Smalto ai piedi e fottesega della fine del mondo

fine del mondo

Oggi è il 22 luglio. Oggi è anche il mio complemese. Oggi, secondo accreditate fonti gomblottistiche, manca una settimana alla fine del mondo. E sarà tipo l’ottava fine del mondo che minacciano da che ho memoria.

Come ogni fine del mondo che si rispetti, è il momento di fare bilanci.

Cose che ho imparato in questi 35 anni e 7 mesi di vita:

Che la mia abilità di pianificare l’esistenza è inversamente proporzionale alla possibilità di mantenere fede ai suddetti piani.

Che i miei figli sono ganzi abbestia e non posso rinunciare alla colazione con loro, quando evitiamo il dialogo e ci parliamo a grugniti indicandoci il cibo sulla tavola.

Che io evolvo e così anche la mia professionalità e quando non mi diverto più devo cambiare. Quello che mi stava bene prima, non è detto mi stia bene adesso. Un po’ come coi vestiti. Per lo stesso principio, quindi, io non ingrasso. Io evolvo forte.

Che un lavoro lontano dai miei figli non è sostenibile se non per brevi e circoscritti periodi. Rivendico il mio diritto all’essere mammifero, al solletico sul lettone e ai grugniti della mattina.

Che mentre invecchi ti vengono le rughe, ma non è detto che ti scompaiano i brufoli. Ma si riesce a non pensarci introducendo una massiccia giusta dose di carboidrati nella propria dieta.

Che se ti sfondi di carboidrati poi i vestiti nell’armadio si restringono. Piero Angela sta studiando il fenomeno.

Che se tuo figlio è più alto di te di 10 centimetri sei comunque autorizzata a chiamarlo “il mio bimbo”. Fottesega. Del resto mia nonna ha chiamato mio padre “il mi’ bimbino” finché non è morta guadagnandosi la simpatia imperitura di mia madre. Tratto da “Wannabe la suocera perfetta”.

Che ai saldi il tuo numero è stato venduto appena 10 minuti prima a una vecchia strega che non vorrà mai bene a quelle scarpe quanto gliene avresti voluto tu.

Che amo le mezze stagioni, le mezze taglie, le mezze teglie, le vie di mezzo e le sfumature. Peccato non esistano più e al loro posto siano rimaste solo le mezze porzioni e le mezze calzette.

Che la felicità è più intensa quando è condivisa, ma pure leggere un libro in giardino in silenzio che t’ha fatto?

Che ogni lesbica ha all’attivo una ex psicopatica bipolare, ma poi parli con la tua amica Sara e ti rendi conto che pure gli etero non stanno messi tanto meglio.

Che le lesbiche al mare giocano sempre a pallaqualcosa e rimorchiano duro. O almeno ci provano.

Che io al mare preferisco andare alle spiagge delle famiglie così posso non giocare a pallaqualcosa senza il timore di venire perculata o tacciata di apologia dell’eterosessualità.

Che se prenoti la settimana di ferie in una località marittima puoi stare certa che quella settimana pioverà o avrai le mestruazioni. O entrambe.

fine del mondo

Per non farmi trovare impreparata, comunque, ho messo uno smalto rosso corallo alle unghie dei piedi. Che morire sciatta proprio no.

 

 

 

“Saffo abita di fronte a me” di B. Audisio – Un libro da rileggere fino allo sfinimento

Barbara Audisio

Ho un rapporto speciale con i libri. Fin dall’infanzia sono stati i miei migliori amici, il mio scoglio solitario da cui ammirare panorami sconfinati, la mia soffitta colma di tesori da esplorare e il mio cuscino su cui far riposare i pensieri e lasciar correre i sogni. Con i libri ho lo stesso rapporto che ho con le persone, se non mi piacciono a pelle non c’è storia, magari dobbiamo frequentarci per qualche ragione, magari sei un collega pedante o un manuale noioso, quindi siamo costretti a trascorrere del tempo insieme, ma questo non significa niente. Se non batte forte il cuore, quinto piano in ascensore batte forte il cuore, io spingo STOP. Del resto sono cresciuta guardando Non è la Rai e Ambra Angiolini. Ok, sto divagando.

Da circa un anno (credo, io e il tempo siamo pessimi amici) ho in giro per casa questo libro: Saffo abita di fronte a me. L’autrice è Barbara Audisio –  abbiamo in comune l’amore per la decolorazione e per il teatro –  edito da  Edizioni Smasher. In questo ultimo anno la mia vita è esplosa, portandosi dietro un doppio trasloco Lucca=>Milano e Milano=>Lucca con cocci di cuore e brandelli di storie intrecciate, amori finiti e amori nuovi, amicizie scoppiate dall’ipocrisia e nuovi sorrisi da scoprire, collaborazioni chiuse e nuovi progetti. Insomma, nel mio essere gatta dentro, ho condensato in quest’anno almeno 3 vite normali. Sono sopravvissuta e “Saffo” mi ha seguito silente in tutte le trasferte. Da un anno volevo leggerlo e non l’ho fatto.

