L’ironia è anche (soprattutto) dei PoveriH

Era una sera tranquilla e neppure troppo fredda. No, fredda era fredda, ma l’incipit mi piaceva. Vabbé, lasciamo perdere.

Ieri sera – ecco, lasciamo così – tornavamo da una cena a casa dei miei genitori. Come sempre, avevamo mangiato come se l’indomani ci aspettasse una quaresima nel deserto. Eravamo piuttosto allegri, Manu, i ragazzi ed io e – come sempre – cantavamo in macchina e facevamo i cretini.

[Facciamo i cretini anche fuori dalla macchina, a dire il vero, ma in macchina ci esprimiamo in performance di un certo livello, come quella volta che ci siamo comprati i cappelli con le antenne di Ikea e abbiamo viaggiato con musica appalla e finestrino abbassato, avendo cura di muovere la testa in modo da far oscillare le antennine per la gioia dei passanti.]

[[ecco le prove]]

A cinque minuti da casa, abbiamo optato per una canzone che non ascoltavamo da un po’: Complesso del Primo Maggio di Elio e Le Storie Tese (se non la conoscete, rimeditate QUI); ho spento il motore giusto alla fine di questo ritornello:

“Scusate signori siamo un complesso tanto povero
andate tutti in Piazza San Giovanni del concerto Primo Maggio
voi guardate concerto
noi veniamo in vostre case e vi sfacciamo appartamento e cacca sul letto”

Ovviamente con fragore di risate a “vi sfacciamo appartamento e cacca sul letto”. Il tempo di spegnere il motore e uscire dall’abitacolo, ci viene incontro il nostro vicino di casa per annunciarci che gli hanno appena svaligiato la casa. Alle cinque del pomeriggio. Nel placido e soporifero entroterra toscano.

Alla notizia Brita scoppia in lacrime e singhiozzi, per lei, i ladri, sono l’Armageddon e fanno pari con terremoto, alluvioni, incendi, apocalisse, invasione di zombie. Ariele esclama “Cazzo, la mia bicicletta!” Per lui, nerboruto adolescente, il primo pensiero della vita è la sua amata mountain bike, nell’acquisto della quale ha investito, ormai un paio di anni fa, diverse bustine del compleanno; se ci avessero portato via pure i pavimenti, i muri e il tetto, a lui sarebbe importato poco. [Per dovere di cronaca devo aggiungere che è un ragazzo splendido, simpatico e che aiuta in casa. Ah, e bello. Molto bello. (Ari, sono stata convincente?)]

Manu apre la porta e la nostra attenzione è catturata dalla spazzatura sparpagliata in salotto e sul tappeto, in mezzo al quale campeggia anche un esteso alone di bagnato, immediatamente riconducibile a pipì. L’espressione colpevole di Iole Topocane, però, ci tranquillizza circa l’esecutore del misfatto. Con un colpo d’occhio notiamo che la porta esterna lato cucina è chiusa ed escludiamo che i ladri siano entrati anche da noi.

Mentre Manu cerca di tranquillizzare Brita, io cerco di aprire il cancelletto, ma è stato forzato e non riusciamo ad accedere al giardino. Chiamo un’altra vicina per provare a passare dal suo lato e, nel frattempo, il vicino derubato armeggia venti minuti nel tentativo di rimettere sul binario il cancelletto e permetterci di uscire.

Ariele mi segue a ruota in giardino e si fionda a controllare se la sua bici esiste ancora oppure no, ma per fortuna, tranne l’averci parzialmente distrutto la recinzione, non hanno danneggiato né rubato niente.

Nel mezzo di questo bel trambusto è rincasato Giuseppe che, una volta aperta la porta, si è trovato noi e mezzo vicinato riuniti in cucina a fumare e a commentare l’accaduto. La sua faccia sorpresa è durata giusto il tempo di aprirsi una birra, che noi qui sappiamo come affrontare le avversità, e quella punta di alcol ci ha permesso di aspettare quasi con gratitudine l’arrivo della volante della Polizia per la denuncia. Per ingannare il tempo, Manu ed io, abbiamo continuato a canticchiare noi veniamo in vostre case e vi sfacciamo appartamento e cacca sul letto in loop e con le lacrime agli occhi, congratulandoci l’un l’altra per l’eccezionale tempismo.

