Stare comodi: materassi e relazioni

materassi e relazioni

Da un po’ di tempo ho mal di schiena. Sicuramente inizio a invecchiare, me ne ricordo ogni mattina davanti allo specchio quando do il benvenuto alle rughe nuove e ai capelli bianchi. Si dev’essere sparsa la notizia che li accolgo senza troppo scalpore. Solo non mi è chiaro perché compaiono le rughe, ma continuino a spuntare anche i brufolazzi.

Non dormo bene, a volte i pensieri si rincorrono e la schiena fa male e li incita a proseguire. Per scongiurare le nottate in bianco, che chi mi conosce sa quanto io sia simpatica i giorni successivi l’insonnia, ho cambiato materasso. Ho consultato forum online, offerte, letto recensioni e mi sono recata nei negozi. Ho scartato Ikea, perché dopo aver dormito in quasi tutti i materassi presenti in catalogo sono giunta alla conclusione che li imbottiscano con i trucioli della lavorazione del legno e mi alzo più isterica della Principessa sul Pisello (qui è quando potete formulare ironiche congetture).

Il dramma è che quando li provo mi sembrano tutti comodi, tutti confortevoli. Gli addetti alle vendite sono tutti brillanti e di ogni materasso sanno convincermi che è proprio quello di cui ho bisogno. Solo che la prova provata ce l’hai quando il materasso lo usi da un po’.

Dopo che ha perso la patina della novità, molto dopo esser stato spogliato dai rivestimenti di fabbrica e vestito con le lenzuola migliori. Quando pelle, muscoli, ossa e nervi trascorrono del tempo con la nuova superficie, ecco che la verità viene a galla.

Ciò che sembrava essere perfetto inizia ad affaticare le ossa dei fianchi e a generare tensione nel collo e diffuso senso di scomodità. Il materasso giusto è quello che ti avvolge, senza affossarti, che ti sostiene senza respingerti, quello che ti dona rilassamento nei momenti di affaticamento e stanchezza e il sorriso quando ti svegli all’alba.

Mi sono resa conto che nelle relazioni funziono come con il materasso. Solo sulla lunga distanza sono in grado di percepire se fa per me.

Stanotte ho sognato mia nonna, che dormiva nel solito materasso da una vita e che ad ogni primavera, con cura, lo apriva, ne allargava la lana e la lasciava al sole a respirare aria nuova e ad asciugarsi da lacrime e sudore, ne sprimacciava con cura il contenuto, prima di riporlo con attenzione e perizia e renderlo comodo per un nuovo anno.

E mentre faccio l’appello alle nuove rughe e ai nuovi capelli bianchi, cedo alla speranza di aver ereditato da mia nonna molto più dell’azzurro ceruleo dei suoi occhi.

 

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Prolegomeni alla vastità del cazzo che me ne frega

consapevolezza

Sono annoiata. Come diceva l’amico Schopenhauer: la vita è un pendolo tra noia e dolore. E io la noia la riconosco dal rumore. È il tonfo delle mie gonadi che si staccano e cadono al suolo come quelle di un burattino. Mi succede con le situazioni strette che cerco di cucirmi addosso, con le persone spinose che cerco di farmi piacere e coi lavori deprimenti che svolgo per necessità economica. Ho una resistenza limitata alle mutande strette. Alla fine devo liberarmene.

Crescendo sono sempre meno incline al compromesso, al punto che a breve sarò più insopportabile dei vecchiacci incazzati in fila alla posta il giorno del ritiro della pensione. La differenza è che io non avrò una pensione e posso iniziare ad incazzarmi già adesso. Tra poco festeggerò il mio 36esimo compleanno e come regalo a me stessa diventerò egocentrata. Non egocentrica, quello lo sono già, è un’attitudine. Se non lo fossi non avrei fatto teatro, radio, aperto un blog e nemmeno mi sarei vestita da Dracula per uscire a cena il giorno del mio 21esimo compleanno. Adesso, però, ho intenzione di mettere me al centro del mio mondo e di vivere il migliore dei mondi possibili.

Sono pessima? Molto peggio.

Sono ambiziosa. Non mi accontento dei risultati e sono curiosa. Una volta soddisfatta la curiosità di aver imparato ed essere diventata brava, vado oltre. Adoro circondarmi di persone che reputo migliori di me, sia dal punto di vista culturale che umano. Per i fuffaroli, frustratelli, pressappochisti, poraccetti e leccaculi c’è un Regno incantato che si trova molto, molto lontano da me.