Non l’ho fatto fino alla scorsa settimana, quando mi sono concessa un lungo viaggio in treno e il libro è letteralmente scappato fuori dalla borsa, mentre cercavo la moleskine. Me lo sono trovato sulle gambe, ci siamo guardati e ho capito che era IL momento. Credo che i libri lo sappiano, quando è il momento. Lo sanno i libri importanti, quelli che contano, quelli che ti rimangono incollati alle dita e agli occhi, quelli che frughi, che divori, che assapori e che troppo tardi ti accorgi che avresti voluto centellinarli per non farli finire mai, quelli che appena hai letto l’ultima sillaba ti viene da scrivere all’autrice (ehm, scusa Barbara…). Ecco, quei libri lì ti trovano. Sanno aspettare il momento giusto e poi s’infilano al loro posto, al riparo tra un battito e l’altro e iniziano a respirare con te.

Questo libro è una storia d’amore, questo libro è Amore, in tutte le sue forme, visto attraverso il caledeiscopio delle protagoniste. Mi sono innamorata di tutte loro, mi sono lasciata cullare dalla cura di Daphne, ho sofferto con Fabiana per il suo senso d’inadeguatezza e patito le rigidità di Asia. Non farò spoiler, lo giuro. Ma la tentazione di raccontare tutto è forte.

Questo libro ha un unico difetto: a un certo punto finisce.

saffo abita di fronte a me

“Il Vaso di Pandora” – Essere disabile e omosessuale: troppe etichette

vaso di pandora
“Mi chiamo P., ho da poco compiuto ventinove anni e sono disabile dalla nascita. La mia disabilità, nella vita, non mi ha mai impedito di fare ciò che volevo. A differenza di tante altre persone che hanno la mia stessa patologia io cammino, mi muovo liberamente e riesco ad avere una vita “normale”. Ovviamente tutto ciò non è stato facile: ci sono volute alcune operazioni chirurgiche, tanti anni di riabilitazione e una grande dose di autostima, corredata da una buona accettazione di sé.
Essere disabile e omosessuale è tosta: troppe etichette, troppe diversità. Io non ho problemi con la diversità, ma ho paura. Paura di deludere la mia famiglia e di restare sola.
Un’ipotetica compagna dovrebbe fare i conti con la mia duplice etichetta sociale, accettare la mia patologia, che per fortuna non può peggiorare più di tanto, e vivere l’incertezza futura che dalla malattia deriva; condividere dei momenti, degli attimi dell’esistenza, con una persona che, nonostante i lati positivi, ha una cronica lentezza e una serie di piccole limitazioni.
A tutto ciò aggiungi la mia famiglia. Quando avevo vent’anni ho perso mia madre che soffriva di depressione. Fino a quando c’è stata, è stata una buona madre: mi ha dato un’educazione, mi ha amata, insomma… nonostante la sua malattia, ha fatto tutto quello che dovrebbe fare un buon genitore. Mio padre è stato – ed è tutt’oggi – un padre presente-assente: attualmente passa le sue giornate davanti alla tv e non parla mai. Quand’era più giovane lavorava, ma una volta tornato a casa le cose non erano molto differenti da ora. Mio fratello, fortemente omofobo, per fortuna vive in un’altra città. Il nostro rapporto non si può dire idilliaco.
Io avevo dieci anni quando mia madre si è ammalata. Immaginati come sia stato crescere nella famiglia che ti ho precedentemente descritto e affrontare i miei problemi di salute. Quando ho capito di essere omosessuale, mi sono detta: “anche questo”, ma in parte l’ho accettato.
Prima di acquisire consapevolezza e rendermi conto di quello che ero, ho fatto soffrire e  ho sofferto: non riuscivo a spiegarmi quell’attaccamento morboso alle mie amiche. Ho distrutto un rapporto, poi due, alla terza volta ho deciso di cominciare a fare analisi, pensavo che il problema fosse dovuto alle mie carenze familiari. La dottoressa in due o tre mesi mi ha rivoltato come un calzino; quando le ho detto che provavo attrazione per le donne e pensavo di essere omosessuale ha liquidato la cosa con semplicità, mi ha chiesto: “tu vuoi dei figli?”, io le ho risposto: “Si” e lei mi ha detto: “allora non può essere”. Io sono andata avanti, ho continuato a vivere, ma trovavo strano il fatto che stessi con il mio ragazzo dell’epoca e continuassi a pensare alla mia migliore amica, che ancora oggi mi capita di vedere all’università. Se appendi lui per uscire con lei, se passi le notti a telefono a parlarle, se corri come una pazza in macchina, alle due di notte, perché sai che è da sola in casa e che sta male, se passi le notti in cui dormi da lei ad osservarla, di chi sei innamorata? L’unico problema è che lei è etero e io non sapevo – e  non so ancora – gestire bene le mie dipendenze affettive. Tra di noi non è mai successo niente di fisico, ma abbiamo comunque distrutto il nostro rapporto; oggi quando ci incrociamo non riusciamo nemmeno a guardarci in faccia. Quando l’ho persa ho sofferto come una bestia, ma in silenzio, finché un giorno non c’è l’ho fatta più: sono andata dalla mia amica d’infanzia, quella che ho sempre visto come una sorella e le ho detto: “sono gay”, lei mi ha risposto: “finalmente te ne sei accorta, lo so da quando avevi tredici anni”. Lei lo sapeva e lo aveva accettato prima di me. Da allora per me non ci sono stati più dubbi o domande: l’ho accettato e basta. Dopo tanto cercare ero finalmente me, con le mie nuove consapevolezze e con tanti problemi da risolvere.
Mia zia, la sorella di mia madre, la persona che mi è stata più di tutti vicino in questi anni, soffrirebbe molto se sapesse come stanno le cose. Non so se lei e la mia famiglia lo accetterebbero, sono molto credenti e io per loro sono un punto fermo, quasi invulnerabile. Ho vinto la mia malattia e mi sono presa una vita normale, ho combattuto strenuamente contro la depressione di mia madre, quando è morta ho retto tutti i suoi carichi senza fare una piega. Ho sostenuto l’intera famiglia e mi sono comportata sempre in maniera irreprensibile. Ho studiato, mi sono laureata, sono attiva nel sociale, ho molti amici, so affrontare i problemi quotidiani. L’unica cosa che non va, per i miei zii, è che sembro distante da loro, spesso insensibile e ho un singolare amore per la montagna e il silenzio; chi glielo va a dire ai miei parenti che il loro esempio di rispettabilità è omosessuale e infelice. Infelice perché non riesco ancora a vivere pienamente quello che sono; infelice perché ho sempre paura che il mio modo d’amare non sia giusto, infelice perché anche quando sto male in casa devo tenere tutto dentro.
Attualmente i miei amici più cari sanno tutto quello che c’è da sapere. Alcuni hanno accettato la mia omosessualità senza troppi problemi, altri pensano che sia una fase momentanea. In questo frangente sono innamorata e non ricambiata, ma non è un problema, passerà.
A causa dei miei trascorsi familiari, i miei sentimenti, il mio modo d’amare continua a farmi paura. Quando da bambina non ti vengono date delle linee rette e sane su cui basarti è facile perdere l’equilibrio e cadere. Ho paura di fare male a questa persona, che spero di riuscire a vedere prima o poi come un’amica; paure delle mie dipendenze affettive che cerco di tenere a freno. Non so se il mio modo d’amare sia normale, vorrei tanto un termometro per la misurazione del termine “normale”.
Intanto cerco soluzioni e continuo la mia vita.
P.”
vaso di pandora
[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