Ora, io vorrei dire ‘na cosetta, una specie di appello ai Sig.ri Ladri: la prima volta siete entrati (era la vigilia di Natale di qualche anno fa) e non avendo trovato niente di valore, vi siete fottuti un cesto di banane – sì, avete letto bene – lasciando l’infisso spaccato, la casa sottosopra e  pure le bucce in giardino. Ora ci avete riprovato. Io ve lo scrivo qui, che sicuramente (sì, certo) lo leggerete:

Siamo ricchi di emozioni, di gioia di vivere, di abbracci, di sorrisi, di sentimenti, di pizza e caffè, di umanità e di tutto ciò che non si può rubare.

Per il resto siamo Povery.

Crediti fotografici: https://www.facebook.com/babygeorgetidisprezza/

 

 

 

 

“Amore omosessuale è patologico? Certo che no!” articolo a cura della Dott.ssa Marina Cortese, Medico Chirurgo

La prima tragedia della vita sono le azioni, la seconda le parole. Le parole, forse, sono la peggiore.

Le parole sono spietate. (Oscar Wilde)

[Articolo a cura della Dott.ssa Marina Cortese, Medico Chirurgo, esperta di MTS]

Sono recenti le polemiche, di cui si è ampiamente dibattuto sui mezzi di comunicazione, relative alla liceità di alcune pratiche sessuali (sesso anale) chiamando in causa dati scientifici per colpire, in definitiva, l’amore omosessuale definito patologico.

[n.d.a. Per aggiornamenti sul “caso” De Mari, leggi QUI.]
Utilizzare dati epidemiologici, estrapolati dal proprio contesto, per trasmettere il messaggio che un preciso gruppo di riferimento sia sempre affetto da determinate patologie (o che una pratica sessuale comporti sempre determinate conseguenze) al fine di provocare reazioni emotive ed irrazionali nella popolazione generale, per veicolare e rafforzare indicazioni fornite dal proprio credo religioso o politico che sia, è in contrasto con il giuramento professionale.

Qualche informazioni utile, priva di connotazione morale (o moralistica):

Il sesso anale abituale, tra persone etero od omosessuali, per conformazione anatomica e funzione del canale anale, può esporre ad alcune lesioni: dalle lacerazioni della mucosa fino ad arrivare al tumore dell’ano, che colpisce 1-3 persone ogni 100.000 (in associazione particolarmente con il papillomavirus).
La frequente presenza di lacerazioni, e quindi il contatto con il sangue con le feci e lo sperma comportano, senza opportune precauzioni, la trasmissione di malattie sessualmente trasmissibili come HIV, sifilide, gonorrea, epatiti, papillomavirus, herpes.
Alcune infezioni sono invece più strettamente correlate al contatto della bocca con le feci: questo si verifica nei rapporti oro-anali o mettendo in bocca le dita dopo una penetrazione anale.

La World Health Organization ha stabilito come le cause di tale maggiore diffusione siano essenzialmente tre: il mancato utilizzo del condom, la frequentazione di molti partner e l’impiego più diffuso di sostanze stupefacenti.
Sono le stesse organizzazioni mondiali deputate alla tutela della salute a fornire, nelle loro linee guida, le indicazioni per prevenire questi problemi:

Uso del condom/dental dam e di idonei lubrificanti, la vaccinazione contro epatiti A e B e papillomavirus ( nuovi Livelli Essenziali Assistenza approvati dal governo includono il vaccino per il papillomavirus nei maschi), rispettare le basilari norme igieniche (lavare le mani, lavare i genitali e l’ano) limitando, i contatti ano-bocca, limitare il numero di partners sessuali, astenersi dall’uso di sostanze stupefacenti che, alterando la percezione dei propri limiti, possono portare a comportamenti non sicuri, effettuare eventualmente la profilassi pre e post esposizione per il virus HIV.

Quanto detto, evidentemente, NON SIGNIFICA CHE TUTTI I MASCHI OMOSESSUALI SIANO AFFETTI DA HIV O CHE TUTTI SOFFRANO DI INCONTINENZA FECALE PER DANNO ALLO SFINTERE: basti dire che secondo l’Istituto Superiore di Sanità nel 2015
l’ 85.5% dei nuovi casi di HIV in Italia era legata a trasmissione sessuale ed in particolare eterosessuale per il 44.9% ed omosessuale per il 40,6%, riferendosi ad un’incidenza di nuovi casi di 5,2 persone ogni 100.000. Solo una parte della popolazione gay presenta tali problematiche per le quali ha diritto ad accedere a servizi sanitari idonei, trovandosi di fronte personale sanitario privo di pregiudizi.
Ci sono numerosissimi studi che indicano come depressione, ansia, disordini alimentari, tossicodipendenza, alcolismo, tendeza al suicidio, siano molto più diffusi nella popolazione omosessuale; le motivazioni riscontrate sono sempre le medesime in tutti gli studi: discriminazione, isolamento, esclusione, allontanamento dalle famiglie degli amici.
La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, nelle proprie Linee Guida, sollecita il miglioramento ed il rafforzamento di leggi protettive volte ad eliminare discriminazione e violenza contro le persone omosessuali; auspica inoltre servizi sanitari accessibili ed accettabili per la popolazione maggiormente a rischio, basati su principi di equità ed evitamento della stigmatizzazione.

