Welcome to “La Comune”

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Se c’era qualcuno convinto che ci fosse un po’ di pace e di n o r m a l i t à nella mia vita (risatona, tipo strega malvagia) può mettersi comodo, aprirsi una birra e continuare a gustarsi le tragicommedie della mia esistenza. Che no, non sono inventate. Del resto, quando incontro dal vivo le persone che seguono il blog, la frase che mi rivolgono più spesso è: “Oh, sei proprio uguale uguale a come ti avevo immaginato. Fai troppo ridere!” Non ho ancora capito se la mia attitudine alla stupidera sia da considerare o meno una competenza di quelle fighe o una sfiga e basta. Comunque, così è – pure se non vi pare.

Dopo il mio ritorno nella Contea (leggi Lucca), in seguito alla fine dell’avventura milanese, sto cercando di abituarmi al cambiamento numero quintordicimila della mia vita.

Riassunto per gli smemorati

[Dopo esser venuta via da casa di Nina sono stata diversi mesi a Milano. Avevo trovato un favoloso lavoro a tempo indeterminato che poi ho salutato con l’altra mano perché la distanza dai bambini non era più sostenibile. Nei fine settimana  – da gennaio a maggio – grazie all’aiuto di Nina e Giuseppe, mi smazzavo scatoloni prendi porta disfa e gite non richieste da Ikea, con contorno di bambini isterici che affrontavano l’ennesimo trasloco + mamma lontana. Ho accumulato stanchezza che nemmeno nel post partum, una roba che impiegherò le prossime 6 ere geologiche a smaltire, solo se nel frattempo divento ricca e posso permettermi di dormire 14 ore al giorno e passare il resto del tempo a leggere su un’amaca in riva al mare.

In questo periodo ho imparato a dare valore al tempo e alla qualità delle relazioni. Ho eliminato un po’ di squinzie ben parlanti che trovano il tempo per giudicare la mia vita basandosi sul sentito dire ma non per fare un’analisi approfondita della propria, depennato progetti in cui non credevo più o in cui non credevo abbastanza. Ho iniziato a concretizzare la pianificazione della mia nuova vita lavorativa, con un progetto che da tempo mi frullava in mente e che finalmente vedrà la luce. E, in accordo con Giuseppe, abbiamo deciso di riaggeggiare la nostra casa in comune e renderla la casa dei bambini, in modo che – almeno loro – avessero un luogo fisso.]

La gestione della Comune

L’idea è stata abbastanza figa, lo ammetto. Il dare fissa dimora ai bambini ci è sembrata davvero una scelta vincente per il loro benessere. Noi ci siamo trovati, invece, un po’ spaesati. Tornare a fare la coinquilina del mio ex marito a distanza di anni è stata una bella prova. La sensazione è una via di mezzo tra l’essere ospiti a casa d’altri e l’essere degli studenti fuori sede decisamente passatelli. Dalla gestione degli spazi comuni, a quella dell’agenda genitoriale condivisa per cercare di limitare la compresenza sincrona, tutto scorre abbastanza sereno. Per fortuna lui può contare su un altro appoggio abitativo e riusciamo a non pestarci i piedi. Perché i rispettivi difetti, quelle piccole ossessioni domestiche che tutti abbiamo e che tolleriamo nell’altro finché c’è amore, rischiano di diventare delle magagne insopportabili e di produrre livelli d’irritazione da orticaria. Quando diventi “coinquilino” – e nemmeno un coinquilino qualunque – ma il coinquilino del tuo ex coniuge con cui hai dei figli in comune, serve una dose extra di volemose bene e molta easytudine.

In questa comune non poteva mancare Manu – che rimpiange segretamente il passato in cui era solo una cara amica – che lavora all’estero un buon 90% del tempo e che per amor mio si è ritrovata a passare le giornate in cui non è a Milano, a Stoccolma, su un aereo o su un taxi, in questa casa-torre in mezzo alla campagna. Lei, che odia con tutto il cuore i grilli che sberciano sotto le finestre, il polline e il rumore della ghiaia in cortile, è finita qui, a dividere casa, tempo e cuore con me, i miei figli, Iole Topocane e il mio ex marito. A breve credo che scapperà senza lasciare traccia.

Cosa succederà e come riusciremo ad evolvere proprio non lo so. Quello che so, è che ormai non mi spaventa più niente.

Tanto si sa, la vita è come una scatola di cioccolatini. L’unica certezza è che ingrassi. Sempre.

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“Il Vaso di Pandora” – La suonatrice di corno e la “tostaggine” come consiglio di vita

vaso di pandora

[Questa è la storia di Francesca. Una testimonianza del fatto che nella vita “volere è potere” e che la disabilità è un limite solo se vuoi che lo sia]

Sono Francesca, ho 20 anni, e ho un problema fisico dalla nascita a causa di un’emorragia celebrale. Più precisamente ho un’emiparesi degli arti destri del corpo. Nulla di grave, molte persone non lo notano nemmeno o ci impiegano mesi (lo nascondo bene e, a meno che non debba fare cose di precisione con due mani, non è evidente). Il problema consiste in: ho sia il braccio, la mano e la gamba destra più piccole della parte sinistra (non di molto). Ho anche meno muscolo e meno coordinazione, quindi meno capacità di movimento. Per far capire: con la mano destra non riesco a scrivere (né al telefono, né con la biro e al computer digito tasto per tasto a rilento), non riesco a suonare il piano con due mani, non riesco ad afferrare tutti gli oggetti ecc ecc… invece con la gamba ho mancanza di equilibrio (ma mi sono ostinata e ho imparato sia ad andare in bicicletta sia a sciare), non riesco ad alzare in maniera sufficiente la punta del piede e quindi ogni tanto mi inciampo (ma non cado mai, ormai sono allenata). Sostanzialmente queste sono le principali “difficoltà” del mio problema.