Sono intollerante. Perdere tempo mi dà i nervi. Ormai cerco di evitare anche le discussioni, tanto le persone sono raramente interessate al confronto, preferendo la sopraffazione. Il dibattito è utile in rare occasioni, tra anime elette e soprattutto cognitivamente alla pari. Più facile assistere all’accoppiamento degli unicorni. Persino sui social ormai sono diventata abilissima ad evitare, oscurare, smettere di seguire e rimuovere. Una volta rispondevo agli haters, adesso basta un click.

Sono un’esteta. Bello&Sublime sarebbe il nome della mia linea di moda, semmai avessi voglia di lanciarne una o del mio Giano Bifronte da collezione. Il concetto di Bello è esteso a tutto ciò che mi emoziona e mi migliora, in caso contrario agisco come sopra. Il rasoio lo uso abbondantemente su cose/persone/città e meno per i peli superflui [Sono una fottutissima glabra che non si è mai dovuta fare la ceretta].

È che ieri sera, mentre giravo il sugo, pensavo a quanto si riduca all’osso il numero delle attività che meritano veramente la nostra attenzione e cura. E la vastità del cazzo che me ne frega assume contorni sempre più ampi, tanto da meritare queste brevi riflessioni introduttive.

Mi reputano una brutta persona? Posso provare a cambiare il colore del rossetto. Non farò di più.

consapevolezza

Dizionario per l’alfabetizzazione affettiva delle lesbiche

lesbica
[Post brutto e cattivo, acido, inutilmente polemico e denso di pregiudizi e stereotipi. Astenersi bilios*]

Se anche tu sei lesbica,

Se anche tu ridi di un riso isterico quando ti dicono “Che bello stare con una donna, tra donne ci si capisce meglio”,

Se anche tu hai problemi di alfabetizzazione affettiva e nelle relazioni capisci fischi per fiaschi,

Sei nel post giusto. Questo piccolo, quanto inutile, dizionario fa al caso tuo.

A come ANAFFETTIVA

Non esiste il giusto mezzo e nelle relazioni lesbiche si rimbalza da un polo all’altro. Si può passare dalla fidanzata anaffettiva, che ti offre lo stesso calore di Olaf, alla fidanzata sanguisuga che non si stacca se non a salasso concluso.

B come BIPOLARE

Alzi la mano chi non ha avuto a che fare con la lesbica bipolare? Se l’hai alzata o stai barando o la lesbica bipolare sei tu. La lesbica bipolare è l’incubo di ogni relazione. Colei che il giorno prima ti ama e il giorno dopo ti disprezza, che un attimo ti cerca e l’attimo dopo ti respinge. Colei che Sì, che No. Che vaffanculo, insomma.

C come COMPULSIVA

La compulsione può esprimersi in diversi modi e spazia da quella per l’ordine, a quella per il sesso passando per la fissa di abbinare le mutande coi calzini financo al riporre i capi nell’armadio per gradazioni di colore.

D come DONNA

Dallo stilnovo, a Neruda, alla vastità del cazzo che me ne frega, la letteratura ha già espresso l’ineffabilità e la meravigliosa e meravigliabile meraviglia dell’argomento. Passiamo oltre.

E come EX

Dalla ex miglioreamicasorellaforevah che viene consultata più volte al giorno per motivi di dubbia importanza, alla ex nonancoranondeltuttomailosaràdavvero con cui si mantiene un cordone pseudo amoroso, alla ex stalkerinvidiosarosiconacherompeilcazzo che non perde occasione di manifestare livore, vittimismo e cagacazzismo a spruzzi.

F come FantastICA

Quanto ci piace la FantastICA opportunità di averci a che fare? (Voce volutamente criptica per non irritare la censura ecclesiastica).

G come (punto G)

L’umanità tutta s’interroga sull’esistenza e il posizionamento del punto G. Ragà, fateci pace. Il punto G è la Gola. La lesbica è soggetta – in quanto donna – a sbalzi di umore dipendenti dal peso e di peso dipendenti dall’umore. Se volete eccitarla sussurratele all’orecchio Pizza. (Voce autobiografica)

H come Hotel

La convivenza è un banco di prova fondamentale per ogni coppia lesbica, che in genere va a convivere al secondo appuntamento. Spesso il terzo appuntamento non ha luogo perché la coppia è scoppiata non avendo retto al ripetersi vicendevolmente Questa casa non è un albergo e tu sei una disordinata demmerda!.

I come IRRITABILE

Adesso basta con questa storia che noi donne siamo umorali e irritabili. Soprattutto è ingiusto che al minimo cenno di aggressività ci venga chiesto se abbiamo il ciclo. AVETE ROTTO IL CAZZO, PORCATROIA, OK?

L come LESBICA

Qualcun* non riesce a dirlo, manco fosse la peggiore delle parolacce. Poco musicale all’orecchio di alcun*, troppo politico all’orecchio di altr*. Le parole devono essere usate con cura ed essere appropriate. Una donna che ama una donna è lesbica. Punto. Se ama anche gli uomini è bisessuale. Se ha una sessualità fluida è pansessuale.