Al di la’ di ovvie motivazioni di ordine etico, tuttavia, esistono anche motivazioni cliniche che spiegano la necessità di attenersi a comportamenti NON discriminatori ed evitare giudizi di ordine morale/religioso nei confronti dei pazienti: da numerosi studi, condotti in ogni parte del mondo, è emerso come l’omofobia o addirittura la criminalizzazione dell’omosessualità e dei comportamenti sessuali più in generale, allontanino i pazienti da prevenzione e terapia, facilitando il diffondersi delle infezioni sessualmente trasmesse e comportamenti a rischio.

Il Codice Deontologico cui ogni medico deve fare riferimento, recita:

Art.3
Doveri generali e competenze del medico
Doveri del medico sono la tutela della vita,della salute psico- fisica,il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza,nel rispetto della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna ,quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera.
Art.20
Relazione di cura
La relazione tra medico e paziente è costituita sulla libertà di scelta e sull’individuazione e condivisione delle rispettive autonomie e responsabilità. Il medico nella relazione persegue l’alleanza di cura fondata sulla reciproca fiducia e sul muto rispetto dei valori e dei diritti e su un’informazione comprensibile e completa, considerando il tempo di relazione quale tempo di cura.
Art.55
Informazione sanitaria
Il medico promuove e attua un’informazione sanitaria accessibile, trasparente, rigorosa e prudente, fondata
sulle conoscenze scientifiche acquisite e non divulga notizie che alimentino aspettative o timori infondati o, in ogni caso, idonee a determinare un pregiudizio dell’interesse generale.

FONTI:
Codice di Deontologia Medica 2014 – portale.fnomceo.it
Gay and Bisexual Men’s Health/CDC
Sexually trasmitted disease/ Gay and Bisexual Men’s Health/CDC
Men who have sex with men/ World Health Organization
Istituto Superiore di Sanità

Quando i tuoi figli preferiscono la tua compagna a te

Per me questo Lunedì è tutto fuorché un Blue Monday. Manu è rimasta a casa da lavoro perché è malata ed io sono felicissima. No, aspettate; non mi rende felice vederla avvolta nel piumone mentre ascolta una call di lavoro – alla quale non potrà intervenire perché ha la voce di uno zombie ferito – e neppure mi ha entusiasmato trascorrere la notte a monitorare le sue apnee notturne come fossi la moglie di Maiorca e neanche mi riempie di giubilo quando non lavora e le sale l’ansia e sembra un criceto incazzato.

Sono felice di averla intorno, di scendere a preparare il caffè per due, invece che solo per me, mi emoziona voltarmi e trovare il suo sorriso, mi commuovo all’idea che potremo pranzare e cenare insieme, guardare un film e parlare un po’ prima della nanna.

Banale, vero? Per me no. Da quando ho una relazione a distanza per cinque giorni alla settimana su sette ho imparato che non c’è niente che mi manca di più della quotidianità. Il paradosso è che nella relazione precedente avrei potuto goderne, dal momento che convivevo con l’allora mia compagna, ma di fatto non avveniva: per lei ero trasparente, quando non ero un intralcio. Adesso che nella mia vita c’è una donna che mi ama e mi fa sentire speciale, non posso vederla tutti i giorni. La vecchia storia del pane e dei denti, insomma. Allo stato attuale la mia esistenza oscilla da un fine settimana all’altro, cercando di reprimere la tristezza che la sera mi avvolge insieme al piumone grado Siberia, al pigiama di pile con doppio fondo dizottodieziinazzaioinoz, e i calzini di lana d’alpaca. Perché a dormire da soli, invece che in due, si soffre molto di più anche il freddo.

Di Manu ho parlato poco finora, ho avuto paura. La batosta che ho preso con Nina mi ha messo di fronte alla mia incapacità di essere oggettiva e alla pessima attitudine a proiettare sugli altri caratteristiche mie. Mi sono resa conto che non ho saputo cogliere i segnali e capire la persona che mi stava accanto. Volevo un sogno e ho voluto credere – oltre ogni evidenza – che il sogno fosse quello.