Se una mamma al mare è pesante, figurati due

coppia lesbica al mare coi bambini

Il mare mi stressa.

Non ho un ricordo che sappia di salsedine e che si possa associare, anche vagamente, all’idea di relax. Ho iniziato ad andare in spiaggia con un neonato poco dopo aver smesso di essere trascinata al mare da mia madre. Niente falò con gli amici, né domeniche sdraiata sulla sabbia con le amiche.

Quando ero piccola mia mamma ci svegliava all’alba. Dopo la colazione, con le nostre borse contenenti giochi prima e libri + walkman poi, arrivavamo sulla battigia quando ancora era deserta. All’orizzonte solo noi, i pescatori di vongole e le signore anziane che passeggiavano con l’acqua alle caviglie per favorire la circolazione alle gambe. Le antesignane di uno sport che negli anni successivi sarebbe diventato di gran voga: l’acquagym.

Prima di fare il bagno dovevano passare almeno tre ore. Che avessimo leccato un ghiacciolo o ci fossimo scofanati una teglia di melanzane alla parmigiana, il principio non cambiava. E prima d’immergersi completamente era necessario seguire una procedura. Per prima cosa un’ulteriore passata di crema dalla consistenza del calcestruzzo: spalmandola portava via il primo stato d’epidermide ed era talmente idrorepellente che neppure dopo la doccia serale se ne andava via. L’immersione andava effettuata ad abluzione crescente: 10 minuti solo le dita dei piedi, 10 minuti fino alle caviglie e così via a salire. Praticamente potevamo tuffarci quando gli altri bambini erano già usciti per fare merenda. Anche i tempi di permanenza in acqua seguivano delle tabelle rigide che mia madre applicava con la stessa meticolosità di un sub che teme la camera iperbarica. Era tassativo il monitoraggio dei polpastrelli, la grinza rappresentava l’impellente e inderogabile necessità di uscire immediatamente dall’acqua. La grinza era meno grave solo dell’essere inseguiti da uno squalo.

I giochi in spiaggia dovevano essere poco chiassosi e bisognava prestare attenzione a non sollevare sabbia al fine di non impanare le altre persone stese a prendere il sole.

Il due pezzi era bandito fino a 12 anni perché il doppio segno del costume era una maledizione da cui rifuggire il più a lungo possibile. Così ho trascorso l’estate spiaggiata – letteralmente – a pancia in giù e con la faccia nei libri per non dover andare in giro a tette al vento. E all’epoca avevo anche meno tette di adesso. Solo un maggior senso del pudore e necessità d’inclusione sociale.

Anche sull’orario non si sgarrava. Alle 11,30 si tornava a casa. A volte tornavamo nel pomeriggio, ma solo dopo le 16. Ovviamente con le stesse regole della mattina.

A me piace pensarmi come una madre moderna, che supera gli insegnamenti ricevuti adattandoli a contesti decisamente più SMART. In altre parole voglio dire che sono di quelle donne Io non sarò mai come mia madre. 

E invece.

Ho realizzato che questa rappresentazione apocalittica del mare l’ho rielaborata poco quando sono diventata madre a mia volta, limitandomi a qualche piccolo aggiustamento. Praticamente sembro anche io l’assistente alle colonie estive del ventennio.