Tornando alla musica: quando avevo 8 anni nel mio paesino la banda musicale passava nelle quarte e terze elementari per promuovere il corso di musica ai giovani. Io facevo terza, infatti i maestri di musica avevano illustrato anche a noi i corsi che avremmo potuto cominciare dall’anno dopo perché eravamo troppo piccoli. Quando sono uscita da scuola, nel bel mezzo della piazza del paese, ho incominciato a strattonare mia madre per un braccio indicando i due maestri di musica, che erano dalla parte opposta della piazza, e a urlare: “Mamma! Mamma! Sono loro!!! Io voglio suonare!”.

Non lo so nemmeno io da dove mi era partita questa voglia di suonare. I miei non sono musicisti e a casa mia non si è mai parlato molto di musica.

Comunque io e mia madre ci eravamo avvicinati ai maestri e mia madre aveva chiesto se c’era uno strumento che potevo suonare solo con la mano sinistra. Il direttore della banda è cornista (è stato quarto corno all’Auditorium Rai di Torino) e dato che in banda mancavano dei corni ha approfittato subito dell’occasione. Io e mia madre, colte da stupore e ignoranza, ci chiedevamo cosa fosse il corno.

Una settimana dopo il maestro mi aveva fatto provare il suo strumento e mi era uscito subito qualche suono! Grazie anche all’entusiasmo spensierato di me bambina è stato amore a primo suono.

I miei genitori hanno avuto il coraggio di investire tanti soldi su uno strumento per una bambina di 8 anni che poteva semplicemente voler suonare per capriccio.

Poi 7 anni fa hanno avuto il coraggio di continuare a investire per uno strumento nuovo e per farmi fare il conservatorio a Torino. Così mi sono sempre fatta due scuole, arrivando fino a oggi in cui conseguo la maturità al liceo artistico e la laurea di primo livello accademico al conservatorio.

Dal racconto il corno può risultare una scelta obbligata e quasi inevitabile. In realtà, un bambino quasi mai sceglie in maniera consapevole che strumento vuole suonare.

Grazie alla musica ho avuto modo di vivere stupende esperienze tra i giovani di tutte le nazionalità condividendo la stessa passione, ma anche trasmettendo lo stesso messaggio di pace e uguaglianza. Ho suonato nell’orchestra nazionale giovanile del Sistema per il concerto di Natale al Senato nel 2013 in diretta Rai sotto la direzione del Maestro Nicola Piovani. Ho suonato a Barcellona dentro la Sagrada Familia con un’orchestra giovanile torinese per la pace e un’orchestra di Barcellona. Ho suonato con l’orchestra del Conservatorio di Torino per la messa di Papa Francesco svoltasi a Giugno 2015 in Piazza Vittorio Veneto a Torino e molte altre esperienze importanti ed emozionanti.

Non bisogna mai smettere di inseguire i propri sogni: le difficoltà rendono solo più appassionante la vittoria.

vaso di pandora

[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

Non ditele solo che è bella

non ditele solo che è bella

Margherita ha sette anni. Ha i capelli e la carnagione chiara, è sorridente come lo sono le bambine di sette anni. Ha due occhioni azzurri che incantano. Incantano tutti.

Ma Margherita non è solo bella. Ama disegnare e trascorre molto tempo nella casetta di legno che suo fratello le ha costruito in giardino, sfruttando la pancia di un vecchio armadio. Ama gli animali. Ama leggere e possiede due quaderni: uno su cui scrive storie di fate e uno su scrive storie splatter. Ha un senso critico e dell’umorismo molto sviluppati. È curiosa, irriverente e spesso polemica.

In pochi però lo notano. Da quando è nata, la frase che le rivolgono tutti, sistematicamente, è Come sei bella!. Lo so che è bella. Anche guardandola, pur cercando di filtrare l’occhio della madre e dello scarrafone bello ‘a mamma soja, me ne rendo conto. Ma è un messaggio pericoloso. Puntare tutto sulla bellezza è pericoloso. E lo dimostrano i vari titoli sui giornali che, rivolgendosi alle nuove sindache di Torino e Roma, le chiamano “ragazze” e “neomamme”. Smettiamo di pensare alle donne come eleganti portatrici di bellezza e iniziamo a considerarle per le loro abilità.

Dire a una bambina sempre e soltanto che è bella genera un bullismo al contrario. Il binomio bella e stupida è sempre in agguato e una donna bella deve faticare molto più di una donna brutta affinché vengano valutate le sue competenze.

La bellezza, spesso, diventa una prigione. Iniziamo a cambiare le parole e cambiamo le idee e le convinzioni.

E io lo so bene.

Ho tante amiche belle, io.

non ditele solo che è bella

 

 

“Il Vaso di Pandora” – Il vero mostro è l’abuso sessuale sui bambini, non certo l’omosessualità

vaso di pandora

[Ho ricevuto questa lunga testimonianza circa un mese fa. L’ho lasciata intatta nella struttura e nella lunghezza perché sintetizzare questa storia sarebbe stata una mutilazione e su questo tema c’è anche troppo silenzio. Questa è la storia di A. Una storia che io stessa faccio fatica a leggere, ma che merita di essere letta fino all’ultima parola.]

Amo le storie di “coming out”. Nel periodo in cui io capii di essere gay, ne lessi tantissime. Capii che ogni storia di coming out è complicata dal contesto e degli eventi che ci hanno costretto a stare dentro  quell’armadio psicologico che costruiamo – o ci viene costruito intorno – per nasconderci, proteggerci, o per seppellirci. Ma quando successe a me stessa, non riuscivo a ritrovarmi in altri racconti di coming out. Capii che lo ero sempre stata, che lo intuivo in qualche modo e che lo avevo tenuto nascosto a me stessa. Mi sentivo turbare dal fatto di non averlo capito prima – mi disturbava così tanto che entrai in terapia per comprendere quale fosse il contesto in cui avevo costruito il mio armadio. Tirando fuori la mia sessualità, venne fuori tutta una serie di realtà che avevo accartocciato e rimosse – buttandole in fondo in fondo al mio vaso di Pandora.