Con Manu sono stata diffidente, ho boicottato un po’ la nostra storia perché temevo di compiere lo stesso sbaglio, di voler vedere a tutti i costi qualcosa che esisteva solo in me. Poi ho ceduto. Ho ceduto a un’amicizia che è diventata amore e a un amore che è cresciuto piano piano, con pochi gesti significativi, con una presenza costante, nonostante i chilometri che ci dividono, nonostante il mio tergiversare e remare in direzione ostinata e contraria. Lei è rimasta quando chiunque mi avrebbe preso a pedate, mi ha rincorso quando per malessere mi sottraevo, mi ha stanata quando cercavo di sfuggire al confronto. Mi ha preso per mano, mi ha dato coraggio, mi ha messo davanti a uno specchio abbracciandomi e senza sottrarsi allo sguardo. Si vede che è una gattara indefessa, è riuscita a trasformare una gattaccia sibilante come me in un peluche da divano. Beh, dai, quasi.

L’effetto Manu si è allargato a macchia d’olio anche sui ragazzi. Margherita ha chiesto ed ottenuto di usare Hangouts per scriverle durante la settimana e mi chiede sempre di passargliela al telefono. Ariele la cerca in continuazione per scherzare, hanno sviluppato un lessico familiare tutto loro che è piuttosto esilarante.

L’altro ieri Manu e Margherita sono andate in un negozio senza di me. La titolare mi ha poi raccontato che gli altri clienti credevano fossero mamma e figlia, dall’intimità e dalla confidenza con cui si rapportavano l’un l’altra. Manu è dolcissima come nemmeno io riesco ad essere: l’aiuta con le tabelline quando io, ormai stremata, cerco di recidermi la giugulare con il cavetto del mouse per la disperazione, la raggiunge in camera quando fa i capricci e la fa scendere subito di sotto con il sorriso. Non a caso Marghe ha deciso di chiamare Manu ProMamma, che è tipo una madre potenziata, il non plus ultra dello spirito materno.

Qualcuno mi ha persino chiesto se sono gelosa e se non mi sento spodestata. La realtà è che non mi sono mai sentita così felice.

Manu legge una favola a una Margherita ipnotizzata

Alla Fiera dell’Est dell’inefficienza italiana

A ottobre accetto una cattedra di Storia e Filosofia in un liceo.

Il giorno della presa di servizio compilo il mio bel modulo di tre pagine con la mia anagrafica, il codice fiscale e le coordinate bancarie, giusto per ricevere quel lauto stipendio di cui godono gli insegnanti.

Alla fine del mese, scopro – parlando casualmente con dei colleghi – che devo registrarmi a NoiPa, il portale dei dipendenti della pubblica amministrazione, per verificare lo stato dei pagamenti. Riesco ad accedere dopo aver saputo – sempre dai colleghi – che la segreteria deve fornirmi, dopo la richiesta, un pin di accesso. Il sito è quanto di meno user friendly ci sia: scritto in burocratichese dagli impiegati dell’Unione Sovietica nel 1917, poi tradotto dal cirillico da un ubriaco con google translate e progettato da un pazzo sotto effetto di allucinogeni. Dopo mezz’ora di navigazione delirante riesco a capire dove vengono visualizzati i cedolini che attestano l’avvenuta erogazione dello stipendio. Fine ottobre, nessun cedolino.

I colleghi mi tranquillizzano: è normale che ci sia uno slittamento di un mese. Penso normale una beata minchia, ma taccio.

Passa anche novembre: niente. Inizio ad agitarmi, purtroppo non vivo di sogni e nemmeno i miei figli, ma in segreteria mi rassicurano che c’è un ritardo, ma che molto probabilmente verrò pagata i primi dicembre con un’emissione straordinaria. Alla parola ritardo, ho avuto lo stesso brivido che si ha facendo pipì su un test di gravidanza dopo aver fatto sesso occasionale non protetto con uno che non sai chi sia e l’ultimo dei tuoi progetti è un figlio.

Il 10 dicembre apro il portale e trovo il mio primo cedolino! Evvai! Tutta felice scarico il pdf e lo invio a Manu per email. Dopo poco minuti il mio telefono squilla. È Manu.

– Ma hai aperto un nuovo conto corrente?

– No, perché?

– Perché qui c’è segnato che il bonifico verrà effettuato all’iban ITXXXXXXXX della Banca Sarcavolo di Pontedera

Mi prende un colpo. Mi lancio in amministrazione con il cuore in gola. Controlliamo la mia presa di servizio sui moduli cartacei (la prima reazione dell’impiegata è dirmi che l’errore è mio, che ne ho fornito uno errato) in cui, appuriamo che l’iban che ho fornito è corretto ed è il mio.