Speravo che la presenza di Manuela mi avrebbe aiutata a stemperare questo mio essere mamma cozza apprensiva. Ma mi sbagliavo. Lei ha un senso di protezione materno che io in confronto sembro Gargamella. L’ultima volta ha unto più e più volte Margherita come fosse un abbacchio pronto per il forno, ha controllato che non si arrossasse, che avessimo preso l’acqua e i viveri di sopravvivenza, gli spiccioli per il parcheggio, abbiamo comprato una palla, un telo nuovo, un bunker anti atomico e uno spay al peperoncino subacqueo per gli squali che popolano le acque del Mar Tirreno all’altezza delle coste della Versilia.

Manco a dirlo, i miei figli al mare non mi sopportano, ad ogni mia raccomandazione sbuffano. Con Manuela no. La stessa richiesta – detta da lei – la eseguono sorridenti ed entusiasti. Brita, per dire, le va incontro con la crema per farsela mettere sulla schiena, mentre io devo minacciare ogni volta di darla in pasto ai suddetti squali che popolano le acque del Mar Tirreno all’altezza delle coste della Versilia.

Forse, stavolta, riuscirò anche io ad associare l’idea di andare al mare alla sensazione che non sia una tortura immeritata. E magari imparerò a rilassarmi e a godermi quella poesia meravigliosa di bambini schiamazzanti, caldo appiccicoso e sabbia che s’incolla alla pelle sudata e incremata, le urla dei venditori di cocco e quelli delle mamme isteriche.

Mi sto sforzando. Davvero.

coppia lesbica al mare coi bambini

 

 

“Il Vaso di Pandora”: non ci s’innamora mai per l’ultima volta

vaso di pandora

Come ti avevo promesso questa è la mia storia.

F.

 

“Tutto è nato nel 1989. Ho conosciuto P. quando ancora era sposata e con un figlio di 3 anni. Lei si era presentata nella nostra agenzia investigativa perché aveva un grosso problema con suo marito (erano i primi anni che s’iniziava a sentire parlare di casi di pedofilia) e lui era uno dei tanti. È così che ci siamo conosciute. Mi piacque da subito, ma tenni tutto per me.
Poi, l’occasione di lavorare al suo caso ci faceva passare parecchio tempo insieme. Fu lei a fare il primo passo, a darmi il primo bacio. Da quel momento iniziò una bellissima relazione, un bellissimo rapporto tra me e lei.
Nel 1990 P. chiese il divorzio a suo marito, anche solo di prove, ce n’erano abbastanza da mandarlo in galera. Lei lavorava nella sua stessa azienda, io per lavoro stavo spesso fuori casa settimane e a volte mesi e la situazione iniziava a pesarci, così decidemmo di andare a convivere. L’affidamento del bambino, tuttavia –  nonostante le prove – fu assegnato al padre. P. poteva vedere e tenere il figlio una volta ogni 15 giorni nel fine settimana, ma questo non mi pesava, anzi, ero sinceramente felice di vederla felice.
Comprammo casa nel 1991. Era tutta da ristrutturare, la sistemammo come piaceva a me e lei, senza dimenticare la stanza per suo figlio. Eravamo una bellissima coppia, la nostra quotidianità scorreva serena. Nei giorni in cui veniva da noi suo figlio io mi organizzavo per lasciarli soli, finché non fu lui a chiedermi di trascorrere il fine settimana con noi. Andavamo al cinema, a mangiare una pizza, alle festicciole.
P. lasciò la sua azienda e mise su un negozio di animali, io invece continuavo a fare il mio lavoro. Cercavo il più possibile di tornare a casa presto alla sera, per non far rimanere sola sia lei che suo figlio, ma come in tutte le famiglie i problemi ci sono, e per noi i problemi erano abbastanza grandi. L’ex marito non aveva accettato che P. fosse venuta a convivere con me e faceva pressione su suo figlio – non riuscendo su di noi.
M. era un bambino intelligentissimo, aveva capito benissimo che io e sua madre stavamo insieme, questo a lui non aveva creato nessun problema. A casa nostra si sentiva protetto, non certo come a casa del padre. Da noi si era creato una compagnia di amichetti, anche perché M. si faceva voler bene da tutti e molte volte capitava che i suoi amici si fermassero a mangiare da noi.
I genitori di P. e la sua famiglia, invece, non avevano accettato il fatto che fosse venuta a convivere con me e le avevano chiuso le porte in faccia, ma questo non c’impediva di essere felici.
Dopo 9 anni per avere l’affidamento, nel 1999 P. vinse la causa e da quel momento suo figlio M. rimase con noi, il padre poteva vederlo solo se lui acconsentiva. Finalmente era tutto perfetto. A novembre di quell’anno, però ebbi problemi di ulcera, cosi fui ricoverata in ospedale per una ventina di giorni. Qualcosa cambiò. Appena dimessa, la sera stessa, P. mi lasciò. Senza preavviso, senza che io potessi aver immaginato niente. Non capivo, non mi davo pace. Solo qualche settimana dopo mi disse che la colpa non era la mia, “era lei che doveva capire da che parte stava”. Che cosa vuol dire da che parte stai?! La nostra vita era finalmente perfetta, anche nel fare l’amore non c’erano mai stati problemi. Invece mi confessò che mi lasciava per un uomo.
Ovviamente tutti i nostri amici sapevano che lei aveva questa relazione con lui da un anno e mezzo. L’unica a non averlo saputo ero io.
Mi cadde il mondo addosso, anche M. prese le difese di sua mamma. Io piangevo e basta. Iniziai a bere, mollai il mio lavoro. Da 75 Kg passai a 35.
Solo nel 2006 ho cominciato a riprendere in mano la mia vita, ho ripreso il mio lavoro, ad andare in moto, ho comprato casa con il giardino, ho anche una bellissima Rottwailler di nome Penelope.
Ho avuto anche due infarti (non mi sono fatta mancare niente), ma continuo lo stesso a lavorare.
Mi sono sempre detta che non avrei mai più voluto affezionarmi a qualcuno.
Ma nella vita non si può proprio mai dire, infatti da un anno ho iniziato a frequentare una donna. Si chiama A. e vive in Toscana. Ancora non mi sento pronta ad avere una relazione.
Vedremo che succederà.
F.”
vaso di pandora
[Se anche tu vuoi raccontare la tua storia, puoi scrivermi a barsottiveronica@gmail.com. Ovviamente, se preferisci, proteggerò il tuo anonimato.]