Vi scrivo nel Maggio 2016. Ogni storia fa parte di un particolare momento della mia vita. Poco più di una settimana fa, la legge Cirinná sulle unioni civili è stata votata in parlamento con esito positivo. Poche ore dopo sono cominciate ad arrivare le segnalazioni delle risposte arrabbiate e omofobe da parte dei neo fascisti. Una in particolare mi colpisce, a Roma, una scritta alta più di un metro e lunga un paio: “Unioni gay: stupro di massa di milioni di bambini”. Non sapevo se ridere o arrabbiarmi, non solo perchè un’affermazione infondata e assurda, ma per il fatto che quell’affermazione nasconde, per me, molto altro.

Io avevo parecchi zii. Ma in particolare ne avevo uno gay, e uno pedofilo. Non erano la stessa persona. Che il primo zio fosse gay lo seppi solo dopo la sua morte. Era giovane. Si suicidò quando la sua sessualità uscì allo scoperto. Erano gli anni novanta. La sua famiglia era molto cattolica. Poco prima che nascesse lui, l’omosessualità era ancora considerata una malattia psicologica. C’è chi, nella mia famiglia, ancora oggi ipotizza sul perché lui fosse nato così (un errore ci deve essere no, se uno nasce…..diverso). Durante i suoi anni da bambino e adolescente, l’omosessualità era illegale. Uomini che andavano a letto con altri uomini (adulti e consenzienti) rischiavano di finire in carcere.

L’altro zio è pedofilo. È ancora vivo. Anche lui é cattolico. Ho fatto una ricerca su Google e scopro che ricopre una carica importante nella sua parrocchia. Fra qualche settimana, festeggerà un compleanno a cui parteciperà tutta la nostra famiglia allargata tranne me che abito, casualmente (?), dall’altro capo del mondo. Che questo zio fosse pedofilo  l’ho scoperto in terapia.

In terapia tornai indietro nei ricordi per trovare me, a otto anni, in una roulotte bianca con le strisce arancioni. Lui é vestito con pantaloncino bianco cortissimi e stretti, anni 70. Da quel pantaloncino bianco tirò fuori un’erezione che, nella mia mente di bambina, era enorme. Oggi guardavo il braccio di mia figlia di 9 anni e sì, sarà stato lungo come il suo ava braccio. Quello che fece quel giorno e nei giorni successivi, con quell’erezione, non ve lo racconto. Anche solo mostrarmela era già troppo. Ero terrorizzata. Ci vollero mesi di terapia, di viaggi di ritorno a quella roulotte, per finire con quei ricordi. Perchè una volta tirato fuori uno, vollero uscire tutti. Furono mesi allucinanti in cui feci una doppia vita: dovevo affrontare la vita quotidiana con i miei figli e poi, per un’ora, un giorno alla settimana, tornare a rivivere un’estate seppellita nei miei ricordi. Un’estate in cui un adulto sfogava i suoi desideri sessuali su di me.

C’erano testimoni, credo: i miei fratelli e i miei cugini, mia zia, un medico, un’infermiera. Ma non ne ho mai parlato con qualcuno della mia famiglia. Se l’ho rimosso io, l’avranno rimosso anche loro. Sono ricordi che non si tirano fuori finché il peso di tenerli nascosti non diventa troppo. Non me la sento di scatenare i loro ricordi se non sono pronti ad affrontarli. Forse stanno meglio così. Poi, ho paura che qualcuno mi dica che mento. Dubito perfino io di me stessa. Lo dubito, ma allo stesso tempo so che è successo. Vedo l’evidenza nei miei racconti scritti in quarta elementare. So che è successo perché nel mio corpo sono rimasti dei segni, ricordi che vengono risvegliati da una visita ginecologica troppo brusca, se un amante mi tocca in alcune parti del corpo, se qualcuno mi sorprende. Sono ipervigile. So che è successo, anche se fatico ad ammetterlo a me stessa perché rende faticoso l’alzarmi dal letto la mattina, il sapere che le persone sono capaci di fare violenze simili.

Quando sono stata stuprata, avevo un’età in cui stavo ancora capendo la mia identità e la mia sessualità. Sono gay. Ho un corpo da femmina anche se mi identifico “non-binary”, cioè né donna né uomo, o forse un po’ di entrambi. Non sono donna per cui non mi definisco lesbica – amo donne e persone di genere neutro come me. Negli anni 70 – quando io ero bambina – praticamente nessun personaggio pubblico era apertamente gay. Elton John si sposò con una donna (Renata Blauel) nel1984 e fece coming outsolo qualche anno dopo. Erano anni in cui era considerato normale vivere nell’armadio. Mio zio gay era il mio preferito. Mi addolora il fatto che lui non abbia saputo che anche io sono gay – spero che l’avesse intuito da sé, si sarà sentito meno solo.

C’erano degli anni in cui portavo capelli cortissimi, indossavo canottiere e salopette da muratore, e stivali Blundstones (quando li indossavano solo muratori, artisti e lesbiche). Ma evidentemente ero l’elefante nella stanza – una dei tanti elefanti nella mia famiglia – ignorata da tutti, inclusa me stessa. Qualche donna lo capì e s’innamorò di me, ma io non c’ero. Davanti alle loro dichiarazioni, uscivo letteralmente dalla stanza – ora so che si chiama dissociazione.

Dopo diversi anni venni a vivere in Italia, all’epoca un paese molto conservatore. Mi sono mimetizzata, ho fatto una vita regolare e tranquilla – per quanto possa mimetizzarsi una straniera – mi sposai ed ebbi dei figli. Erano anni tranquilli e felici. Poi i litigi, la separazione, una storia come molti altri. Di nuovo single, cercavo un nuovo amore. MI regalai un nuovo taglio di capelli, ma attiravo gli sguardi maschili e mi diede fastidio. Guardavo gli uomini e non ne trovavo uno di attraente. Di attraente trovavo le modelle nelle pagine di moda dove cercavo dei vestiti nuovi per me.