M come MANIPOLAZIONE

La lesbica affabulatrice che promette mari, monti di Venere, ricchi premi e cotillons, fedeltà ed eterno amore e poi ti scarnifica anche l’anima delli mortacci tua, facendoti credere ciò che vuole, è da temere quanto la bipolare.

N come NO

Capacità che è necessario sviluppare nelle relazioni. Non sempre tutte le situazioni sono accettabili. Dai triangoli, alle corna, alla mancanza di dialogo, all’intesa sessuale, alle mutande in giro per il salotto. Imparare a dire No, è salutare.

O come OSSIMORO

Bella e Fedele, Buona ed Equilibrata, Intelligente e Sensibile, Colta e Coccolona. A volte trovare queste qualità a coppie di due col resto di uno appare difficile, ma non impossibile. Almeno così narrano le antiche leggende.

P come PATURNIA

Se c’è un problema è possibile amplificarlo. Se non c’è può essere creato ad hoc. Tratto dal Terzo Assioma della Lesbica DOC.

Q come QUADRO (cosa sennò?!)

Il quadro rappresenta l’emblema della convivenza. Si può litigare ferocemente, in una coppia lesbica, per trovarne l’esatta e millimetrica collocazione. Spesso il quadro è causa di separazioni sofferte.

R come ROMANTICISMO

Siamo lesbiche, siamo donne, siamo romantiche. Ma la gara di rutti mentre beviamo birra e guardiamo le partite ci rappresenta nell’immaginario collettivo e ci piace mantenerlo.

S come SORTILEGIO

Due donne innamorate sono in grado di raggiungere picchi d’insulina che voi etero ve li sognate proprio. Rapite dall’estasi dell’ammore riusciamo ad essere anche peggio di quando improvvisiamo la gara di rutti.

T come TROIA (cavallo di)

Epiteto generalmente riservato alla ex della partner o alla partner della ex. Spesso a entrambe.

U come  UHM

Quando lei inizia una risposta in questo modo è consigliabile evacuare i locali il più velocemente possibile e non voltarsi. Ripeto: non voltarsi. Per nessun motivo.

V come VENDETTA

La vendetta è un piatto che va servito freddo, ma anche tiepido, bollente o tirato in faccia. L’importante è che il piatto sia stato acquistato all’Ikea al primo appuntamento della coppia.

Z come ZINNA

Basta con questa fobia che noi lesbiche abbiamo ereditato le pulsioni maschili. Noi le altre donne le guardiamo negli occhi, sempre. Ma mi chiedevo: non ti dà fastidio il ferretto?

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La volpe, l’uva e gli sticazzi delle relazioni a distanza

relazioni a distanza

Stanotte non dormivo bene e mi sono messa a pensare. Attività deprecabile, discutibile e che raramente apporta dei benefici. Soprattutto nelle ore notturne. E soprattutto se uno impiega questo tempo, strappato a Morfeo, per stilare bilanci e auto valutazioni. Ma oramai è successo e questo post ne è il risultato.

  • Sono una cagacazzi. Sì, lo so, vi ho stupiti perché non l’avreste mai detto. E invece.
  • Sono sempre molto critica, ho la tendenza a pretendere il controllo sugli eventi e sul tempo.
  • Odio arrivare in ritardo, quando succede sfrango le gonadi ai presunti colpevoli oppure trascorro la giornata a massacrare a me stessa, se la causa sono io.
  • Difficilmente abbandono le discussioni per prima, sono in grado di supportare il mio punto di vista mostrandone ogni caleidoscopica sfumatura fino allo sfinimento dell’avversario.
  • Temo l’abbandono e la solitudine per scelta altrui, il mio cervello ama proiettare film horror di pessima levatura in cui io muoio sola e triste odiata persino dai miei gatti.

Ora basta, che potrei andare avanti a lungo, ma è pur sempre solo lunedì e non è il caso d’infierire.

Questo sintetico e non esaustivo elenco mi serve per focalizzare, in realtà, i miei miglioramenti. Il Karma, o chi per esso, si è sempre impegnato un casino affinché io migliorassi. Questi miei difetti sono riuscita in parte a smussarli, in parte a tenerli sotto controllo. Non molto comunque, perché gli atteggiamenti si modificano, ma il carattere un po’ meno.

Il mio problema più grande è e rimane la paura dell’abbandono. Adesso che Manu ha cambiato lavoro e trascorre i giorni feriali a Milano (che è pur sempre più vicino di Stoccolma) cerco di focalizzarmi sui benefici dell’itinerare tra Lucca – dove mi godo i bambini e la quiete della piccola cittadina toscana – e Milano – dove apprezzo la vivacità delle proposte culturali e posso frequentare gli amici più cari.