Le 9 verità assolute che regolano una relazione lesbica

relazione lesbica
[Post ad alto tasso di stereotipi, contrapposizioni binarie, binari morti, doppi sensi e cattiverie più o meno meritate. Non puoi fare il bagno prima di 3 ore dopo averlo letto. Si sconsiglia la lettura durante le ore calde se ci sono anziani in giro.]
 1 Alimentazione

Una coppia di donne tende all’obesità. Ci hanno cresciute insegnandoci che in amore vince chi prende per la gola. E vince chi fugge, ma non fugge chi ha la panza piena. E quindi. Scusate, vado avanti. Dicevo che le lesbiche non sfuggono certo a questo retaggio culturale. Di manicaretto in manicaretto per soddisfare il palato dell’amata ci si sfida amorevolmente a preparare piatti da gourmet con presentazione ad effetto. Perché si sa, siamo attente al dettaglio. Pure al dettaglio del fatto che dopo qualche mese il nostro guardaroba è da rinnovare perché i vestiti si sono magicamente ristretti di due taglie. Ovviamente il dubbio di aver esagerato con le portate e con l’aumento ponderale coglie entrambe ma, essendo donne, sappiamo come trattare l’argomento con la partner uscendone incolumi. Grasse sì, ma vive. E no, non mentiamo; conosciamo l’arte delle figure retoriche.

Amò, che mi trovi ingrassata?

Ma no, amò, trovo che tu abbia valorizzato la tua silhouette femminile

[Brava, mo’ però vallo a spiegare ai miei jeans.]

2 Abbigliamento

Una volta appurato che i vestiti si sono ristretti tocca andare a fare shopping. E qui il mondo lesbico si divide in chi adora passare il tempo nei negozi e chi piuttosto si attaccherebbe la lingua al ghiaccio del freezer per dire Amohe, ‘cusa, non posso accobagnavti. Conosco donne che pur di non farsi trascinare ai saldi si farebbero cancellare le ferie. [Sì, tipo Manuela e io sto usando il blog per farglielo pesare, dato che ogni volta che nomino Corso Buenos Aires smette di respirare]. Comunque il risultato è che dopo pochi mesi di convivenza, reclamare la proprietà dei propri vestiti diventa impossibile. L’armadio diventa la fucina dell’entropia e il baluardo comunista dell’abolizione della proprietà privata.

Amò, la mia giacca grigia?

Sì, è a lavare, mica ti serviva?! L’ho messa io ieri

[‘tacci tua].

 3 Le Ex

Le Ex della partner sono argomento tabù, a meno che non lo siano da 2 lustri, siano felicemente sposate e vivano nell’emisfero opposto. A noi lesbiche piace pensare che la partner vivesse dentro una conchiglia prima di incontrarci e sia arrivata a noi su una spiaggia di coralli, trasportata dalla brezza marina. Di contro, invece, le nostre Ex sono delle amiche fantastiche da cui non ci separeremmo mai perché siamo contrarie all’abbandono, inclini alla sorellanza. E ci piace avere un metro e due misure per contrastare il piattume dell’omologazione.

Amò, certo che la tua Ex è proprio cessa e psicopatica! Ne parlavo prima con la mia Ex, sai avevo bisogno di sfogarmi con qualcuno e ci siamo viste a pranzo

4 Figli

Se hai figli devi convivere con l’assoluta certezza che troveranno la tua fidanzata sempre molto più figa e simpatica e materna di te. La fidanzata di mamma – a meno che non sia una con il senso materno di Gargamella – batte la mamma sempre. Ha più potere di una zia ed è scevra di vincoli viscero-ombelicali con le creature. Giusto ieri Brita ha commentato con Manu:

La mamma è bella e tutto quanto, ma alla lunga rompe i co***oni.

[libera interpretazione del testo “La Canzone del Primo Maggio” Di Elio e Le Storie Tese]

5 Accessori

Se il conto è comune la voce di budget “accessori” è quella più allarmante. Nel nostro caso pure quella “libri” e “viaggi”, ma in generale la dipendenza dall’acquisto di borse e scarpe diventa preoccupante in una coppia lesbica. Non solo dal lato economico, anche per lo stoccaggio. Nell’ultimo trasloco ho capito che se avessi trovato una come me, avremmo dovuto affittare un paio di stanze per i miei accessori.

Amò, dall’estratto conto risulta che hai speso ### euro da My Wallit

Ehm, sì… mi sono fatta il regalo di Natale

A Luglio?