Uscii dal mio armadio e ammisi a me stessa di essere gay. Così, in un baleno, passai da essere una persona eterosessuale – con tutti i privilegi di cui godono le persone della cultura dominante – ad essere omosessuale. Certo, oggi non è considerato più una cosa terribile – lo dicono in tanti – “Sei gay? Per me è lo stesso” . Lo disse perfino mia madre. Ma per me no, non è lo stesso. L’eteronormatività regna ancora – le persone LGBTQI non sono previste. Faccio coming out più volte la settimana. Lo faccio perché ho bisogno di non essere di nuovo seppellita. Vivo un pride personale quotidiano – ascoltando canzoni come Same Love, inserendo degli arcobaleni nel mio posto di lavoro, facendo attivismo.

Nell’armadio non ci torno. So di essere ancora l’elefante nella stanza, ma sono un elefante arcobaleno e di genere neutro. Non mi nascondo più.

L’altro elefante è mio zio. La cosa peggiore di essere abusato e stuprato è quella di non essere visti. Vorrei tornare indietro nel tempo a coccolare quella bambina. Credo se qualcuno l’avesse coccolata e le avesse detto che non era colpa sua (mia), non avrebbe seppellito quel ricordo (con la dissociazione) creando un danno psichico che ancora fatico a superare. Posso solo immaginare cosa passò per la mia testa.

Posso solo immaginare la confusione di essere toccato e stimolato sessualmente e sentire dolore piacere e vergogna a livelli insopportabili e non aver nessuno con cui parlare. Lo sapevano le mie bambole, lo sapevano i miei scritti, la sapevano i miei sogni e incubi – ma la mia famiglia e le mie insegnanti no, no lo sapevano o non vollero saperlo. Facevo catechismo. La confessione non era un optional – era dato per scontato che avessimo qualcosa di cui pentirci. Gli abusi sui bambini non erano fra i dieci peccati. Desiderare la moglie del vicino, si. E così mi dissociai dalla mia sessualità per circa 35 anni.

Mi ricordo vagamente episodi di bullismo. Non ero una bambina tipica. A 9 anni chiesi di cambiare scuola. Passai da una scuola cattolica ad una scuola pubblica – stavo meglio. Alla scuola superiore stavo ancora meglio. Scrissi poesie, avevo insegnanti abbastanza atipici, eccentrici, scoprii l’arte, il disegno, la fotografia.

Ma divago…parlavo di oggi e di quella scritta sul muro. Una persona che desidera far sesso con una persona dello stesso sesso non è pedofilo. Mio zio pedofilo è un uomo e io avevo un corpo da bambina. Ma questo non è nemmeno un atto eterosessuale perché io era bambina e lui pedofilo. Se lui avesse stuprato anche i suoi figli maschi (adottati regolarmente in quanto lui era anche eterosessuale) non sarebbe stato un atto omosessuale. Sarebbe stato sempre pedofilia.

La pedofilia esisteva ben prima degli unioni civili e dai matrimoni di persone dello stesso sesso. Gli abusi sessuali sui bambini sono frequenti – frequentissimi – ma non se ne parla. Uno per ogni sei maschi e una per ogni tre femmine saranno abusati sessualmente prima dell’età di 18 anni. Gli anni più a rischio sono fra gli 8 e 12 anni. Le vittime sono più spesso bambine, bambine e bambini disabili, e bambini e bambine LGBTQI (si ipotizza sia perché bambini che si comportano in modo non stereotipico per il loro genere attirano l’attenzione del pedofilo, o forse molte persone LGBTQI intraprendono psicoterapia e l’abuso ne esce fuori – gli abusi sessuali sui bambini non causano l’omosessualità). Chi abusa i bambini sono in numero predominante uomini eterosessuali (che spesso hanno anche una relazione con un adulto). Infatti mio zio era sposato, con una donna, e aveva due figli adottati – due cose che si cerca di impedire alle coppie dello stesso sesso perché “non-idonee”.

Ecco perché ho costruito un mio armadio. Essere gay negli anni 70 e 80 era inconcepibile per me bambina e adolescente. Non avevo solo paura di essere derisa o essere rifiutata da chi mi considerava qualcosa di perverso, ma avevo anche paura delle sensazioni fisiche dovute agli abusi subiti. L’armadio era psicologico e non ne ero al corrente. Era una dissociazione – abilità che ho imparato in quella roulotte bianca con le strisce arancioni. Dissociarmi mi ha permesso di continuare a vivere. Mi sono sposata e quel matrimonio eterosessuale mi ha tutelato socialmente ed economicamente fino ad arrivare negli anni in cui essere gay cominciò ad essere una cosa più accettata. Così mi accettata. Sono gay, e di genere neutro e mi piaccio così.

Scrivo questa testimonianza perché possa aiutare qualcun altro o altra a conoscere se stesso, e perché nel futuro altri bambini non abbiano bisogno di un armadio – perché cresceranno essendo loro stessi, in un mondo che non si vergogna della sessualità e perciò gli abusi sui minori avranno meno buio, ombra e complicità in cui esistere.

A.

P.S.

Una lettrice ha segnalato: “C’è un altro “Il vaso di Pandora” , curato da professioniste serissime, che si sta occupando di persone vittime di pedofilia.
All’interno del sito ( www.ilvasodipandora.org ) c’è anche un forum (assolutamente anonimo) per condividere, aiutare ed essere aiutate.
Se volete, passate anche solo a dare un’occhiata alla pagina Facebook (che ovviamente è solo una vetrina. Il lavoro ed il forum sono tramite il sito) : Il vaso di Pandora. La speranza dopo il trauma.”

vaso di pandora

[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

Potrei, ma anche no

potrei ma anche no

Potrei, ma anche no. Potrei far finta di non vedere, di non sentire. Potrei glissare, sopportare, tacere. Potrei scrivere nonsense per placare l’ansia che generano le sgradevolezze della vita.

E invece non so stare zitta. Non so abbassare lo sguardo e non so chinare la testa. Le ingiustizie mi lasciano la bocca asciutta e mi s’impigliano dei giganteschi punti interrogativi nei capelli. Non importa la gravità della faccenda. Per me tutto si basa sulla relazione. Che sia lavoro, che sia amore, che sia amicizia. Che sia facebook o che sia la vita reale. Perché alla fine per me non fa differenza. Che lo scambio avvenga davanti ad una birra o in una chat. Cambia il mezzo, certo. Cambia anche la comunicazione. Ma non cambia la sostanza. Mi rapporto sempre da essere umano con altri essere umani.