Razionalmente è tutto perfetto. Il problema è la sera. Quando torno a casa e lei non c’è. Quando dormo, mi giro nel letto e lei non c’è. Lì non sempre riesco ad essere lucida e serena.

Poi la sveglia suona. Mi trovo a fare colazione coi bambini che mi fanno notare che sono scorbutica e odiosa prima del caffè, che sono rompiscatole e polemica.

Poi arriva il pranzo e i bambini si lamentano che cucino sempre le solite cose e non li lascio stare davanti alla televisione.

Poi arriva il pomeriggio e fracasso gli zebedei ai bambini perché devono: preparasi per lo sport, fare i compiti, lavarsi i denti, mettere in ordine, finire i compiti, fare la giravolta, farla un’altra volta.

Poi arriva la sera, dicevo, ma c’è un momento che precede l’andare a letto; in quel preciso momento sospeso tra il pre-svenimento da stanchezza e il silenzio della casa in cui penso:

Per fortuna lei non c’è. Che a quest’ora, sennò, mi avrebbe già lasciata. E rivaluto la lontananza, che ci permette almeno di tenere i difetti un po’ più sotto traccia.

Forse.

[Riflessione del lunedì liberamente tratta da “La volpe, l’uva e sticazzi”]

relazioni a distanza

 

Elogio dell’irrequietezza

elogio dell'irrequietezza

Per parecchi anni della mia vita ho creduto di essere sbagliata. Di avere un errore di programmazione che m’impediva di essere come gli altri e di essere felice.

La prima volta che ho avuto questa sensazione ero in terza elementare e sul sussidario dovevo rispondere alla domanda Quale mestiere svolgerai da grande? La maestra ci ha fatto leggere a turno la propria risposta, ho ben impresso il suo viso divertito e le risate dei compagni quando ho letto la mia: Da grande farò la maestra, la veterinaria e l’esploratrice. Ricordo la frustrazione di aver dovuto cancellare quanto scritto e del non riuscire a scegliere cosa volevo essere da grande.

Qualche anno dopo la scena si è ripetuta, questa volta alla voce Sport&Hobbies. Ho lasciato il nuoto per il karate, il karate per lo spinning, lo spinning per la danza. Ho fatto teatro, mi sono iscritta a un cineforum, frequentato un corso di fitoterapia, ho imparato la tarologia e studiato il folklore esoterico e molte altre attività che non mi vengono in mente. I miei genitori sgranavano gli occhi ad ogni cambiamento. Stessa reazione, a perplessità crescente, fino ad arrivare a stupore prima e costernazione poi, quando ho cambiato corso di laurea a sei mesi dall’iscrizione, quando ho intrapreso carriere e collaborazioni intrecciate e poco comprensibili a chi ha vissuto il mondo del lavoro della prima repubblica.

Per non parlare poi del disagio che si dipingeva sui volti di tutti i miei interlocutori ogni volta che si è chiusa una relazione sentimentale. Credevo di essere io il problema, di essere un’anima che rifugge la serenità, insopportabile e complicata nelle storie d’amore, una specie di disadattata sociale condannata a morire sotto un ponte nell’atto di decidere quale lato fosse più confortevole o presa a sassate perché diversa.

Poi il lavoro su di me e sugli altri mi ha permesso di avere una lettura più veritiera della vita. Non c’è un lato in assoluto più confortevole del ponte, dipende dalla stagione, dalla luce, dal freddo, dal traffico. La nostra vita è un rincorrersi di variabili e sorprese che richiedono il massimo adattamento. Ciò che mi rende felice oggi, non è detto che mi appaghi domani. Soffro la noia, la routine mentale ed intellettuale, non ho radici in un luogo e non farei fatica a trasferirmi domani, purché ci fosse la mia famiglia. Ai miei figli insegno che l’irrequietezza è sinonimo di curiosità e di voglia di conoscere e sperimentare, li assecondo nel provare nuovi sport, li sprono a frequentare amici diversi e a non aver paura di cambiare strada quando capiscono che non è quella che meglio si adatta al loro passo o il panorama non li meraviglia più.

Solo concedendosi il diritto all’irrequietezza si accede alla conoscenza di se stessi e del mondo. Certo, una vita codificata e delineata è sicuramente più riposante rispetto a quella di chi, come me, a (quasi) 36 anni si trova ad aver vissuto almeno 5 vite diverse. Così almeno si capisce perché ho tutti questi capelli bianchi.

Prima guardavo il mio zaino pronta a partire, adesso lo osservo anche per ricordarmi quanta strada ho percorso.