Sono previdente, io

[Sgamata]

6 Decisioni

Per prendere una decisione si tira a sorte dopo aver analizzato tutte le possibili soluzioni. In genere due donne impiegano il doppio del tempo rispetto ad una coppia etero in cui generalmente Lei decide, Lui annuisce. Noi donne no, amiamo l’analisi comparativa delle variabili complesse e scavicchiamo ogni possibile soluzione, fino ad arrivare al caos. In quel momento è necessario che una delle sue sappia usare Excel e proponga un’analisi utilizzando una matrice SWOT.  Oppure:

Amò, testa o croce?

Croce

È uscita testa, che era?

Boh, rifacciamo

Ok

[Il processo tende all’infinito]

 7 Animali domestici

La popolazione lesbica si divide in Gattare VS Cagnare. Mamme di quadrupedi più o meno agitati, il risultato finale è che c’è sempre del pelo ovunque: su di voi e tra di voi perché spesso le bestiole dormono sul e nel lettone. La cosa sui cui poggiamo la mano più frequentemente è l’aspirapolvere.

Amò, non è che Freddy stasera lo facciamo dormire a terra che ci sono 46°?

Ma no, poverino, poi si stranisce

Pure io mi stranisco, mi sta venendo il Fuoco di Sant’Antonio col persiano sulla panza

(Silenzio offeso della partner e del suddetto persiano)

[Competere con il pet di casa è impossibile]

8 Pulizie domestiche

Ci fanno schifo. Sogniamo di avere abbastanza soldi per pagare una persona che le faccia al posto nostro. Personalmente delegherei volentieri anche la pulizia delle macchine. In caso una delle due abbia figli è possibile provare a delegare l’infausto compito.

Ariele, a 18 anni vorresti usare la mia macchina?

Bravo, perché non inizi a pulirla?

9 Sesso

Parliamoci chiaro. La scusa del mal di testa è inutilizzabile. E anche quella del fingersi addormentate non funziona. Per fortuna le lesbiche sono consumatrici seriali di serie TV e si salvano così dalle serate Ti amo ma lasciami stare. Pare, tuttavia, che l’abuso di serie TV sia proprio una delle cause della temuta Sindrome Da Morte Del Letto Lesbico e della trasformazione della fidanzata in Pupazzetto della Nanna.

Il fatto che io non guardi la TV sarà un caso?

Mi spiace, in questa sezione non sono riportabili dialoghi

relazione lesbica

 

“Il Vaso di Pandora” – Chi non si è mai innamorata di quella del primo banco?

vaso di pandora

Non ho mai scritto della nostra storia. Non ho mai scritto di noi, in classe insieme, amiche e anche di più, opposte e terribilmente simili allo stesso tempo.
Questa è la storia di un amore adolescenziale, banale, non corrisposto.
Storia già vista: sono amiche, una si innamora, l’altra non ricambia. Chiaro e semplice.
Le persone che non l’hanno vissuto, questo amore, la penserebbero così. L’ amore omosessuale è difficile, si vogliono mettere in mostra, sono contro natura, possono fare quello che vogliono, basta che poi non pretendano di ricevere lo stesso trattamento delle persone normali…
Mi fa ridere il fatto che di questi discorsi, noi ragazzi, ce ne freghiamo altamente. L’amore giovane è bello per questo, perché non ha limiti, non ha controllo, credi che sia per sempre. Ne sei fermamente convinto.
Io l’ho amata veramente, su questo non ho dubbi. Anche ora che il sentimento è lentamente svanito, lasciandosi dietro una scia di ricordi e di forti emozioni, di pianti, di risate, di fitte al petto che facevano piegare l’anima in due dal dolore, di litigate e di notti insonni in cui non trovavi parole per descrivere la fortuna che avevi avuto a conoscerla.
Questa non è una storia a lieto fine. Lei non ha mai provato nulla che non fosse una forte amicizia per me. Non mi è mai importato, avrei continuato ad amarla incondizionatamente, mi sarei sacrificata per lei,  le sarei stata vicino in ogni difficoltà.
Non mi importava, io la amavo. Ci avevo messo un po’ a capirlo, di essere innamorata, ma il fatto che fosse una ragazza non era mai stato un problema per me.
È stato quando il mio percorso di crescita mi ha costretto a affrontare la mia vera identità, a 16 anni, quando tutti ci chiediamo chi siamo veramente, quando durante le giornate si alternano momenti in cui potresti conquistare il mondo intero e momenti in cui quello stesso mondo ti crolla addosso, e non respiri e sprofondi in te stesso, che ho messo in dubbio quell’amore. E allora ho capito, ho capito che non era eterno. Era un amore adolescenziale, non era destinato a durare. Il fatto che fosse omosessuale, però, non c’entrava.
Io non so chi sono, cerco disperatamente un faro nel mare in tempesta, la luce della salvezza, un punto fermo, perché non sono più sicura di niente.
Una delle mie poche certezze, però, è che quella ragazza io l’ho amata. Non importa se sta finendo, non è mai importato il fatto che fosse un amore non corrisposto. Forse è stato meglio così, dopotutto. La storia non finisce, comunque, perché noi due non finiremo, il nostro legame sarà eterno, nessuna delle due lo dimenticherà mai, anche se non ci vedremo più e perderemo i contatti.
Sarà anche una vita breve, sarò anche inesperta, forse non so ancora come va il mondo, forse non lo saprò mai.
Non importa.
Questo amore è stato vero, è stato puro. E, anche se è finito, in qualche modo, non finirà mai.