Inizia una catena di Branduardiana memoria senza fine: dalla segreteria mi rimbalzano alla ragioneria del Tesoro che mi rimbalza alla segreteria della scuola che mi rimbalza alla ragioneria del Tesoro. Nessuno sa cosa fare, nessuno se ne occupa. Nel frattempo – sempre in modo casuale e dai colleghi – apprendo che posso intervenire su NoiPa per modificare la mia scheda, nella speranza che almeno i futuri stipendi vengano accreditati sul mio conto.

Questo è ciò che è avvenuto, in breve, e che sono riuscita a ricostruire appoggiandomi a un sindacato: 

  • Una scuola della Provincia di Livorno – provincia in cui io non ho mai lavorato – per un caso di omonimia, pasticcia la mia scheda su NoiPa inserendo le coordinate bancarie di una mia omonima.
  • La scuola in cui prendo servizio non controlla, al momento della presa di servizio, che la mia scheda su NoiPa sia corretta.
  • La banca dell’omonima, nel ricevere il bonifico, non controlla il codice fiscale e accredita il mio stipendio a un’altra Veronica Barsotti.

Non uno, ma ben tre errori a carico di tre enti diversi. Ad oggi nessuna notizia, nessuno stipendio pagato da ottobre. Solo un enorme, incommensurabile, immane, colossale, abnorme, ciclopico, giramento di gonadi.

Aspetto il Signore, sull’angelo della morte, sul macellaio,

che uccise il toro, che bevve l’acqua, che spense il fuoco,

che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto,

che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò.

 

Si riparte, siete pronti?

Io no. Ammiro chi è nato pronto, io sono sempre quella che si tappa il naso e si butta perché deve. Sono nata di sette mesi con un parto precipitoso, non potevo che continuare così, pare.

L’addio alle ferie è stato più brusco del previsto e più struggente dell’Addio ai monti.  Lo smontaggio degli addobbi ha richiesto la task force della Comune al gran completo, roba che gli elfi di Babbo Natale sono scappati toccandosi le pudenda per scaramanzia, data la veemenza e la rapidità con cui ce ne siamo sbarazzati. Le statuette del presepe neo realistico, che hanno visto schierati anche un t-rex e un paio di puffi a far compagnia al bambinello, sono stati amorevolmente riposti insieme alle palle fucsia e ai dinosauri glitterati dell’albero.

La casa è pulita, sgombra dai residui delle feste che si sono però depositati su fianchi, glutei e anche sul cuore. C’è silenzio. Manu è ripartita e i ragazzi si sono già infilati sotto le coperte. Solo il ticchettio della tastiera e la tisana detox che mi guarda beffarda a lato del pc a farmi compagnia.

Mi aspetta un anno denso e una settimana impegnativa, la voglia di ripartire, però, è rimasta in qualche angolo caldo del piumone ad aspettare che la svegli. Durante queste vacanze mi sono concessa l’ozio più sfrenato, sono riuscita a non fare niente per la prima volta nella mia vita e ne sono profondamente orgogliosa.

Ora la sfida sarà mettersi di nuovo in moto, senza perdere la calma acquisita e senza farmi risucchiare dall’ansia.

Voi come state? Avete già ripreso il lavoro? Come sono state queste vacanze?

 

 

A Natale puoi: tragicronaca unta del Natale nella Comune

I disagi che di norma si trovano ad affrontare i figli dei separati noi le abbiamo aggirate. Non perché siamo genitori mejo, ma perché siamo genitori creativi. La scelta di abitare tutti insieme in una casa condivisa con il mio ex marito ha alleggerito non solo la logistica, ma anche lo stress legato alle trasferte dei figli e dei chi sta con chi e quando. Siamo troppo caotici per riuscire a stilare un programma e avremmo rischiato di scordaceli da soli a casa.

Ovviamente il modello Neo Comune non si applica facilmente a tutte le famiglie. Occorre una situazione di pace e serenità tra ex coniugi, tra gli ex coniugi e i nuovi coniugi, tra i figli e i nuovi coniugi che coabitano con gli ex coniugi e soprattutto molto, molto, molto spirito di adattamento. Se lo spirito non si trova, si può utilizzare alcool sopra i 14 gradi, preferibilmente nella forma di vino rosso corposo.