Una volta mi osservavo perplessa. Oggi mi sorrido benevola.

elogio dell'irrequietezza

 

Studenti VS bufala del gender

bufala gender
Ambientazione: una classe di quinta liceo scientifico

Sono le 7,40 e, mentre sorseggio il caffè del leone alla macchinetta, vengo raggiunta dalla bidella che mi comunica una supplenza. La prof. di religione è malata e devo andare in V C per sostituirla durante la prima ora. Entro in classe, i ragazzi mi conoscono ormai da un po’ come l’insegnante di Storia e Filosofia (quella che ha spiegato Hegel tenendo la classe interessata e pure divertita, ma resto umile).

Entro e i ragazzi mi accolgono con un deluso “Ah, Prof. c’è lei?!” Lì per lì mi scazzo dentro, pensando che davvero non possono preferirmi UNA di religione (che chiamarla prof. mi viene il nervoso, pensando non solo alla modalità di reclutamento, ma all’assurdità che s’insegni catechismo nella scuola pubblica) ma rimango composta.

Chiedo spiegazioni su cotanto malumore e vengo assalita da un coro incazzato di voci sovrapposte da cui estrapolo: gender, animali inferiori all’uomo, omosessuali malati.

Ripristino la calma tra i ragazzi e cerco di capirne di più. In pratica sono indignati perché la tipa di religione ha sostenuto, durante la sua lezione, che gli omosessuali sono malati, che negli asili s’insegna il gender e che gli animali sono stati creati da iddio per servire l’uomo.

Mi sembra giusto, quindi, approfondire, e la lezione, invece di procedere con Hegel, spazia dall’evoluzionismo, in contrapposizione al creazionismo, toccando il femminismo, la bufala del gender, le unioni civili e i diritti civili.

Un confronto brillante, dialetticamente stimolante, intellettualmente corretto e profondamente commovente dal punto di vista umano. Una gioventù curiosa, attenta e scevra di pregiudizi.

E poi tanta voglia di essere considerati esseri pensanti e non pesci da allevamento da pasturare di nozioni. Essendo io abituata alla formazione post universitaria e a quella aziendale, ho imparato quanto possa essere diverso l’approccio nell’erogazione dei contenuti. Amo il confronto, non sto seduta dietro la cattedra e li faccio discutere tra loro.

Ho raccolto le confidenze di una ragazza oppressa dalla nonna e dalla mamma ultra cattoliche che è costretta ad andare alla messa, di un ragazzo che ha un amico gay che si vergogna di dirlo e voleva sapere come si fa a dirlo (ovviamente la storia dell’amico mi ha convinta meno di niente).

Hegel l’abbiamo rimandato all’ora successiva (del resto ero in supplenza), ma è stata una di quelle lezioni che rimarranno nella mia memoria. E credo, senza falsa modestia, anche in quella dei ragazzi della V C.

bufala gender

Non è coming out, è rispetto verso se stessi

coming out

Quando mi chiedono se ho difficoltà a fare coming out, dentro di me sorrido. Non è un sorriso cinico intriso di supponenza, ma l’esternazione della forte tenerezza e dell’orgoglio che mi sale alle labbra, quando ripenso al mio percorso e alla mia situazione attuale.

Il primo coming out non si scorda mai, altro che il primo amore (beh, pure quello, dai). L’ho vissuto con terrore, angoscia e paura: da quello più difficile con l’uomo che era mio marito, a quello con i miei figli, con le amiche e gli amici in un crescendo di spontaneità e serenità. Dalla paresi del primo, alla scioltezza di quelli seguenti fino ad arrivare al sorriso di oggi, non posso che darmi due belle pacche sulle spalle da sola.

Quando diventiamo protagonisti della nostra storia – e decidiamo di uscire dall’aurea plumbea che l’invisibilità ci mette addosso – stiamo meglio. Non solo fisicamente, ma anche nell’approccio con gli altri. Il problema che ci angosciava tanto, semplicemente smette di essere un problema. Ricevo sempre moltissime mail di persone che mi chiedono dove trovare il coraggio e altre che mi scrivono per dirmi che, dopo il coming out, possono vivere le loro relazioni – ma soprattutto loro stessi – con gioia e non più con vergogna. Le mail prima e dopo mi commuovono davvero moltissimo, perché non sembrano neppure scritte dalla stessa persona.

Per me – si adesso torno al motivo di questo post – parlare della mia omosessualità, non è più nemmeno un coming out. Sono già fuori e non ho più bisogno di approcciare il prossimo con “devo dirti una cosa” o con ” voglio spiegarti”. Ogni volta che dialogo con qualcuno che non mi conosce, se capita nel discorso, parlo in modo disinvolto della mia fidanzatA, della mia ex fidanzatA e di sua figlia, dei miei figli, del cane e del gatto che un giorno ci piacerebbe prendere, quando avremo una vita meno nomade. Nessun mistero, nessuna omissione da parte mia. Nessuna faccia stupita, basita o schifata da parte del destinatario del messaggio. I più fanno domande di sincera curiosità – per molti è ancora una situazione con cui non si sono mai confrontati – ma non ho mai subito reazioni omofobiche da parte di nessuno.