Grazie ancora,

I.

vaso di pandora

Welcome to “La Comune”

la comune

Se c’era qualcuno convinto che ci fosse un po’ di pace e di n o r m a l i t à nella mia vita (risatona, tipo strega malvagia) può mettersi comodo, aprirsi una birra e continuare a gustarsi le tragicommedie della mia esistenza. Che no, non sono inventate. Del resto, quando incontro dal vivo le persone che seguono il blog, la frase che mi rivolgono più spesso è: “Oh, sei proprio uguale uguale a come ti avevo immaginato. Fai troppo ridere!” Non ho ancora capito se la mia attitudine alla stupidera sia da considerare o meno una competenza di quelle fighe o una sfiga e basta. Comunque, così è – pure se non vi pare.

Dopo il mio ritorno nella Contea (leggi Lucca), in seguito alla fine dell’avventura milanese, sto cercando di abituarmi al cambiamento numero quintordicimila della mia vita.

Riassunto per gli smemorati

[Dopo esser venuta via da casa di Nina sono stata diversi mesi a Milano. Avevo trovato un favoloso lavoro a tempo indeterminato che poi ho salutato con l’altra mano perché la distanza dai bambini non era più sostenibile. Nei fine settimana  – da gennaio a maggio – grazie all’aiuto di Nina e Giuseppe, mi smazzavo scatoloni prendi porta disfa e gite non richieste da Ikea, con contorno di bambini isterici che affrontavano l’ennesimo trasloco + mamma lontana. Ho accumulato stanchezza che nemmeno nel post partum, una roba che impiegherò le prossime 6 ere geologiche a smaltire, solo se nel frattempo divento ricca e posso permettermi di dormire 14 ore al giorno e passare il resto del tempo a leggere su un’amaca in riva al mare.

In questo periodo ho imparato a dare valore al tempo e alla qualità delle relazioni. Ho eliminato un po’ di squinzie ben parlanti che trovano il tempo per giudicare la mia vita basandosi sul sentito dire ma non per fare un’analisi approfondita della propria, depennato progetti in cui non credevo più o in cui non credevo abbastanza. Ho iniziato a concretizzare la pianificazione della mia nuova vita lavorativa, con un progetto che da tempo mi frullava in mente e che finalmente vedrà la luce. E, in accordo con Giuseppe, abbiamo deciso di riaggeggiare la nostra casa in comune e renderla la casa dei bambini, in modo che – almeno loro – avessero un luogo fisso.]

La gestione della Comune

L’idea è stata abbastanza figa, lo ammetto. Il dare fissa dimora ai bambini ci è sembrata davvero una scelta vincente per il loro benessere. Noi ci siamo trovati, invece, un po’ spaesati. Tornare a fare la coinquilina del mio ex marito a distanza di anni è stata una bella prova. La sensazione è una via di mezzo tra l’essere ospiti a casa d’altri e l’essere degli studenti fuori sede decisamente passatelli. Dalla gestione degli spazi comuni, a quella dell’agenda genitoriale condivisa per cercare di limitare la compresenza sincrona, tutto scorre abbastanza sereno. Per fortuna lui può contare su un altro appoggio abitativo e riusciamo a non pestarci i piedi. Perché i rispettivi difetti, quelle piccole ossessioni domestiche che tutti abbiamo e che tolleriamo nell’altro finché c’è amore, rischiano di diventare delle magagne insopportabili e di produrre livelli d’irritazione da orticaria. Quando diventi “coinquilino” – e nemmeno un coinquilino qualunque – ma il coinquilino del tuo ex coniuge con cui hai dei figli in comune, serve una dose extra di volemose bene e molta easytudine.

In questa comune non poteva mancare Manu – che rimpiange segretamente il passato in cui era solo una cara amica – che lavora all’estero un buon 90% del tempo e che per amor mio si è ritrovata a passare le giornate in cui non è a Milano, a Stoccolma, su un aereo o su un taxi, in questa casa-torre in mezzo alla campagna. Lei, che odia con tutto il cuore i grilli che sberciano sotto le finestre, il polline e il rumore della ghiaia in cortile, è finita qui, a dividere casa, tempo e cuore con me, i miei figli, Iole Topocane e il mio ex marito. A breve credo che scapperà senza lasciare traccia.

Cosa succederà e come riusciremo ad evolvere proprio non lo so. Quello che so, è che ormai non mi spaventa più niente.

Tanto si sa, la vita è come una scatola di cioccolatini. L’unica certezza è che ingrassi. Sempre.

la comune

 

 

 

 

“Il Vaso di Pandora” – La suonatrice di corno e la “tostaggine” come consiglio di vita

vaso di pandora

[Questa è la storia di Francesca. Una testimonianza del fatto che nella vita “volere è potere” e che la disabilità è un limite solo se vuoi che lo sia]

Sono Francesca, ho 20 anni, e ho un problema fisico dalla nascita a causa di un’emorragia celebrale. Più precisamente ho un’emiparesi degli arti destri del corpo. Nulla di grave, molte persone non lo notano nemmeno o ci impiegano mesi (lo nascondo bene e, a meno che non debba fare cose di precisione con due mani, non è evidente). Il problema consiste in: ho sia il braccio, la mano e la gamba destra più piccole della parte sinistra (non di molto). Ho anche meno muscolo e meno coordinazione, quindi meno capacità di movimento. Per far capire: con la mano destra non riesco a scrivere (né al telefono, né con la biro e al computer digito tasto per tasto a rilento), non riesco a suonare il piano con due mani, non riesco ad afferrare tutti gli oggetti ecc ecc… invece con la gamba ho mancanza di equilibrio (ma mi sono ostinata e ho imparato sia ad andare in bicicletta sia a sciare), non riesco ad alzare in maniera sufficiente la punta del piede e quindi ogni tanto mi inciampo (ma non cado mai, ormai sono allenata). Sostanzialmente queste sono le principali “difficoltà” del mio problema.

