex.

Bazzicando moltissimo i social network, ho realizzato che la popolazione lesbica si può dividere in due macro categorie statisticamente rilevanti.

La ex “Delete”

Colei che impiega dalle 2 ore alle 14 ore (dipende dalla durata dalla relazione e dalla quantità di materiale di coppia condiviso in bacheca) a cancellare ogni foto, ogni post, ogni forma d’interazione che testimoni la presenza della ex compagna nella propria vita. In genere è anche colei che, appena conclusa la storia, per prima cosa accede a Facebook e blocca la ex, così da non averla più tra i piedi. Perché si sa, la ex deve diventare una crisalide della memoria e smettere di avere una vita. Meglio sarebbe se si chiudesse in una grotta. Nel dubbio, meglio evitare di vedere che esce, si diverte, mangia e respira anche senza di noi. Spesso, però, la ex “Delete” non resiste all’oblio e chiede a un’amica di farle sbirciare il profilo della “fu fidanzata”. Passa quindi in rassegna le foto, i like e i commenti in cerca di un’avversaria e quando la individua (vera o presunta non fa differenza) non resiste alla tentazione di arraffare il telefono e mandare messaggi su whatsapp alla ex. Il tono serafico spazia da “Chi è quella troia?” a “Quanto sei troia”. Insomma tra troia e il cavallo, vince sempre troia.

La ex “Volemose bene”

Colei che non cancella nessuno, perché “io sono superiore a questi infantilismi da social” salvo, però, trascorrere la giornata a scrollare compulsivamente il profilo della ex in attesa di vedere comparire qualche foto o qualche like che le consentano di aprire wahtsapp e indirizzare alla ex messaggi serafici il cui tono spazia da “Chi è quella troia?” a “Quanto sei troia”. Le più smanettone inseriscono le notifiche automatiche, in modo che ogni volta che la ex pubblica qualcosa, loro sono pronte, in tempo reale, a verificare il contenuto del post. Il limite del virtuosismo è programmare già un messaggio su whatsapp con il contenuto serafico di cui sopra, così da ottimizzare i tempi di reazione.

In conclusione non è importante a quale delle due categorie tu appartenga, il messaggio serafico, prima o poi, scappa a tutte.

 

se mi lasci ti cancello

 

“Il Vaso di Pandora” – La storia di M. e la scoperta dell’omosessualità

[Scoprirsi omosessuali ed accettarsi è una discreta prova di consapevolezza e coraggio. Ogni storia è a sé, ognuno con i propri tempi e il proprio “stile”. Ma l’effetto “rinascita” è una costante. Non c’è niente di più meraviglioso del concedersi la libertà di essere se stessi. Grazie, M. per la tua storia.]

In un momento della mia vita in cui non vedevo luce e mi sentivo ormai anestetizzata, iniziai a parlare con Lei.

Dalla prima telefonata non smettemmo più, in ogni momento libero ci chiamavamo e ogni minuto al telefono era per me ossigeno puro che mi riportava alla vita.

Siamo andate avanti cosi per un po’, inventavo scuse per uscire di casa e sentirla.

Io non avevo mai avuto una donna, ero intrappolata in un matrimonio ormai morto che ammazzava anche me.
Decisi che dovevamo vederci al più presto.

Scelta la data, trovato l’alibi per l’uscita serale, prenotata la stanza per lei, fissammo un appuntamento fuori dalla stazioncina del paese.

Non c’eravamo mai viste (non c’era ancora la tecnologia di oggi), sapeva che auto avevo e dove ero parcheggiata. Vidi arrivare il treno, il cuore accelerò. Guardai nello specchietto retrovisore e vidi che era lì: piuttosto alta, robusta, occhiali, capelli corti (e un particolare che mi fece ridere in quell’imbarazzo assurdo: vestiva di nero compreso il giaccone dal quale spuntava il colletto bianco della camicia e lì pensai: Cazzo, Don Rosario!).

Mi fece cenno di scendere dalla macchina e quando lo feci mi accorsi che le gambe non mi reggevano.
Ma perché reagivo così? Volevo questo incontro, amavo già quella donna sconosciuta che mi aveva resuscitata, ma tremavo come una foglia.

Dopo le presentazioni l’accompagnai al suo alloggio e le dissi subito del mio stato confusionale.
Nelle ore successive parlammo, mangiammo qualcosa, ma io continuavo a sentirmi bloccata, la sua voce la conoscevo, ma facevo fatica a darle un volto ed un corpo.

Uscimmo e andammo vicino ad un castello medioevale a picco sul mare degli Etruschi; un luogo affascinante, ma era buio e non si vedeva nulla. Io non riuscivo a staccare le mani dal volante, mi sganciò la cintura di sicurezza che avevo ancora nonostante fossimo parcheggiate, ci fu un bacio piuttosto casto che però allentò la tensione.
Non accadde altro e quasi ne fui dispiaciuta.

Tornai a casa dopo averla riaccompagnata.
Il mattino dopo le portai la colazione, parlammo davanti a caffè e paste fresche, sedute sul letto.
Ad un certo punto mi abbracciò e mi diede un bacio, un bacio di una dolcezza unica, ma tanto potente che mi sono sentita sciogliere tutti i nodi che avevo dentro, tutti quei nodi stretti stretti accumulati in più di trent’anni.

Quel bacio fu talmente bello che iniziai a piangere, fu come piangere alla nascita.

Perché in quel momento ero nata di nuovo.

[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Qui trovi i dettagli http://bit.ly/1S1CMB4. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

vaso di pandora

 

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