E osservo. Tanto. E spesso taccio. Perché ho imparato a conservare le energie per le persone che amo, non per quelle che mi odiano. Il tempo per me è la risorsa più importante. E sprecarlo, proprio no. Odio litigare, odio gli alterchi. Ma soprattutto odio chi si maschera dietro un social perché non ha il coraggio di prenderti in privato e dirti quel che pensa. Perché magari è incazzato perché alle medie gli hai perso la penna preferita o perché non volendo gli hai fatto del male. La verità è che nessuno è buono. Che nessuno vive senza far del male agli altri.

Io non sfuggo certo a questa logica. Mi hanno fatto male. Ho fatto del male. A una dinamica, però, sono del tutto estranea: quella del giudizio. E non perché io sia buona. E non perché io sia una che non fa cagate. Ne ho fatte e ne faccio diverse. Ma mai mi sognerei di salire su un pulpito per esprimere pareri sulle vite degli altri.

Eppure ne avrei da raccontare. Ex amiche, ex fidanzate, ex compagne di classe. Nessuno è esente dall’avere scheletri negli armadi o comportamenti poco etici. Ma ho sempre evitato. Non provo nessun godimento nel buttare fango sugli altri.

Adesso però sono stanca. E quando si è stanchi l’unica scelta davvero sana è quella di razionalizzare le forze e stabilire le priorità. Non ho voglia di fornire spiegazioni, né tanto meno di giustificarmi. Per dirla come diceva Proust “mi sono rotta i coglioni”. E allora ciao. Arriva il momento delle pulizie. Il momento in cui ti rendi conto che è necessario levare le erbacce per lasciare posto ai fiori.

Pian piano cerco di eliminare le perdite di tempo e di energie. Le persone doppie, gli ipocriti, gli opportunisti. Andate pure. Ho molto da scrivere, molto da leggere. Molto da vivere e da amare.

Quel che ho, a partire dalla mia professionalità, fino ad arrivare alle amicizie, all’amore e ai miei figli, non mi sono caduti dal cielo. Sono frutto di lacrime e sudore, sogni interrotti, ripresi e adattati in corso d’opera. Qualche giorno fa, una tizia per offendermi ha detto che sono come il vento.

Beh, aveva ragione. Odio le situazioni stagnanti, odio la polvere. Amo la tranquillità, ma non per questo la noia, i silenzi e l’apatia.

Io non so quante persone abbiano avuto la fortuna di trovare l’amore della vita a 15 anni e di farci tre figli e rimanerci insieme per sempre. Non so quanti siano riusciti a svolgere il lavoro che sognavano da bambini. Ce ne sono, certo. C’è la mia amica Chiara, che ha sposato il suo fidanzato del liceo e hanno tre bambini meravigliosi e si amano tantissimo. E mi mettono in pace col mondo solo per il fatto che esistono. Si vede che io, invece, sono dovuta arrivare a 35 anni per capirmi. C’è chi arriva alla consapevolezza attraversando prati in fiore e chi passa da sentieri bui e irti di spine.

Io ho imparato a godere dei prati e a togliere le spine. Sono fortunata? Forse sì. O forse, più semplicemente, ho imparato a imparare. Sbagliando.

Io sono il vento. E decido io quando è il momento di soffiare via la polvere o accarezzare i capelli delle persone che amo.

Per la pochezza e i discorsi da pollaio, mi spiace. Non ho tempo.

potrei ma anche no

 

 

Mamma sull’orlo. Della crisi. Di nervi.

adolescenza

Scrivo questo post con due obiettivi precisi. Anzi tre. Il primo: dimostrare ai miei allievi che si scrive sempre con un obiettivo. Il secondo: spero che mio figlio lo legga, smetta di essere un adolescente e diventi subitaneamente (scusate, era un po’ che volevo usare questo avverbio) un adulto coscienzioso, educato, profumato e dalla conversazione piacevole. Il terzo: sfogarmi e sentirmi rispondere che un giorno non lontano andrà tutto bene.

Non importa che sia la verità. Adesso ho bisogno di credere che, alla fine del tunnel di brufolazzi (cit. Elio e Le Storie Tese), musi lunghi, sbalzi d’umore che nemmeno la gravidanza, incomprensioni linguistiche, ci sia la luce. E che la luce sia possibilmente quella di una SPA con trattamenti inclusi, ma mi accontento anche della sagra della porchetta della Contea, purché sia sinonimo di fine dello strazio.

Qui la situazione è complicata. Con Ariele, ormai, qualsiasi iniziativa è sbagliata. O è fuori tempo massimo. O è inopportuna. Ridi? Lui si arrabbia. Lo prendi seriamente? Non hai senso dell’ironia. Lo minacci? Sei oppressiva. Non reagisci? Non hai autorevolezza. T’imponi? Stronza. Hai detto stronza a me? Guarda che sono tua madre. Mamma, a volte, però sei un po’ stronza. Guarda che non è il gradiente, che criticavo, ma l’attributo. L’attributo di che? Niente lascia perdere.

Io lo so. Lo so che è normale. Che fa parte della fase di elaborazione della sua identità, del momento destruens della figura genitoriale. Lo so. Ma il saperlo non mi pone al riparo dai nervosismi. Oggi ho incrociato suo padre che, con sguardo mesto, stava uscendo dalla porta di casa.

V – Dove vai con Brita?

G – A comprare i sandali ad Ariele.

V – Scusa? Vai con Brita a comprare i sandali di Ariele? Mi pare abbiano 14 numeri di differenza e gusti diversi, no?