Ritrovarsi a condividere di nuovo spazi, luoghi e incombenze domestiche con un ex partner non è una dormita sull’amaca. Quei difetti che nell’altro erano mal tollerati nella modalità di coppia, rischiano di diventare delle mine vaganti quando coppia non si è più.

Soprattutto perché non puoi nemmeno più minacciare l’altro di voler divorziare e far leva sul ricatto emotivo come collante relazionale.

Per noi le festività sono uno stress come in qualsiasi altra famiglia, solo che abbiamo deciso di affrontarlo in condivisione.

Segue tragicronaca.

Il 24 mattina ci siamo svegliati e ci siamo divisi le faccende. Io ho pulito il bagno agitando le tette come Mariah Carey pensando che All I want for Christmas is debellare il calcare dalla doccia e lavato il pavimento ancheggiando, Manu addetta alla cucina e all’aspirapolvere tanto da essere stata soprannominata Folletto, Giuseppe spolverava perché è alto e i ripiani della libreria sono il suo regno. I ragazzi si sono occupati delle proprie stalle camere. Dopo le faccende abbiamo avuto giusto il tempo di rassettarci, con coro angelico di Mamma, non trovo il vestito, le mutande, la sciarpa, la motosega e la carriola e controcanto di E io che cavolo ne so! e ci siamo spostati in Versilia dove abitano i miei genitori. Lì abbiamo aspettato Babbo Natale bevendo vino, ci siamo scambiati i regali bevendo vino, apparecchiato e dato ufficialmente il benvenuto all’obesità. Sempre bevendo vino. Alle 21 ero fatta della stessa sostanza del Morellino di Scansano.

Il pranzo del 25 si è svolto sempre dai miei genitori. Stesso tasso alcolemico e stesse modalità di fruizione. La sera poi, ci siamo divisi. Giuseppe è andato a cena dai suoi genitori con i bambini (no, i suoi genitori non m’invitano, dal momento che non mi parlano dal 2010), io e Manu ci siamo concesse di coccolare i chili di troppo in compagnia di amiche carissime, condendo la serata con tisana depurativa prima e grappa barriccata dopo.

Il 26 sveglia all’alba e via, alla volta di Torino per festeggiare con i genitori e la famiglia di Manu. Se a questo punto state sperando che io vi rassicuri, raccontandovi di una giornata all’insegna del menù light e della depurazione, lasciate pure perdere. Ho fatto il tris di ogni portata. Del resto il mio ottavo di sangue sabaudo aveva fortemente bisogno di essere valorizzato. Alle 15 ero fatta della stessa sostanza della Barbera.

Il 27 siamo scese a Lucca, facendo tappa a Carmagnola per fare colazione con un amico di Manu. Non nel senso che ce lo siamo mangiato, mi preme tranquillizzarvi almeno su questo, ma che abbiamo provveduto a mantenere stabile l’acquisizione delle calorie con brioches e cappuccino.

Sto scrivendo questo post il 28. Davanti a me ho una fumante tisana depurativa. A lato del pc una fetta di panettone.

Perché noi siamo Fedeli alla Linea come Giovanni Lindo Ferretti.

Voi come ve la passate?

 

Questa è my story di quando ho understood that sono lesbica

Nella mia vita pendolante da Milano a Lucca mi muovo utilizzando quasi esclusivamente il car sharing. Lo trovo un modo favoloso di viaggiare: risparmio, non guido e molte volte ho la possibilità di conoscere persone interessanti e affascinanti storie di vita.

L’altro giorno in macchina eravamo due italiane, una spagnola e un’australiana – e inizio a capire perché la differenza etnografica sia l’incipit di molte barzellette – e abbiamo optato per l’inglese come lingua comune per comunicare. In genere io comunico molto bene, soprattutto aiutandomi con le mani.

Prima di procedere nella narrazione vorrei giustificarmi mettendole avanti, le mani, perché ero stanca, la sera prima avevo brindato più e più volte con delle amiche, il cane mi aveva mangiato i compiti e, insomma, l’area linguistica del mio cervello stava cercando di ammaestrare la scimmia in hangover e non era particolarmente reattiva e il mio inglese era piuttosto imbarazzante.

Dovendo condividere uno spazio angusto come una macchina, in questi viaggi si parla parecchio. Dalle prime domande rompighiaccio – di dove sei, che fai a Milano, che lavoro fai – finisce sempre che mi trovo a raccontare in pillole la mia vita, ormai ripeto il riassunto senza nemmeno pensarci, solo che stavolta ho dovuto spiegarlo in inglish.

La conversazione si è svolta pressapoco così.