Certo, magari parlano male dietro le spalle. Amo lasciare i vili a dialogare con le mie terga. È il massimo a cui possono ambire.

I vigliacchi sono più da compatire, che da condannare. Se avessero una vita felice, non sprecherebbero tempo ed energie a vomitare livore. Il tempo per me è una risorsa preziosa, mi sento sempre in colpa nei miei confronti quanto lo disperdo con gentucola, così come mi pento di ogni volta che, in passato, ho temuto di esternare chi fossi davvero. Non c’è famiglia, parentame o contesto lavorativo omofoboci che tengano, quando si sceglie di mettersi al primo posto nella propria vita.

Ci vuole coraggio? Sì, perché il cammino per l’autenticità e la felicità non è lineare né semplice.

Ma preferisco lasciare le spalle libere, piuttosto che gravarle del peso delle menzogne.

coming out

 

 

Pedagogia creativa – educarsi ed educare ridendo

pedagogia creativa

Siamo una famiglia di buffoni, pagliacci, improvvisatori. Sicuramente l’azione che compiamo più spesso è ridere, anche se pure con gli abbracci andiamo forte. È il nostro modo di bilanciare le facce grigie che incontriamo ogni giorno.

Non siamo una famiglia perfetta, ma siamo una famiglia felice. E questa felicità non è frutto della fortuna, ma dell’impegno, della costanza, dell’amore, della competenza e del mazzo che ci facciamo da 14 anni. Dapprima Giuseppe ed io. Poco dopo si è aggiunto Ariele, poi Margherita. Anni fa, Giuseppe e io ci siamo separati e i miei figli hanno sempre conosciuto le donne con cui sono stata, passando per la convivenza con Nina e sua figlia Ita e una nuova separazione. Oggi (e speriamo a lungo) c’è Manu, che non è solo la mia fidanzata, ma è diventata un punto di riferimento affettivo molto forte anche per i miei figli.

Nonostante la fatica, i momenti di crisis, gli abbandoni, i traslochi, i cambiamenti repentini, abbiamo mantenuto un tono leggero, senza per questo nascondere dolore e lacrime. Anzi, grazie alla consapevolezza emotiva e molta empatia, siamo riusciti in questo intento tutt’altro che facile. Amo dire che l’autoironia (nel mio caso insieme alla scrittura) mi ha salvato molte volte. Guardarsi da fuori, da un’altra prospettiva, permette di inserire quel distacco necessario a gestire le situazioni più stressanti e dolorose.

Ridere di ciò che accade e della propria tenera buffezza umana è un’attitudine, certo, ma s’impara anche. (Anzi, facciamo un corso?). Ridere serve ad abbassare i livelli di stress e a gestire il conflitto. Le nostre litigate finiscono sempre tutte a pizza e fichi perché c’è sempre qualcuno che sdrammatizza (come ho raccontato QUI).

Questo cappelluccio mi è parso necessario per spiegare che non siamo un covo di pazzi, bensì di svitati consapevoli e anche per spiegare che no, non sono fortunata. Almeno, non solo. È che mi faccio da sempre un mazzo così su me stessa prima e sui contesti relazionali, poi. La mia felicità non è frutto della fortuna, me la merito perché me la sono costruita negli anni e la fortifico ogni giorno.

Ora posso entrare nel merito del post.

Ultimamente ci assillavano due problemi nella gestione familiare della Comune.

L’ordine

Abitiamo in questa casa in cinque persone di cui tre adulti e due bambini, mantenere le stanze ordinate è difficile e soprattutto faticavamo a trovare delle linee condivise: l’occhio umano vede sempre la cazzatina in giro lasciata dagli altri e non il delirio che semina di propria mano. Per ovviare a questo problema di convivenza, abbiamo deciso di fotografare gli oggetti lasciati in giro e postarli sul nostro gruppo whatsapp con l’hashtag #DoveCahoPiscio (nda – il nome l’ha proposto Giuseppe in onore alla raffinatezza dell’idioma toscano. L’espressione si usa per rimproverare chi lascia le proprie cose in giro dove capita). Il sistema ha funzionato quasi perfettamente; tutti ci aggiriamo per casa con lo smartphone in mano, a caccia di calzini abbandonati e cartacce. Margherita, non avendone uno, è autorizzata a chiederlo in prestito e nessuno può rifiutarsi di scattare la foto che lei chiede.

Secondo voi, a chi sono attribuite queste foto?