Tornando alla musica: quando avevo 8 anni nel mio paesino la banda musicale passava nelle quarte e terze elementari per promuovere il corso di musica ai giovani. Io facevo terza, infatti i maestri di musica avevano illustrato anche a noi i corsi che avremmo potuto cominciare dall’anno dopo perché eravamo troppo piccoli. Quando sono uscita da scuola, nel bel mezzo della piazza del paese, ho incominciato a strattonare mia madre per un braccio indicando i due maestri di musica, che erano dalla parte opposta della piazza, e a urlare: “Mamma! Mamma! Sono loro!!! Io voglio suonare!”.

Non lo so nemmeno io da dove mi era partita questa voglia di suonare. I miei non sono musicisti e a casa mia non si è mai parlato molto di musica.

Comunque io e mia madre ci eravamo avvicinati ai maestri e mia madre aveva chiesto se c’era uno strumento che potevo suonare solo con la mano sinistra. Il direttore della banda è cornista (è stato quarto corno all’Auditorium Rai di Torino) e dato che in banda mancavano dei corni ha approfittato subito dell’occasione. Io e mia madre, colte da stupore e ignoranza, ci chiedevamo cosa fosse il corno.

Una settimana dopo il maestro mi aveva fatto provare il suo strumento e mi era uscito subito qualche suono! Grazie anche all’entusiasmo spensierato di me bambina è stato amore a primo suono.

I miei genitori hanno avuto il coraggio di investire tanti soldi su uno strumento per una bambina di 8 anni che poteva semplicemente voler suonare per capriccio.

Poi 7 anni fa hanno avuto il coraggio di continuare a investire per uno strumento nuovo e per farmi fare il conservatorio a Torino. Così mi sono sempre fatta due scuole, arrivando fino a oggi in cui conseguo la maturità al liceo artistico e la laurea di primo livello accademico al conservatorio.

Dal racconto il corno può risultare una scelta obbligata e quasi inevitabile. In realtà, un bambino quasi mai sceglie in maniera consapevole che strumento vuole suonare.

Grazie alla musica ho avuto modo di vivere stupende esperienze tra i giovani di tutte le nazionalità condividendo la stessa passione, ma anche trasmettendo lo stesso messaggio di pace e uguaglianza. Ho suonato nell’orchestra nazionale giovanile del Sistema per il concerto di Natale al Senato nel 2013 in diretta Rai sotto la direzione del Maestro Nicola Piovani. Ho suonato a Barcellona dentro la Sagrada Familia con un’orchestra giovanile torinese per la pace e un’orchestra di Barcellona. Ho suonato con l’orchestra del Conservatorio di Torino per la messa di Papa Francesco svoltasi a Giugno 2015 in Piazza Vittorio Veneto a Torino e molte altre esperienze importanti ed emozionanti.

Non bisogna mai smettere di inseguire i propri sogni: le difficoltà rendono solo più appassionante la vittoria.

vaso di pandora

[Anche tu puoi mandarmi la tua storia. Sarà pubblicata sulla rubrica “Il Vaso di Pandora”. Per inviarla: barsottiveronica@gmail.com]

Non ditele solo che è bella

non ditele solo che è bella

Margherita ha sette anni. Ha i capelli e la carnagione chiara, è sorridente come lo sono le bambine di sette anni. Ha due occhioni azzurri che incantano. Incantano tutti.

Ma Margherita non è solo bella. Ama disegnare e trascorre molto tempo nella casetta di legno che suo fratello le ha costruito in giardino, sfruttando la pancia di un vecchio armadio. Ama gli animali. Ama leggere e possiede due quaderni: uno su cui scrive storie di fate e uno su scrive storie splatter. Ha un senso critico e dell’umorismo molto sviluppati. È curiosa, irriverente e spesso polemica.

In pochi però lo notano. Da quando è nata, la frase che le rivolgono tutti, sistematicamente, è Come sei bella!. Lo so che è bella. Anche guardandola, pur cercando di filtrare l’occhio della madre e dello scarrafone bello ‘a mamma soja, me ne rendo conto. Ma è un messaggio pericoloso. Puntare tutto sulla bellezza è pericoloso. E lo dimostrano i vari titoli sui giornali che, rivolgendosi alle nuove sindache di Torino e Roma, le chiamano “ragazze” e “neomamme”. Smettiamo di pensare alle donne come eleganti portatrici di bellezza e iniziamo a considerarle per le loro abilità.

Dire a una bambina sempre e soltanto che è bella genera un bullismo al contrario. Il binomio bella e stupida è sempre in agguato e una donna bella deve faticare molto più di una donna brutta affinché vengano valutate le sue competenze.

La bellezza, spesso, diventa una prigione. Iniziamo a cambiare le parole e cambiamo le idee e le convinzioni.

E io lo so bene.

Ho tante amiche belle, io.

non ditele solo che è bella

 

 

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