I’m from Lucca but vado a Milan because I have la fidanzata who lavora lì and I pure, but saltuariamente. No, I can’t trasferirmi definitly there perché teng’ two kids sauvage che col dick that si muovono from un beautiful place come Lucca – vicino the sea, near the fiume, a due steps from the mountain – to a city molto cloudy, nebbious and smoggy come Milan. They make me ciaone proprio. And quindi, my girlfriend and I siamo diventate due pendolari del love. I go to Milan durante la week and she comes back to Lucca nel weekend. Yes, is very rompimento di balls, but we can’t do diversament. No, the kids aren’t figli suoi, also that sembrano perché they have tutti i difetti della mia girlfriend, but they hanno a father, Giuseppe. In this moment we live all assieme perché is less sbattimento of balls. We condivide le spese and the logistic about the two little mostri. No, Manuela is not la prima girl, ne ho avute others because io ho understood che I am lesbica some years fa. At the inizio it has stato un po’ difficult, the coming out è always un percorso complicated, but si survive. The trucco is to live the cambiamento in a propositive mood.

Segue il silenzio, rotto da qualche wow perplesso e dei sorrisi.

Mi sto ancora chiedendo se la perplessità fosse riferita al contenuto, alla forma o a entrambi.

pendolarismo amoroso

 

Oggi il mondo è un posto più triste, per questo c’è bisogno di gratitudine e bellezza

gratitudine e bellezza

Stamani ho aperto il blog per scrivere un post allegro.

Invece ho letto che è morta Francesca. Era più nota come Wondy, la biondina che aveva sconfitto un tumore con coraggio ed ironia. L’ho conosciuta ad un evento e mi si è impressa nel cuore.

Ho letto i suoi libri, i suoi articoli. Lei era esattamente come la sua scrittura: una fonte d’intelligenza e di forza di vivere. La notizia della sua morte mi ha paralizzata. Oltre alla tragedia umana e personale, è come se fosse meno credibile anche la speranza di farcela e vincere.

Tornerà l’allegria, tornerà la gioia e anche la forza di combattere. Perché l’unico modo che abbiamo di omaggiare la vita e ingannare la morte è non sprecare il tempo ed essere felici.

Vorrei riuscire a ringraziare per ciò che di prezioso e importante mi ha insegnato Francesca e non fissare incredula l’enorme vuoto che ha lasciato.

Oggi vi chiedo un regalo per me. Prendevi dieci minuti e scrivete i motivi che avete per essere grati. Se vi va potete anche metterli tra i commenti e condividerli qui.

Oggi c’è ancora più bisogno di bellezza e gratitudine.

[Provo a scrivere i miei:

Oggi sono grata per il saluto di Iole che si è alzata dalla cuccetta per venire a darmi una leccatina alle 5,30 e poi è tornata a sonnecchiare. Sono grata per il caffè vero bevuto al bar invece che alla macchinetta con due colleghe simpatiche. Sono grata per un’allieva che mi ha preso in disparte perché aveva bisogno di parlare e mi ha detto che di me si fida. Sono grata per l’amore che Manu mi dimostra ogni momento. Sono grata per le risate di pancia che mi regalano i miei figli. Sono grata per le persone belle che ho la fortuna di chiamare amiche.]

gratitudine e bellezza

 

 

 

 

Stare comodi: materassi e relazioni

Da un po’ di tempo ho mal di schiena. Sicuramente inizio a invecchiare, me ne ricordo ogni mattina davanti allo specchio quando do il benvenuto alle rughe nuove e ai capelli bianchi. Si dev’essere sparsa la notizia che li accolgo senza troppo scalpore. Solo non mi è chiaro perché compaiono le rughe, ma continuino a spuntare anche i brufolazzi.

Non dormo bene, a volte i pensieri si rincorrono e la schiena fa male e li incita a proseguire. Per scongiurare le nottate in bianco, che chi mi conosce sa quanto io sia simpatica i giorni successivi l’insonnia, ho cambiato materasso. Ho consultato forum online, offerte, letto recensioni e mi sono recata nei negozi. Ho scartato Ikea, perché dopo aver dormito in quasi tutti i materassi presenti in catalogo sono giunta alla conclusione che li imbottiscano con i trucioli della lavorazione del legno e mi alzo più isterica della Principessa sul Pisello (qui è quando potete formulare ironiche congetture).

Il dramma è che quando li provo mi sembrano tutti comodi, tutti confortevoli. Gli addetti alle vendite sono tutti brillanti e di ogni materasso sanno convincermi che è proprio quello di cui ho bisogno. Solo che la prova provata ce l’hai quando il materasso lo usi da un po’.