G – Eh, ma non vuole venire. È fuori ad aggiustarsi la bici…

Sono andata in giardino modello furia alata, talmente concitata che – come sempre quando mi agito, cosa che mi rende poco abile durante le discussioni – mi sono agitata e gli ho detto:

Ariele, muoviti subito e vai a comprare la bici con papà! Lascia stare i sandali! Cioè la bici! Insomma, vai a comprare quei cazzo di sandali!

Lui mi guarda serafico e ghignante, con la stessa faccia con la quale io guarderei Luca Giurato quando parla. E mi risponde

Ok, mamma. Sei sempre così nervosaaaaaaa.

Ora. C’è una frase peggiore da dire a una persona che è e v i d e n t e m e n t e in preda all’ira? Solo stai calma, fa pari.

Ditemi, quindi, anche mentendo, che passerà. Perché ho finito le scorte di pazienza.

Che non erano poi nemmeno tante.

adolescenza

 

 

 

“Il Vaso di Pandora” – Amor vincit omnia

vaso di pandora

[Dopo quanto avvenuto ad Orlando avevo pensato di non far uscire la rubrica. Avevo in mente un pezzo diverso. Poi c’ho ripensato. Perché tutto parla di morte, oggi. Di una morte ingiusta inflitta da un fanatico che considera l’amore omosessuale un amore minore, da distruggere. E all’odio e all’ignoranza si risponde solo continuando ad amare, continuando a vivere per contrastare la morte, a sorridere. Nonostante tutto. Perché il nostro Amore, i nostri sorrisi, la nostra vita siano meravigliosi, anche per coloro che non ci sono più.

Quindi grazie, Giorgio. Vi auguro tutto il bene che meritate.]

 

La mia storia: l’amore non è come una fiaba

Mi chiamo Giorgio, ho 17 anni, sono di Torino, e sono innamorato. Ok, prima incongruenza agli occhi di molti: ha 17 anni, così giovane, e già si dice innamorato.

Beh, sì. E mi sono anche interrogato molto sul significato di quella frase. Cosa vuol dire amore? È quello delle fiabe? È quello dove il cuore batte sempre più forte e appare ad ogni angolo il timore di perdere la persona amata? È quello dove i partner scopano dalla mattina alla sera – come dovrebbero fare i giovani? È quello dove hai bisogno di una età minima, che dipende da persona a persona, per provarlo? Nah, non per me. Per me nell’amore non c’è timore. Io non ho nessuna paura di perdere fungo. Il suo vero nome è Peiqin e il suo nome italiano è Nicki, ma lo chiamerò fungo perché ha i capelli a fungo ed è un nome più tenero. Dicevo, io non ho timore che lui vada con altri. Perché?

Perché noi non basiamo la relazione sulle catene. Siamo entrambi monogami, entrambi pensiamo che la soluzione ottimale per la nostra felicità sia una relazione solo fra noi due, ma entrambi siamo coscienti di avere degli occhi. Io non ho paura di perderlo perché stiamo insieme perché lo vogliamo, non perché qualche regola ce lo ha imposto.

Non c’entra niente con la relazione pensare che qualcuno è carino. Non c’entra niente con l’amore provare attrazione fisica verso un ragazzo sconosciuto nei porno. Non c’entra niente con l’amore il voler scopare ogni giorno. Non c’entra niente, tutto questo, con l’amore. Almeno, con la mia personale idea di amore.

Le uniche cose che c’entrano, in amore, per me, sono fiducia e comprensione.

La fiducia, che serve a sapere che per quanti porno guardi e per quanta arte due tette possano portare (sh, per noi comuni mortali è porno ma una donna nuda per un artista è arte). La fiducia che ti consente di sapere che la tua relazione non è basata sul pene o sul fisico, ma su un impegno comune. Non come nelle fiabe, perché l’impegno comune non ha il battito del cuore a mille. Ma ha il cuore che batte in sincrono. Le teste che si sfiorano. Le carezze. Il solletico. E sapere che la vostra relazione non è minata da ogni ragazzo che passa per strada.

La comprensione, che serve a capire che una relazione è condivisione. Condivisione di felicità, tristezza e anche passato. Passato che a volte non va via, che rimane lì. Anche se il passato è un ex, una vecchia esperienza, un lutto. Il passato, quando si decide di stare con qualcuno, entra a far parte della relazione e deve essere vissuto da entrambi, proprio perché la vita si condivide. Attenzione: la nostra vita non esiste solo se stiamo insieme. Io vivo anche senza fungo. E lui vive anche senza me. Solo che la decisione comune è aver capito che ci sentiamo meglio a condividere la nostra vita piuttosto che viverla singolarmente – decisione che sarebbe totalmente rispettabile.

Per cui, io amo fungo. Amo Nicki. Amo ogni cosa di lui. Amo quando mi vede e saltella, amo quando mi tiene la mano per strada, amo quando mi abbraccia nel letto, amo quando dorme con me, amo quando mi parla dei suoi problemi, amo quando ascolta la mia tristezza, amo quando si fida di me talmente tanto da non farsi toccare dai ricordi di alcune vecchie relazioni.

Ho amato quando, ad Aprile, abbiamo pianto insieme. Per ore. Ho amato quando abbiamo deciso, insieme, che quello che ho scritto in questo articolo non è la mia idea di amore. Non è la mia idea di relazione. È una idea condivisa e vissuta. È una idea che piace a tutti e due. È esattamente quello che una relazione significa per noi. E amerò tutte le altre cose che succederanno fra me e lui.

E non me ne frega un cazzo che ho 17 anni. Io voglio svegliarmi con i suoi occhietti, di cui il sinistro più basso dell’altro, a fianco. E voglio fargli il solletico. E poi gli voglio pinzare il naso perché così sobbalza. E lo voglio abbracciare, ascoltare dire buon giorno e chiedermi l’ora in cinese perché appena si sveglia non switcha subito totalmente all’italiano. Voglio che mi passi i fazzolini di domenica matita (errori grammaticali by fungo) e che stia con me. A formare una famiglia, appena sarà possibile. E, se questo può succedere, voglio che succeda per sempre. Perché io sono felice. E lo sono pensando al passato, pensando al futuro, pensando al dolore dei miei 14 anni, pensando alle denunce, pensando ai pensieri suicidari, pensando all’autolesionismo. Lo sono perché lui è la persona con cui voglio stare al di là del ragazzo carino per strada, di quello che c’è nei video porno e di quello che si fa la foto da palestrato in spiaggia.