Parolacce

Le parolacce, ahinoi, fanno parte del nostro interloquire (soprattutto mio) da sempre. Qualche giorno fa Brita mi ha salutato con Ciao, bella zoccola – ignorandone il significato – e lì ho capito che la situazione era sfuggita di mano. Così abbiamo istituito un “quaderno delle parolacce” in cui dobbiamo mettere una x per ogni parolaccia detta, sotto al nome di chi l’ha pronunciata. Alla fine di ogni mese gli adulti pagano 1 euro, i bambini 50 centesimi  per ogni x segnata (mi è sembrato corretto distribuire la responsabilità in modo equo). L’importo viene incassato da chi, nel mese, ha detto meno parolacce.

Da quando abbiamo iniziato, Margherita ha smesso completamente di usare un gergo da bassifondi. Io ho chiamato la banca per attivare un finanziamento.

Sono bravissima nella teoria. Come sempre, è la pratica che mi fotte.

Ops.

 

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La lesbica stalker – nota anche come Etero Converter

la lesbica stalker

Qualche giorno fa (sì, come sempre nella mia concezione temporale, può essere l’altro ieri o 26 anni or sono) ho pranzato con la mia amica Simona. E così, tra una chiacchiera e un boccone di riso venere (che sia messo agli atti che il riso venere sarà anche buono, ma si appiccica ai denti) Simona mi ha raccontato questa storia qui, a dimostrazione che puoi essere donna, uomo, etero, omo e bisessuale – ma che se nasci bischer*, mori bischer*.

Simona si occupa di comunicazione, nella fattispecie di comunicazione politica e un bel giorno (oddio, a dire il vero non lo so se il giorno fosse bello davvero, mi è venuto così; sforziamoci di pensare che lo fosse) riceve l’invito a pranzo dalla segretaria di un politico. Simona accetta. In buona fede, l’aveva fatto altre volte. Questa volta, però, commette un errore fatale, ignorando il primo segnale della Lesbica Stalker – detta anche etero converter: il cambio di ristorante. Non il solito bar caotico, ma un posticino più riservato, con meno chiasso.

Si siedono, ordinano e poi la LS (Lesbica Stalker – nda) inizia a incalzare Simona con una domanda aperta del tipo

– Ti sei accorta di niente?

Che se una è ignara pensa: avrà cambiato taglio e colore dei capelli e io non mi sono accorta?! Sarà dimagrita?! Incinta?! Le sono spuntati i tentacoli e io non li ho notati?! Di sicuro non presagisce l’affondo in arrivo.

La LS approfitta del momento di sorpresa e serra i ranghi davanti all’espressione perplessa di Simona.

– Beh, non ti sei accorta che mi piaci?

Secca e diretta come un palo nel viso mentre cammini cantando contro sole. Ma Simona è tosta e glissa con un signorile:

– Beh, sono lusingata, ma io sono proprio sicura di non essere attratta dalle donne, oltre ad essere molto innamorata di mio marito.

E secondo voi la LS se la lascia scappare così? Nonono. E infatti rilancia con un geniale:

– Mah, senti, secondo me è perché non hai provato quella giusta. Perché non provi con me? Se t’inibisce l’idea di trovarti in intimità da sola con una donna, potresti portare un tuo amico.

Certo, no. La famosa teoria del Maschio Cuscinetto. La teoria sostiene che per “transizionare” da una sessualità etero a una omo è necessario usare un partner di sesso opposto per rendere il passaggio meno traumatico.

[Ehm. Aiuto. Bleah. – nda]

Comunque, ignorate il mio provincialismo e torniamo a Simona e al suo pranzo con la LS che tenta quindi di cambiare discorso per un po’, giusto per confondere le acque e riprendere energia per tentare l’ultima stoccata fatale prima di battere in  ritirata.

E così, giusto un attimo primo di alzarsi, in quella pausa sospesa tra l’ultimo sorso di caffè e le natiche che si sollevano dalla sedia, LS guarda Simona negli occhi e le fa:

– Peccato, sai. Hai del potenziale.

Il potenziale. Il potenziale lesbico. Cioè, mica spifferi. Prendo nota, mentre Simona parla, di questa seconda teoria della LS che ignoravo.

Io me la immagino la LS che guarda Simona come Michelangelo guardava la Cappella Sistina prima di appoggiarci il pennello. Il potenziale. Che genio.

Comunque, donne, prendete nota. Potete inserire nel vostro curriculum vitae la dicitura “Lesbica Potenziale”.

la lesbica stalker

“Vorrei avere due padri gay”, disse mio figlio

genitori gay

Rientro a casa accaldata, puzzolente e affamata dopo la palestra.