Dopo che ha perso la patina della novità, molto dopo esser stato spogliato dai rivestimenti di fabbrica e vestito con le lenzuola migliori. Quando pelle, muscoli, ossa e nervi trascorrono del tempo con la nuova superficie, ecco che la verità viene a galla.

Ciò che sembrava essere perfetto inizia ad affaticare le ossa dei fianchi e a generare tensione nel collo e diffuso senso di scomodità. Il materasso giusto è quello che ti avvolge, senza affossarti, che ti sostiene senza respingerti, quello che ti dona rilassamento nei momenti di affaticamento e stanchezza e il sorriso quando ti svegli all’alba.

Mi sono resa conto che nelle relazioni funziono come con il materasso. Solo sulla lunga distanza sono in grado di percepire se fa per me.

Stanotte ho sognato mia nonna, che dormiva nel solito materasso da una vita e che ad ogni primavera, con cura, lo apriva, ne allargava la lana e la lasciava al sole a respirare aria nuova e ad asciugarsi da lacrime e sudore, ne sprimacciava con cura il contenuto, prima di riporlo con attenzione e perizia e renderlo comodo per un nuovo anno.

E mentre faccio l’appello alle nuove rughe e ai nuovi capelli bianchi, cedo alla speranza di aver ereditato da mia nonna molto più dell’azzurro ceruleo dei suoi occhi.

 

materassi e relazioni

Prolegomeni alla vastità del cazzo che me ne frega

Sono annoiata. Come diceva l’amico Schopenhauer: la vita è un pendolo tra noia e dolore. E io la noia la riconosco dal rumore. È il tonfo delle mie gonadi che si staccano e cadono al suolo come quelle di un burattino. Mi succede con le situazioni strette che cerco di cucirmi addosso, con le persone spinose che cerco di farmi piacere e coi lavori deprimenti che svolgo per necessità economica. Ho una resistenza limitata alle mutande strette. Alla fine devo liberarmene.

Crescendo sono sempre meno incline al compromesso, al punto che a breve sarò più insopportabile dei vecchiacci incazzati in fila alla posta il giorno del ritiro della pensione. La differenza è che io non avrò una pensione e posso iniziare ad incazzarmi già adesso. Tra poco festeggerò il mio 36esimo compleanno e come regalo a me stessa diventerò egocentrata. Non egocentrica, quello lo sono già, è un’attitudine. Se non lo fossi non avrei fatto teatro, radio, aperto un blog e nemmeno mi sarei vestita da Dracula per uscire a cena il giorno del mio 21esimo compleanno. Adesso, però, ho intenzione di mettere me al centro del mio mondo e di vivere il migliore dei mondi possibili.

Sono pessima? Molto peggio.

Sono ambiziosa. Non mi accontento dei risultati e sono curiosa. Una volta soddisfatta la curiosità di aver imparato ed essere diventata brava, vado oltre. Adoro circondarmi di persone che reputo migliori di me, sia dal punto di vista culturale che umano. Per i fuffaroli, frustratelli, pressappochisti, poraccetti e leccaculi c’è un Regno incantato che si trova molto, molto lontano da me.

Sono intollerante. Perdere tempo mi dà i nervi. Ormai cerco di evitare anche le discussioni, tanto le persone sono raramente interessate al confronto, preferendo la sopraffazione. Il dibattito è utile in rare occasioni, tra anime elette e soprattutto cognitivamente alla pari. Più facile assistere all’accoppiamento degli unicorni. Persino sui social ormai sono diventata abilissima ad evitare, oscurare, smettere di seguire e rimuovere. Una volta rispondevo agli haters, adesso basta un click.

Sono un’esteta. Bello&Sublime sarebbe il nome della mia linea di moda, semmai avessi voglia di lanciarne una o del mio Giano Bifronte da collezione. Il concetto di Bello è esteso a tutto ciò che mi emoziona e mi migliora, in caso contrario agisco come sopra. Il rasoio lo uso abbondantemente su cose/persone/città e meno per i peli superflui [Sono una fottutissima glabra che non si è mai dovuta fare la ceretta].

È che ieri sera, mentre giravo il sugo, pensavo a quanto si riduca all’osso il numero delle attività che meritano veramente la nostra attenzione e cura. E la vastità del cazzo che me ne frega assume contorni sempre più ampi, tanto da meritare queste brevi riflessioni introduttive.

Mi reputano una brutta persona? Posso provare a cambiare il colore del rossetto. Non farò di più.

consapevolezza

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