Io lo amo perché quando lo vedo mi innamoro ogni volta. Ogni giorno prendo di nuovo l’impegno che è amare. Ogni giorno il suo sorriso mi fa sentire a casa e ogni giorno lui che sorride mi fa credere che sia il ragazzo che voglio ritrovare a casa ogni santissimo giorno. Mi chiamo Giorgio, ho 17 anni e sono innamorato. E il mio amore non è quello delle fiabe.

La mia idea dell’amore non equivale a paura, timore e agitazione. Equivale a tranquillità, stabilità e fiducia. E se questo non posso pensarlo a 17 anni allora modificate il source di Chrome e scrivete l’età che volete. Io, intanto, mi godo la reazione di Nicki che legge questa lettera dal blog dato che mi sono rifiutato di mandargliela. Sorpresa!

Giorgio.

vaso di pandora

[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

Alla fine è arrivata la fine. Ma è solo l’inizio.

tornare a casa

C’è sempre un finale. Chiuso, aperto, sospeso, suggerito, voluto. Sono stati mesi estenuanti. La separazione, il trasloco, un lavoro nuovo e una nuova città. Due case: una a Milano e una a Lucca. La sensazione di essere sospesa tra due vite. I viaggi di notte. Il tempo rubato rosicchiato stropicciato, ma mai spalmato bene. I bambini stralunati dal cambiamento, io stralunata dal cambiamento. Persino il cane manifestava disagio.

E la distanza.

Troppa distanza, per i bambini senza mamma durante la settimana, quando le telefonate e skype non possono sostituire la favola della buonanotte e il bacio del buongiorno; richieste d’attenzione sempre più forti –mamma, papà non è bravo a farmi la codamamma, voglio te adesso, non tra due giorni – mamma, puoi venire a darmi un abbraccio che sono triste e mi viene da piangere?

Nessuna distanza, quando il fine settimana deve essere perfetto, senza una sbavatura, senza un inconveniente, senza un capriccio, né un bacio di meno, quando il tempo dev’essere tutto per loro, ma devi incastrare bucato, faccende, spesa, arretrati. Per non parlare degli amici. Messi in pausa così come i genitori i fratelli lo sport e gli hobby.

E alla fine è arrivata la fine. Quando Brita ha dimostrato con le azioni che non ce la faceva più. E allora ho deciso basta. A malincuore ho stracciato un contratto a tempo indeterminato in un posto che mi piaceva, con colleghi che mi piacevano e che hanno reso questi mesi meno pesanti.

Sono tornata a casa. Nella mia vecchia casa di Lucca che adesso sembra una comune colorata. Una casa in cui io e Manuela ci avvicendiamo con Giuseppe per stare con i bambini e insieme. Riprendo il fiato. Mi riprendo le favole della buonanotte e tutti i baci del buongiorno. Mi riprendo i fine settimana imperfetti, fatti di libri passeggiate film faccende amici capricci lacrime coccole.

Lascio la porta aperta per concludere i lavori lasciati in sospeso e penso a nuovi progetti che già iniziano a farsi strada. Con calma. Perché ho vissuto in un vortice da gennaio ad ora e sono stanca. Una stanchezza che mi ha risucchiato energia, creatività e leggerezza.

E mi riprendo il blog. Soprattutto questo, che ultimamente è stato messo in pausa. Ho tante cose da raccontare: il cambiamento, la mia nuova vita, riflessioni sull’amore, l’amicizia, i nuovi progetti e qualche sassolino da togliere. E la scrittura, che è così parte di me che si blocca quando mi si congela il cuore.

A presto, amici.

Grazie per avermi aspettata.

tornare a casa

 

 

“Il Vaso di Pandora” – Tiziana e un amore da portare sempre addosso

[Una storia fresca, come forse si può solo conservando 25 anni per sempre e la voglia di lanciarsi nella vita con lo zaino in spalla e il sorriso sulle labbra.]

Non sono il tipo di persona che scrive mail, di solito non commento nemmeno su facebook perché “tanto alla fine della mia opinione non gliene frega nulla. Preferisco parlare con gli amici.” Poi diciamolo, il voto più alto che ho preso in un tema è forse 6–. Però, questa volta c’è un però, ho letto che vuoi condividere storie d’amore e ce n’è una di cui sono innamorata, la mia e quella della mia compagna. Quindi ci provo a scriverti della nostra storia.
Nel 2013 a 25 anni, stanca di tutto, senza una meta e con le fregole di vivere la vita parto per la Nuova Zelanda. Discuto con i miei per giorni ma poi si arrendono, sanno che non cambierò idea. Parto a metà Ottobre, lì inizia la primavera. Ho una valigia talmente grande e pesante che, se mia madre ci si fosse nascosta dentro, non me ne sarei accorta.