Sono le 14,45 e l’Adolescente è seduto in cucina a pranzare. Saluto, dico qualche bischerata come mio solito e nel mentre lancio la borsa sulla cassapanca. Dall’alto una voce di uomo. Non è dio – non abita qui – bensì Giuseppe (per i nuovi: Giuseppe è il mio ex marito, il padre dei miei figli, il mio nuovo coinquilino e nuovo amico della mia fidanzata) che mi tuona:

-Tuo figlio deve dirti una cosa

Inghiotto e con la calma Kungfuica che mi deriva dall’aver visto tutti i Kungfu Panda, compresa la serie TV, mi approccio all’Adolescente cercando di non fissarlo troppo negli occhi, affinché non si senta aggredito. Cerco di capire cosa deve dirmi.

Probabilmente lui, pur avendo nelle nari l’odore del pesto (sì, pure ieri – che non ho fatto in tempo a cucinare altro) fiuta l’odore della tensione che mi sale quando mi attanaglia l’ansia.

-Che succede? Che devi dirmi?

-No, niente

-Papà ha detto che devi parlarmi

-No, io no. Se vuole te lo racconta lui

-Vorrei lo raccontassi tu, no?

No, poi tu esageri…

Penso che se lui pensa che io sto pensando di esagerare faccio bene a pensar male. Sento l’ansia che sale alle ginocchia.

-Esagero coosaa?

Cedo, ansia arrivata alla pancia. Urlo a Giuseppe dal piano di sotto, come pretende la portinaia che si è impossessata di me.

-Giuseppe, mi vieni a spiegare che succedeee?

Giuseppe scende. Serafico. Si siede sulla panca in cucina e inizia a parlare lentamente.

-Allora. È successo che, mentre lui tornava a casa da scuola con la bici, in pratica, una macchina non si è fermata allo stop…

A me prende un colpo, l’ansia scatta direttamente al miocardio, al tuocardio e pure al cardio delimortaccisua.

-Oddio? Come una macchina…lo stop…cazzo”

e rivolta all’Adolescente

-Ti ha investito?! Stai bene?! Che ti fa male?! Ma com’è successo??!

L’ansia ha vinto.

Giuseppe inizia a parlarmi, per tutta risposta, come farebbe a una nonnina rincoglionita; a un ritmo talmente lento che farebbe andare fuori di testa tutti i santi del calendario.

– No, allora. STAI C A L M A. See fai parlareee, posso raccontarti per beeenee cooosa è successooo

ANSIA MIA FATTI CAPANNA. Insorgo con un disperato:

-Ce la fai a dirmi le cose, insomma!?

A cui lui risponde:

-Certoooo, ma tuuuuu, prima, STAI CALMA.

STAI CALMA?! A quel punto divento la furia alata spara bile. Mi spuntano le spine, le squame, le ragnatele, le cattiverie e le doppie punte al pancreas. Ma si può trattare così una madre spaventata?! Chiunque sa che se parli a una persona spaventata come se fosse un minus habens sei almeno consapevole di attivare un conflitto epico, una roba che in confronto le guerre puniche erano scaramucce amorose.

Prendo e salgo le scale in preda all’ira funesta che se addusse infiniti lutti agli Achei, figurati ai miei familiari. Cerco di calmarmi saltando gli scalini a gruppi di due, ma cedo e sbotto a piangere dallo spavento.

Dopo un po’ arriva su l’Adolescente. Segue dialogo.

-Certo, mamma, te ti preoccupi sempre troppo! Te lo avevo detto che esageri!

-Esagero?! Ne riparliamo quando sarai madre!

-Mamma, sono un maschio!

-Appunto, allora morirai senza saperlo

-Ma dai, quando l’ho detto a papà, lui ha commentato solo “l’importante è che non ti abbia investito e che tu non ti sia fatto male” ed è andato su. Ma te invece fai sempre queste tragedie! Madonna, mà’, eh!

Io lo guardo allibita, capendo che non capisce e argomentare è inutile. Lui rincara la dose.

-Oh, mamma, dai! Non sei te, eh. Anche la mamma di SegueNome si agita per nulla. Avrai ragione te, sarà una roba di mamme! Certo che…[pensa un attimo]…Pensa i figli di due mamme! T’immagini che roba! Poverini, con due aquile spaventate! Tipo te e Manu! Anzi, se la chiami a Stoccolma non le dire nulla, che poi si agita pure lei! Io ho deciso, nella prossima vita voglio due padri! Altrochè!

Ride, il malvagio. Mi abbraccia come si farebbe con un interlocutore un po’ tardo con cui non si ha speranza di entrare in comunicazione e se ne va.

Io rimango davanti al bagno, impalata come un’oliva in bilico su un Martini, ma senza la consolazione di tuffarmi nell’alcol.

Sipario.

genitori gay

 

 

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