Lì è tutto una gran ficata anche i bedmite, le cimici del letto che mi trasformano nella Pimpa.
Quattro mesi ad Auckland e poi inizia il viaggio vero. Lavoro, cambio città e lavoro il tempo per metter via qualche spiccio per spostarmi di nuovo. Mi sbarazzo di gran parte del bagaglio. Arrivo a Nelson. Un ostello un po’ trasandato, ma la gente lì si ferma per lavorare quindi sono tutti socievoli.
Incontro Alex, un ragazzo italiano con cui inizio una storia da backpacker, è divertente. A Roma non sono mai stata una che rimorchia facile, ma in viaggio è tutto diverso e non si guardano i vestiti.
Mi diverto a stare con lui.
In quei giorni, la mia compagna di viaggio Lioba, conosciuta ad Auckland e incontrata di nuovo poche settimane prima di arrivare a Nelson, passa il tempo con un biondino tedesco (senza quagliare), Alex lavora tanto e io mi rompo. Una sera arriva una ragazza in stanza, italiana anche lei, Sara. Iniziamo a parlare, è simpatica, alla faccia di Lili che mi lascia sola. In quel momento iniziano ad esplodere le sensazioni, Alex e Sara parlano, sono gelosa…ma di chi dei due?
Cambiando ogni programma, dopo meno di due settimane, passate fra risate, serate a cucinare e situazioni “complicate”, Sara torna a nord con me. Io avevo preso un impegno ad Auckland di una settimana, lei si trova un lavoro a Masterto e in pochi giorni siamo distanti piu di 700km. Non facciamo altro che scriverci. Il mio impegno salta e in meno di un giorno già ho prenotato il bus notturno, Auckland- Wellington e poi treno fino a Masterton. Cogliamo pannocchie insieme, lei mi ha trovato il lavoro.
Un campo non pronto ci fa perdere una giornata di raccolta che cade di venerdì, partiamo per il we lungo. Voglio fare la figa, ma facciamo un giro troppo lungo per me e mi azzoppo il secondo giorno. Restiamo nella stessa hut (un rifugio) e non possiamo completare il giro. Ci facciamo il bagno nel fiume e passiamo la giornata camminando un po’ lì intorno.

La sera… bè la sera, mentre proviamo a a dormire con una coperta in due, Sara mi bacia, io all’inizio fingo di dormire poi mi sposto, cerco di svicolare, alla fine le dico di smettere. Strano, ho il cuore a mille. Torniamo dal giro e faccio finta di niente. Prova ancora a baciarmi e le dico “IO, NON SONO LELLA!”. Allora perché continuiamo a dormire insieme in un letto singolo con una stanza da sei a nostra disposizione? Mi arrendo, provo a baciarla – fa strano – ma lì inizia la nostra storia che continua come la più bella delle esperienze che ho fatto in Nuova Zelanda. Lei è tornata prima in Italia, ma prima che partisse abbiamo continuato a scalare montagne, fare giri in canoa e a cucinare ovviamente (pasta, pizza e mandolino, mamma mia). Ci siamo incontrate di nuovo a Settembre, dopo tre mesi da quando ci eravamo salutate.

Nulla era cambiato e per ora nulla è ancora cambiato, in fondo in fondo restiamo backpacker, con lo zaino pronto e la voglia di stare insieme.
Prolissa? Spero di no, per me questa è una storia per cui vale la pena scrivere.
Grazie
Tiziana

vaso di pandora

[Se anche tu vuoi raccontare la tua storia, puoi scrivermi a barsottiveronica@gmail.com. Ovviamente, se preferisci, proteggerò il tuo anonimato.]

“Il Vaso di Pandora”: “Ho letto che cercavi storie d’amore”. E io ho pianto

una storia d'amore

Da quando ho inaugurato questa rubrica ho ricevuto molte testimonianze. Alcune mi hanno scosso e turbata, altre mi hanno fatto sputare il caffè sul monitor dal ridere, altre ancora mi hanno commossa fino alle lacrime. È la vita: un’intersezione di esperienze e di molteplicità dell'”Io”.

La storia di oggi è diversa. Perché parla di me. Perché è la mia storia. La sua evoluzione più bella. La mia rinascita sentimentale.

Questa mail me l’ha inviata Manuela. L’ho aperta pensando che fosse uno dei suoi soliti scherzi. Poteva essere seria una mail dal titolo Ho letto che cercavi storie d’amore?. E invece.

E invece mi è preso un colpo quando l’ho letta.

La mia rinascita la devo a tante persone, ma soprattutto a Lei. Dopo la fine della mia storia precedente avevo pensato che non avrei più condiviso “tutta me” qui sopra, che avrei voluto riprendere la mia esistenza al riparo e offline.

Poi ho semplicemente realizzato che non sarei stata fedele alla filosofia che sottende ogni articolo di questo blog e che nasce dalla volontà di utilizzare l’autobiografia come narrazione condivisa e di supporto per chi legge, oltre che per chi scrive.

Quindi eccomi qui. Eccoci qui. Credo non sarei stata in grado di descrivere diversamente la trasformazione della nostra amicizia in un Amore potentissimo.

Ci sono storie che si riescono a raccontare seguendo un ordine cronologico,
altre che sfuggono ad ogni concetto e percezione di tempo.
Ci sono giorni in cui gli sguardi che ci si scambia, sembrano quelli di due coniugi che hanno consolidato il loro amore in decenni di pazienza, perseveranza e passione.
Attimi in cui la P ricorda il piacere della scoperta, l’emozione della prima volta e la passione, ché quella non deve mancare mai.
Storie in cui è bastato aprire uno spiraglio, tra una confidenza malinconica ed uno scambio di ironia e leggerezza, per far entrare nella propria vita il pezzo mancante.
E in una manciata di settimane, realizzare con sgomento che non ci può più essere una vita senza.
Fa paura avvertire tanta similitudine: tra se stessi e l’altra, tra l’altra e il proprio ideale di donna; e allo stesso tempo tanta differenza: tra il sè di cui si aveva esperienza fino ad una impercettibile frazione prima, e il sè potenziale che si intravede tra le righe e i sorrisi di questa nuova indispensabile presenza.
Niente di facile, niente di lineare, niente che sia esente da una quota di dolore, proprio e altrui.
Ma nudi davanti ad uno specchio, si può scegliere di abbassare lo sguardo per pudore nei confronti delle proprie imperfezioni, o guardarsi con attenzione per scegliere un abito che valorizzi i nostri tratti più riusciti.
Quell’abito non è fatto su misura, era stato già confezionato, ha qualche piega, qualche sgualcitura. Il colore è il nostro preferito, ma era già stato scelto da qualcun altro.
Tuttavia si può fare qualche aggiustamento, un ritocco che lo renda più comodo, un dettaglio che lo personalizzi.
Si può riuscire a renderlo solo e soltanto nostro.
E molti, moltissimi anni dopo, sorridere perché si ritrova in una sua tasca un biglietto d’Amore.
Dimenticato, ma mai scordato.
una storia d'amore
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